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La khutbah (sermone islamico) ufficiale del 31 luglio 2026, pubblicata dal Dipartimento per lo Sviluppo Islamico della Malesia (JAKIM) in occasione dell’Hari Pahlawan, la giornata nazionale dedicata alla commemorazione dei caduti e di quanti hanno difeso il Paese, offre un’interessante chiave di lettura del rapporto tra religione, identità nazionale e appartenenza civica in Malesia.

Intitolata Setia Pada Amanah, Teguh Mempertahankan Negara («Fedeli al dovere, saldi nella difesa della nazione»), la predica prende le mosse dal sacrificio dei militari, della polizia e delle altre forze di sicurezza per sviluppare una riflessione più ampia sul significato della responsabilità individuale nella costruzione e nella difesa dello Stato. Il suo obiettivo dichiarato è ricordare che la solidità di una nazione non dipende soltanto dalla capacità militare, dalle tecnologie o dalle risorse materiali, ma anche dall’integrità morale dei suoi cittadini e di coloro che esercitano funzioni pubbliche.

Il passaggio fondamentale è quello in cui il sermone collega la fedeltà ad Allah all’adempimento dei doveri verso la società e la nazione, in riferimento al versetto 23 della sura al-Ahzab, che elogia i credenti rimasti fedeli al patto stretto con Dio, alcuni dei quali hanno sacrificato la propria vita.

Il JAKIM suggerisce questa riflessione:

Perhatikan dengan teliti ayat ini. Allah tidak memuji mereka semata-mata kerana keberanian, kedudukan atau kemasyhuran mereka. Sebaliknya, Allah memuji mereka kerana mereka benar dan setia terhadap janji yang telah mereka ikat dengan Allah SWT.

Inilah asas kepada setiap pengorbanan yang diberkati. Apabila hati seseorang setia kepada Allah, amanah akan dipikul dengan penuh tanggungjawab dan tugas akan dilaksanakan dengan ikhlas. Pengorbanan dilakukan bukan untuk mendapatkan pujian manusia, tetapi demi mengharapkan keredaan Allah SWT.

Osservate attentamente questo versetto. Allah non li loda semplicemente per il loro coraggio, per la loro posizione o per la loro fama. Al contrario, li loda perché sono stati sinceri e fedeli alla promessa che avevano stretto con Allah, l’Altissimo. Questo è il fondamento di ogni sacrificio benedetto. Quando il cuore di una persona è fedele ad Allah, essa assume le proprie responsabilità con pieno senso del dovere. Svolge i propri compiti con sincerità. Si sacrifica non per ricevere gli elogi degli uomini, ma per ottenere il compiacimento di Allah, l’Altissimo.

Setia Pada Amanah, Teguh Mempertahankan Negara, JAKIM, 31 Luglio 2026, p. 3.

Il JAKIM utilizza questo versetto per interpretare il sacrificio dei caduti malesi come espressione di fedeltà, responsabilità e dedizione. Successivamente, il concetto di amanah, inteso come responsabilità affidata e obbligo morale, viene esteso a tutte le professioni e a tutti gli ambiti della vita quotidiana: il militare deve difendere la sovranità nazionale, il poliziotto garantire la sicurezza, il funzionario pubblico servire onestamente i cittadini, il commerciante evitare le frodi e i genitori educare i figli secondo i principi dell’Islam.

La difesa della nazione, pertanto, non viene circoscritta alla dimensione militare, ma diventa un compito permanente che coinvolge l’intera società.

È proprio questa estensione del discorso a rendere la khutbah significativa dal punto di vista politico e culturale. Il JAKIM non si limita a richiamare i fedeli alla correttezza individuale: costruisce una rappresentazione della comunità nazionale nella quale le virtù necessarie alla coesione sociale e alla solidità dello Stato vengono illustrate attraverso una cornice morale esclusivamente islamica.

L’onestà, la disciplina, il rifiuto della corruzione, il senso del dovere e la responsabilità verso le generazioni future sono presentati come espressioni di una condotta coerente con la fede e con gli obblighi del credente nei confronti di Allah. Anche l’educazione familiare, che il testo considera parte integrante della costruzione di una nazione forte, viene descritta attraverso riferimenti alla conoscenza di Dio, alla lettura del Corano e alla formazione dei figli secondo i principi islamici.

Il problema non risiede nei valori richiamati, che non sono esclusivi dell’islam e possono essere condivisi da persone appartenenti a tradizioni religiose differenti o prive di una fede religiosa. Risiede piuttosto nel modo in cui questi valori vengono rappresentati.

La khutbah non dichiara esplicitamente che soltanto i musulmani siano capaci di onestà, integrità o patriottismo, né afferma che i cittadini di altre confessioni siano meno degni di appartenere alla nazione. Tuttavia, quando descrive il modello del cittadino esemplare e le qualità morali sulle quali dovrebbe fondarsi la solidità dello Stato, il testo ricorre esclusivamente a riferimenti islamici. Non viene contemplata, neppure attraverso un esempio che non modificherebbe la sostanza del sermone, la possibilità che un cristiano possa fondare il proprio senso del dovere sulla fede cristiana, che un buddhista possa interpretare la propria responsabilità sociale attraverso la sua tradizione religiosa o che un cittadino non credente possa contribuire alla comunità nazionale sulla base di principi etici non religiosi.

Si tratta di un’assenza che assume un significato particolare nel contesto malese. La Malesia è una società multireligiosa nella quale, accanto alla maggioranza musulmana (67% circa), vivono importanti comunità buddhiste, cristiane e induiste, oltre ad altre minoranze. La Costituzione federale (art. 3) riconosce l’islam come religione della Federazione, ma prevede anche la possibilità di praticare le altre religioni in pace e armonia e tutela la libertà religiosa entro i limiti costituzionali.

In questo quadro, la centralità istituzionale dell’islam è un dato giuridico e politico; la questione che emerge dalla khutbah riguarda invece il modo in cui tale centralità viene tradotta nella rappresentazione della cittadinanza. Il discorso si rivolge alla nazione nel suo complesso, ma ne descrive il fondamento morale attraverso il linguaggio di una sola comunità religiosa.

Si produce così un’asimmetria tra l’universalità dei doveri richiesti e la specificità religiosa dei valori attraverso i quali vengono spiegati; tutti devono contribuire alla sicurezza e al benessere del Paese, ma il modello morale proposto per comprendere questo contributo è quello del musulmano che adempie alla propria responsabilità davanti ad Allah.

La comunità nazionale viene rappresentata come un insieme di cittadini chiamati a condividere le stesse responsabilità, senza che venga esplicitato come le diverse tradizioni religiose ed etiche possano partecipare, su un piano simbolico comune, alla definizione delle virtù nazionali. Le minoranze non vengono attaccate né formalmente escluse: semplicemente, non compaiono come soggetti portatori di una propria tradizione morale all’interno della narrazione istituzionale.

È in questo meccanismo che si può individuare una evidente manifestazione di nazionalismo religioso, che propone una concezione della nazione malese nella quale l’etica religiosa della maggioranza islamica fornisce il linguaggio privilegiato per definire il buon cittadino, il patriota e il servitore dello Stato. La religione non interviene soltanto come elemento della vita privata o come fonte di orientamento spirituale. La religione islamica diventa l’unico orizzonte legittimo per interpretare il significato del sacrificio nazionale, per legittimare il dovere civico e per stabilire le qualità morali dalle quali dipende la coesione della comunità politica.

Questo aspetto è tanto più rilevante perché il sermone non ha bisogno di formulare una polemica esplicita contro le minoranze per produrre un’immagine della nazione centrata esclusivamente sull’islam; l’effetto discorsivo deriva dalla selezione degli esempi, dai riferimenti scritturali e dall’assenza di altre prospettive religiose.

Una khutbah ufficiale non è necessariamente tenuta a rappresentare tutte le confessioni presenti nel Paese, poiché il suo destinatario immediato è la comunità musulmana; tuttavia, quando il discorso passa dalla formazione morale dei fedeli alla definizione delle condizioni necessarie alla solidità dell’intera nazione, la questione cambia. I valori vengono proposti come fondamento del bene comune, mentre la loro illustrazione rimane confinata a una sola tradizione religiosa; è precisamente in questo passaggio dalla comunità dei credenti alla comunità nazionale che l’analisi deve concentrarsi.

Questa khutbah si inserisce, del resto, all’interno di un vero e proprio ecosistema, il cui scopo è presentare la nazione malese come islamica e fondata sui valori islamici; si tratta di un suprematismo soft di cui si era già discusso in questa rivista online, e che si ripropone ciclicamente. Il documento in esame conferma dunque questo genere di discorso, e si configura come un caso concreto nel quale osservare come l’identità islamica venga collegata alla costruzione della coesione nazionale, senza che sia affrontata esplicitamente la questione del contributo morale dei cittadini non musulmani. La rilevanza di questa fonte non risiede soltanto in quello che il testo afferma, ma anche, e soprattutto, in quello che viene omesso, configurando una rappresentazione della virtù nazionale nella quale l’islam occupa il centro, mentre le altre tradizioni religiose e morali restano invisibili.

Il suprematismo islamico soft può manifestarsi proprio attraverso questo meccanismo, senza ricorrere a dichiarazioni apertamente ostili verso le minoranze o a esplicite rivendicazioni di esclusione. La gerarchia si esprime sul piano simbolico e discorsivo: tutti i cittadini sono chiamati a contribuire al bene comune, ma soltanto la tradizione islamica viene esplicitamente riconosciuta come riferimento morale legittimo nella rappresentazione istituzionale della nazione.

La khutbah del 31 luglio 2026 costituisce un esempio di questa dinamica. Il testo non nega formalmente la legittimità dell’appartenenza nazionale dei non musulmani, né mette in discussione il loro contributo alla società; tuttavia, non riconosce alle loro tradizioni religiose ed etiche alcun ruolo nella definizione delle virtù civiche. L’identità islamica viene così associata alla responsabilità, all’integrità e al patriottismo, mentre le altre possibili fonti di orientamento morale rimangono assenti dalla narrazione.

Ne emerge una concezione asimmetrica della cittadinanza: le responsabilità verso la nazione sono comuni, ma il linguaggio istituzionale impiegato per definirne i fondamenti morali appartiene esclusivamente alla religione islamica. È attraverso questa asimmetria, riproposta nel discorso religioso ufficiale, che la centralità costituzionale e politica dell’islam può tradursi in una gerarchia simbolica tra le diverse componenti della società malese.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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