Nel numero di Gennaio-Giugno del 1952, il periodico olandese Orientatie, Cultureel Maandblad pubblica un contributo di K. Neys, intitolato De Indonesische Intelligentsia. Poging tot een plaatsbepaling («L’intelligentsia indonesiana. Tentativo di definirne la posizione»).

A circa due anni dal trasferimento formale della sovranità, l’autore si interroga sul ruolo della nuova classe dirigente indonesiana e sulle difficoltà che accompagnano il passaggio dalla lotta per l’indipendenza alla costruzione dello Stato. La questione non riguarda soltanto la disponibilità di personale qualificato per l’amministrazione, ma anche la formazione di un’élite capace di esercitare una funzione politica e culturale autonoma.
Neys distingue l’intelligentsia dall’élite in senso più ampio. Se nelle società occidentali le posizioni dominanti sono tradizionalmente occupate anche da gruppi economicamente privilegiati e da famiglie di antica influenza, secondo l’autore in Indonesia la situazione presenta caratteristiche differenti.
Neys sottolinea che:
Indonesië kent geen bourgeoisie in deze zin. Een fundamenteel element in de tegenstelling Oost-West — het feit dat het Oosten geen burgerlijke cultuurontwikkeling gekend heeft — komt tot uiting in de bovenste lagen der sociale structuur: naast de aloude adelsélite van vorsten en regenten schuift zich eerst in de afgelopen halve eeuw snel en zonder veel weerstand te ondervinden een kleine élite: de intelligentsia.
L’Indonesia non conosce una borghesia in questo senso. Un elemento fondamentale del contrasto fra Oriente e Occidente — il fatto che l’Oriente non abbia conosciuto uno sviluppo culturale borghese — si manifesta negli strati superiori della struttura sociale: accanto all’antica élite aristocratica dei principi e dei regenten (i reggenti, ossia gli alti funzionari indigeni dell’amministrazione coloniale) si è affermata, soltanto nell’ultimo mezzo secolo, una nuova élite di dimensioni ridotte: l’intelligentsia. La sua ascesa è stata rapida e ha incontrato poche resistenze.
K. Neys, De Indonesische Intelligentsia. Poging tot een plaatsbepaling, Orientatie, Cultureel Maandblad, 44, Januari Juni 1952, p. 403.

Neys osserva che, accanto alle élite tradizionali, legate ai principati e alle strutture amministrative, si è affermato rapidamente un nuovo gruppo di intellettuali formatisi attraverso la conoscenza e i metodi occidentali. Inizialmente portatori di competenze relativamente rare, questi uomini hanno assunto un ruolo decisivo nel processo di trasformazione politica, fino a diventare protagonisti della rivoluzione nazionale e della successiva organizzazione dello Stato.
La loro posizione, tuttavia, presenterebbe una contraddizione. L’intelligentsia avrebbe contribuito a fornire alla rivoluzione un linguaggio politico e una giustificazione ideologica, ma le capacità necessarie per sostenere una mobilitazione nazionale non coincidono necessariamente con quelle richieste dall’amministrazione. Il passaggio dalla lotta anticoloniale alla gestione dello Stato comporta un cambiamento profondo: problemi monetari, sicurezza pubblica, organizzazione del lavoro, rapporti fra centro e periferia e questioni territoriali richiedono risposte concrete, competenze professionali e continuità organizzativa. Neys sottolinea la sproporzione fra queste responsabilità e le dimensioni ridotte del gruppo chiamato ad affrontarle.
L’autore non limita la propria analisi agli accademici. Medici, giuristi e ingegneri costituiscono, a suo giudizio, il nucleo scientificamente formato dell’intelligentsia, ma non ne esauriscono la composizione. Ne fanno parte anche giornalisti, insegnanti, ufficiali, impiegati e altri soggetti che partecipano alla discussione pubblica con un sufficiente grado di preparazione e consapevolezza critica. La questione centrale non è quindi soltanto aumentare il numero dei professionisti qualificati, ma favorire la formazione di una cultura intellettuale capace di interrogare criticamente la società e i suoi centri di potere.
Un ruolo particolare è attribuito alla generazione formatasi durante gli anni Quaranta. L’occupazione giapponese e la rivoluzione nazionale hanno accelerato la mobilità sociale e favorito l’emergere di giovani provenienti da ambienti differenti. Neys descrive questa nuova intelligentsia come inquieta, emotivamente coinvolta e ancora immatura, ma animata da una forte aspirazione alla modernità e al riconoscimento internazionale.
Il sentimento nazionale ha rappresentato una risorsa fondamentale per superare l’esperienza coloniale; allo stesso tempo, secondo l’autore, il ricorso ai simboli della rivoluzione rischia di diventare un sostituto della riflessione sui problemi pratici. Con l’indipendenza, la legittimità acquisita nella lotta deve infatti tradursi in capacità di governo.
È all’interno di questa riflessione che si colloca il riferimento all’islam. Neys teme che l’intelligentsia possa rinunciare alla propria autonomia sotto la pressione delle carriere politiche, dell’autorità autocratica, degli interessi organizzati e delle appartenenze religiose. In un passaggio particolarmente esplicito, accosta la sottomissione all’autorità autocratica e all’Islam alle tentazioni che potrebbero allontanare gli intellettuali dalla loro funzione critica. La sua preoccupazione non riguarda dunque soltanto la presenza della religione nella vita pubblica, ma la possibilità che le autorità e le convinzioni collettive limitino l’indipendenza del pensiero.
I dubbi di Neys sono evidenti:
Kan zij samenwerken met de groepen der intelligentsia van andere landaard in Indonesië? Zal zij uit haar midden — bij groter wordende omvang en breder wordende basis — tot de vorming van levenskrachtige middenklassen kunnen geraken, zonder dat de betrokkenen dit als een declassering zullen voelen? Weet zij afstand te nemen tot de vakbeweging en toch leiding aan haar te geven? Zal zij niet meegesleept worden door het ethos van militairen en strijdgroepen? Zal zij — misschien het belangrijkste van alles — de aanraking met de massa des volks, de befaamde „oerproducenten” van Indonesië, niet verliezen? Zal zij zich niet laten verlokken tot monopolisme door de sociale zekerheid en de economische waarborgen, die haar positie nu (nog) omringen? Zal zij haar vakmanschap niet verliezen in de nog altijd zo gemakkelijk fluctuerende beroepsstructuur?
Sarà (l’intellighentsia, ndr) in grado di collaborare con i gruppi appartenenti ad altre comunità etniche presenti in Indonesia? Con l’aumento delle sue dimensioni e l’allargamento della sua base sociale, riuscirà a contribuire alla formazione di classi medie vitali, senza che gli interessati vivano questo passaggio come una retrocessione sociale?
Saprà mantenere le distanze dal movimento sindacale e, al tempo stesso, esercitare su di esso una funzione direttiva? Non rischierà di lasciarsi trascinare dall’etica e dai valori dei militari e dei gruppi combattenti?
E soprattutto — forse la questione più importante di tutte — non perderà il contatto con le masse popolari, i celebri «produttori primari» dell’Indonesia?
Non sarà tentata di trasformare la propria posizione in un monopolio, favorita dalla sicurezza sociale e dalle garanzie economiche che ancora oggi la circondano? Non finirà per perdere la propria competenza professionale in una struttura occupazionale che continua a essere così soggetta a mutamenti?
K. Neys, De Indonesische Intelligentsia. Poging tot een plaatsbepaling, cit., p. 407.

Questa posizione si comprende meglio alla luce del modello culturale proposto dall’autore. Neys auspica la formazione di un’élite intellettuale capace di assumere consapevolmente la tradizione occidentale liberale, critica e scientifica. Richiamandosi a Julien Benda e alla figura del clerc, l’intellettuale chiamato a difendere l’indipendenza dello spirito, egli assegna alla cultura una funzione di coscienza critica della società. Tale élite dovrebbe distinguersi sia dai gruppi che esercitano direttamente il potere sia da coloro che subordinano il proprio giudizio alle aspettative delle autorità politiche e sociali.
Il ragionamento rivela così una tensione significativa. Neys riconosce all’intelligentsia indonesiana una funzione essenziale nella costruzione della nuova nazione, ma individua nella tradizione liberale occidentale il principale riferimento per il suo sviluppo intellettuale. L’autonomia culturale dell’Indonesia viene quindi considerata anche attraverso criteri elaborati in Europa. Le culture tradizionali e l’islam appaiono soprattutto come possibili fattori di condizionamento, mentre il pensiero critico occidentale è presentato come una risorsa da assimilare; questa impostazione non incide sul valore delle osservazioni dell’autore, ma costituisce una componente essenziale del suo modo di interpretare la società indonesiana.
L’interesse della fonte risiede proprio nella coesistenza di queste due dimensioni. Da una parte, Neys individua difficoltà concrete della transizione postcoloniale: la scarsità di personale qualificato, la debolezza delle strutture amministrative, la persistenza di una mentalità legata alla mobilitazione rivoluzionaria e il rischio che l’intelligentsia perda la propria indipendenza. Dall’altra, interpreta tali problemi attraverso una concezione della modernità che attribuisce alla tradizione liberale europea una posizione privilegiata. Il suo contributo documenta pertanto non soltanto le preoccupazioni relative alla nuova classe dirigente indonesiana, ma anche le categorie culturali con cui un osservatore europeo cerca di comprenderne il percorso all’inizio degli anni Cinquanta del secolo scorso.
Nel 1952, la questione della modernità indonesiana non è più separabile da quella dell’autonomia politica appena conquistata. Per Neys, tuttavia, l’indipendenza dello Stato non basta: occorre che si formi un’élite capace di esercitare una funzione critica anche nei confronti delle forze che hanno contribuito alla nascita della nazione.
Il suo interrogativo riguarda quindi il futuro dell’intelligentsia, ma apre anche una questione più ampia: fino a che punto la formazione di una cultura intellettuale autonoma debba coincidere con l’adesione a un modello occidentale di libertà e razionalità. È in questa tensione, fra le difficoltà effettive della costruzione dello Stato e i criteri impiegati per interpretarle, che il testo di Neys acquista il suo significato storico.
Del resto, i dubbi sulla ‘tentazione autocratica’ rimangono attuali, e non possono essere considerati solamente la preoccupazione di un intellettuale olandese del 1952:
En de intelligentsia zelf? Zullen er voldoende onder haar zijn, die zich geroepen voelen tot het „clercschap”? De verleiding om te bezwijken is talloos van vorm: voor de verlokking van een voorspoedige maatschappelijke carrière, voor de absorberende spanning van het politieke leven, voor een gemakkelijke onderwerping aan autocratisch gezag en Islam, bovenal voor de verlokking om te behagen aan hen, bij wie thans de centra der daadwerkelijke macht zijn: de gewapenden, de georganiseerde arbeiders en de virulente politieke „djago’s”. In bijna elk facet van de positie der intelligentsia ligt een spanningsfactor verborgen, die zich ieder ogenblik onverhuld kan realiseren en haar geestelijke invloed kan verlammen.
E l’intelligentsia stessa? Ci saranno al suo interno abbastanza persone che si sentano chiamate alla funzione del clerc, dell’intellettuale indipendente?
Le tentazioni di cedere assumono innumerevoli forme: il richiamo di una brillante carriera sociale, la tensione assorbente della vita politica, la facile sottomissione all’autorità autocratica e all’Islam; e soprattutto la tentazione di compiacere coloro presso i quali si concentrano attualmente i centri del potere effettivo: gli uomini armati, i lavoratori organizzati e i djago politici più aggressivi.
In quasi ogni aspetto della posizione dell’intelligentsia si nasconde un fattore di tensione, che può manifestarsi apertamente in qualsiasi momento e paralizzarne l’influenza intellettuale.
K. Neys, De Indonesische Intelligentsia. Poging tot een plaatsbepaling, cit., p. 410.

Il Paese ha conosciuto profonde trasformazioni economiche, sociali e tecnologiche; resta tuttavia aperta la questione del rapporto fra queste trasformazioni e la formazione di una cultura critica capace di interrogare anche le autorità, le tradizioni e i centri di potere della società.
La riflessione di Neys conserva così la sua attualità: l’autonomia critica dell’intelligentsia rimane problematica quando le forze dalle quali essa dovrebbe mantenere le distanze costituiscono, al tempo stesso, il fondamento della sua legittimità sociale e politica.
È proprio in questa tensione che si misura la possibilità per gli intellettuali di esercitare una funzione critica indipendente, senza subordinare il proprio giudizio alle autorità, alle appartenenze e agli interessi che strutturano la società in cui operano.

