Il 22 ottobre, in Indonesia, si celebra l’Hari Santri Nasional, la giornata nazionale dedicata agli studenti delle scuole islamiche tradizionali e al loro contributo alla storia del Paese. In occasione della ricorrenza, il sito del Majelis Ulama Indonesia (MUI) ha pubblicato un sermone del venerdì intitolato Khutbah Jumat: Jihad Santri Jayakan Negeri, «Il jihad dei santri per rendere grande la nazione».
L’autore, KH A. Roghob Alfatiry, è segretario del Consiglio consultivo del MUI della città di Tangerang. Il documento offre uno spaccato del discorso religioso pubblico indonesiano e del modo in cui una parte dell’autorità islamica articola il rapporto tra religione, identità nazionale e controllo dell’interpretazione dottrinale.
Il termine jihad costituisce l’elemento centrale del sermone. Il riferimento storico è la Resolusi Jihad del 22 ottobre 1945, associata a KH Hasyim Asyari, fondatore di Nahdlatul Ulama, e alla mobilitazione religiosa contro il tentativo olandese di ristabilire il dominio coloniale. La proclamazione dell’indipendenza, il 17 agosto 1945, non aveva infatti concluso il conflitto per il controllo del territorio. Il richiamo a quella stagione consente all’autore di stabilire una continuità tra la mobilitazione religiosa del passato e il ruolo assegnato ai santri contemporanei.
Secondo l’autore:
Perjuangan para kiai yang harus dilanjutkan oleh para santri adalah perjuangan membela agama dan bangsa. Jika dahulu perjuangan dilakukan dengan mengangkat senjata melawan penjajah melalui Resolusi Jihad, maka santri masa kini juga tidak boleh berpangku tangan. Dalam konteks saat ini, santri dapat berjuang dengan mengangkat pena serta memanfaatkan berbagai sarana modern untuk menyebarkan ilmu pengetahuan, dengan menguasai teknologi, guna melawan kebodohan dan keterbelakangan bangsa dan negara.
La lotta dei kiai (fondatori/direttori dei pesantren) che i santri sono chiamati a proseguire è quella in difesa della religione e della nazione. Se in passato si combatteva impugnando le armi contro i colonizzatori, attraverso la Risoluzione del Jihad, oggi i santri non possono restare con le mani in mano. Nel contesto attuale, possono portare avanti la loro lotta impugnando la penna e sfruttando i moderni strumenti di diffusione del sapere e le nuove tecnologie, per contrastare l’ignoranza e l’arretratezza del Paese.
A Roghob Alfatiry, Khutbah Jumat: Jihad Santri Jayakan Negeri, Sermone del Venerdì: Il Jihad dei Santri per la Gloria della Nazione, Majelis Ulama Indonesia, 22 Ottobre 2026.
La differenza riguarda gli strumenti, non la cornice concettuale. Secondo l’autore, se nel 1945 la lotta si conduceva con le armi, oggi i santri devono utilizzare la penna, la conoscenza e le tecnologie moderne per combattere l’ignoranza e l’arretratezza. Il passaggio decisivo descrive il compito futuro dei santri, definito esplicitamente come berjihad, fare jihad, trasmettendo alla società il sapere acquisito e contrastando tanto l’ignoranza quanto il penyesatan ideologi keagamaan, il fuorviamento ideologico-religioso.
Il jihad viene così trasferito dal campo della lotta armata a quello dell’educazione e della trasmissione religiosa, senza perdere la semantica della lotta. Secondo questa narrativa, la memoria della resistenza anticoloniale conferisce all’attività contemporanea una legittimità storica e morale: il santri del 2026 viene presentato come continuatore del combattente di ieri. Non è una semplice metafora educativa, ma un modo di attribuire alla formazione religiosa una funzione di mobilitazione collettiva, definendola come prosecuzione di una lotta considerata fondativa per la comunità e per la nazione.
Il testo non si limita alla lotta contro quella che viene definita ignoranza. L’espressione penyesatan ideologi keagamaan introduce una seconda dimensione, relativa alla definizione della ‘corretta interpretazione’ dell’islam. Il sermone richiama il pensiero di Wahbah al-Zuhayli per sostenere che lo studio religioso debba guidare la società verso la ‘verità’ e la ‘retta dottrina’.
I santri, formati dai kiai, sono quindi chiamati non soltanto a diffondere conoscenze, ma anche a contrastare interpretazioni giudicate fuorvianti. Questo specifico documento non identifica le correnti o i gruppi destinatari di questa impostazione, identificati invece in altri documenti del Majelis Ulama Indonesia; risulta evidente la pretesa di assegnare agli ambienti religiosi riconosciuti un ruolo nella delimitazione del sapere islamico legittimo. La questione non è secondaria, in quanto coinvolge chi stabilisce cosa costituisca un fuorviamento religioso, e sulla base di quale autorità.
La conclusione del sermone collega esplicitamente la grandezza dell’islam a quella della nazione indonesiana. La commemorazione dell’Hari Santri Nasional non deve ridursi alla celebrazione dei sacrifici del passato, ma tradursi nella prosecuzione della lotta per elevare entrambe.
Il nazionalismo religioso qui delineato non presenta l’identità islamica e l’appartenenza nazionale come dimensioni concorrenti. Le integra in una narrazione nella quale la formazione dei santri, la trasmissione dell’ortodossia e il progresso della nazione diventano parti di uno stesso compito.
La pubblicazione sul sito ufficiale del Majelis Ulama Indonesia (MUI) conferisce al testo una precisa rilevanza istituzionale; il suo autore, A. Roghob Alfatiry, ricopre l’incarico di segretario del Consiglio consultivo del MUI di Tangerang. Il suo intervento costituisce pertanto una testimonianza significativa del modo in cui, all’interno dell’ambiente istituzionale islamico indonesiano, vengono interpretati la jihad, la memoria della lotta anticoloniale e il ruolo dell’autorità religiosa nella società contemporanea. La scelta di pubblicare il testo attraverso il canale ufficiale del MUI rende questa interpretazione meritevole di attenzione anche sul piano istituzionale.
Il problema non riguarda soltanto il significato attribuito al jihad, presentato nel testo come una forma di impegno intellettuale e religioso anziché come lotta armata. Più rilevante è la cornice entro cui tale impegno viene definito: i santri sono chiamati a combattere non soltanto l’ignoranza, ma anche il cosiddetto «fuorviamento ideologico in ambito religioso». Questa formulazione introduce una questione che va oltre l’educazione religiosa, e investe i soggetti che stabiliscono quali interpretazioni siano corrette e quali debbano invece essere contrastate.
Quando la diffusione del sapere viene associata alla necessità di combattere interpretazioni considerate fuorvianti, il confine tra formazione religiosa e delimitazione dell’ortodossia può diventare sempre più stretto.
Le conseguenze sul pluralismo non sono necessariamente immediate, né possono essere dedotte automaticamente da un singolo sermone; tuttavia, un linguaggio di questo tipo può contribuire a un progressivo restringimento dello spazio riconosciuto alle interpretazioni religiose divergenti.
Il pluralismo, infatti, non consiste soltanto nella presenza di comunità e confessioni differenti, ma presuppone anche la possibilità che interpretazioni diverse convivano senza essere preventivamente classificate come deviazioni da correggere. Quando una determinata autorità religiosa si attribuisce, esplicitamente o implicitamente, il compito di stabilire i confini del pensiero religioso legittimo, il dissenso rischia di perdere legittimità e la diversità interpretativa di essere percepita come una minaccia anziché come una componente della complessità della società indonesiana.

Il caso degli Ahmadiyah, comunità musulmana oggetto di contestazioni e restrizioni in Indonesia, così come le controversie relative ai permessi di costruzione di numerose chiese cristiane, osteggiate da gruppi locali anche attraverso argomentazioni di carattere religioso, permette di mostrare come la restrizione del pluralismo non rimanga confinata al piano del discorso, ma possa tradursi in conseguenze concrete.
Un caso recente, riportato dal Jakarta Post, conferma questa interpretazione:
The latest intimidation of members of a Christian congregation in Tangerang, Banten, ended with a public apology but no legal proceedings. The incident has revived feelings of insecurity and anger among religious minorities, who say that such episodes have become all too familiar.
For Nainggolan, a Catholic from Tangerang who asked to be identified only by his surname, the incident was another reminder of the difficulties Christians can face when practising their faith in Muslim-majority Indonesia. The 29-year-old recalled his community’s struggle to build a church in Ciledug, where the congregation encountered difficulties obtaining the necessary permits. Even after securing them, the community faced protests from people outside the area.
“Suddenly, buses full of people from some random place somewhere in Java would arrive and protest the construction of the church, even though the Muslims living in the area had already approved it,” he told The Jakarta Post earlier that week.
He also recalled reading reports of restrictions on Christmas celebrations in various parts of the country, noting that such incidents often resurfaced around the holiday season.
Il più recente episodio di intimidazione ai danni dei membri di una comunità cristiana a Tangerang, nella provincia di Banten, si è concluso con delle scuse pubbliche, ma senza conseguenze giudiziarie. L’accaduto ha riacceso il senso di insicurezza e la rabbia delle minoranze religiose, secondo le quali episodi simili sono ormai fin troppo frequenti.
Per Nainggolan, un cattolico di Tangerang che ha chiesto di essere identificato soltanto con il cognome, l’episodio ha rappresentato un’ulteriore conferma delle difficoltà che i cristiani possono incontrare nel praticare la propria fede in Indonesia, un Paese a maggioranza musulmana. Il ventinovenne ha ricordato le difficoltà affrontate dalla sua comunità per costruire una chiesa a Ciledug, dove la congregazione ha incontrato ostacoli nell’ottenere i permessi necessari. Anche dopo averli ottenuti, la comunità si è trovata ad affrontare le proteste di persone provenienti da altre località.
«All’improvviso arrivavano autobus pieni di persone provenienti da chissà quale località di Giava, che protestavano contro la costruzione della chiesa, nonostante i musulmani residenti nella zona avessero già dato il loro consenso», ha raccontato a The Jakarta Post all’inizio di quella settimana.
Ha inoltre ricordato di aver letto notizie riguardanti restrizioni alle celebrazioni natalizie in diverse parti del Paese, osservando che episodi simili tendono a ripresentarsi in prossimità delle festività.
Tangerang church disruption rekindles fears among minorities, L’interruzione delle attività di una chiesa a Tangerang riaccende i timori delle minoranze, Jakarta Post, 25 settembre 2026.
Risulta dunque difficile considerare del tutto estranei il clima di intolleranza religiosa documentato nell’area di Tangerang e il discorso elaborato all’interno dello stesso ambiente istituzionale islamico; il fatto che l’autore del sermone ricopra l’incarico di segretario del Consiglio consultivo del MUI di Tangerang rende il collegamento particolarmente significativo.
Quando il linguaggio religioso individua nella presunta deviazione ideologica un fenomeno da combattere, contribuisce a tracciare una linea di demarcazione tra le interpretazioni considerate legittime e quelle percepite come una minaccia.
In un contesto nel quale le comunità cristiane incontrano numerosi ostacoli nell’esercizio della propria libertà di culto, questa impostazione solleva interrogativi sul ruolo delle autorità religiose nel promuovere e consolidare una concezione selettiva del pluralismo. La questione non è soltanto ciò che un sermone afferma esplicitamente, ma anche e soprattutto il quadro culturale che contribuisce a rafforzare e le conseguenze che può avere sul riconoscimento di chi non rientra nei confini religiosi stabiliti come legittimi.
La pubblicazione del sermone sul sito ufficiale del Majelis Ulama Indonesia non è un elemento secondario. Pur non equivalendo necessariamente a una deliberazione formale dell’intera organizzazione, essa indica che il testo è stato ritenuto compatibile con il discorso religioso che l’istituzione è disposta a ospitare e diffondere attraverso il proprio canale ufficiale. È legittimo chiedersi, pertanto, quali siano i confini di ciò che viene riconosciuto come un discorso religioso accettabile all’interno di questo ambiente istituzionale e quale concezione dell’ortodossia emerga dai contenuti pubblicati.
Il sermone, la posizione istituzionale del suo autore, la scelta di pubblicarlo e gli episodi di intolleranza documentati nell’area di Tangerang costituiscono elementi distinti, che non dimostrano di per sé un rapporto causale diretto, ma che possono essere letti nel quadro di una riflessione più ampia sui rapporti tra autorità religiosa, costruzione dell’ortodossia e limiti del pluralismo. La questione non riguarda necessariamente le intenzioni individuali di chi scrive, bensì il contesto culturale e istituzionale nel quale determinate idee vengono formulate, legittimate e diffuse.

