Il 6 settembre 2026 la Gereja Protestan Maluku (GPM), la Chiesa protestante delle Molucche, ha celebrato il suo novantunesimo anniversario. Nell’occasione, il reverendo Rudy Rahabeat, presidente del Consiglio della Congregazione GPM Sion di Ambon, ha pubblicato sul portale della comunione delle Chiese protestanti indonesiane (PGI) una riflessione intitolata Decolonial Imagination 91 Years of GPM.

Più che una commemorazione, il testo offre uno spunto per interrogarsi sul modo in cui una Chiesa nata nel contesto coloniale rilegge la propria storia e cerca di definire il proprio ruolo nell’Indonesia contemporanea.
La data del 6 settembre 1935 costituisce il riferimento fondamentale di questa narrazione. In quell’anno la GPM acquisì la propria indipendenza ecclesiastica, dieci anni prima della proclamazione dell’indipendenza indonesiana. Rahabeat interpreta tale passaggio come «il seme della libertà» e riconosce nella decolonizzazione una missione che non si esaurisce con la fine del dominio olandese.
Le sue parole sono illustrative:
Boleh dikatakan keputusan kemandirian GPM adalah benih-benih kemerdekaan. Merdeka dari belenggu-belenggu ideologis, politik, sosial budaya. Hendrik Kraemer seorang misiolog awam Belanda menyebutkan bahwa missi selalu mengalami transformasi.
Si può affermare che la decisione di rendere indipendente la GPM abbia gettato i semi della libertà: una libertà dalle catene ideologiche, politiche e socioculturali. Hendrik Kraemer, teologo laico e missiologo olandese, sottolinea che la missione è soggetta a una continua trasformazione.
Imajinasi Dekolonial 91 Tahun GPM, Immaginare la decolonizzazione: 91 anni della GPM, PGI, 6 settembre 2026.
La scelta delle parole è significativa: la libertà non viene presentata soltanto come una condizione istituzionale acquisita, ma come un processo che deve continuare a produrre conseguenze nella vita della Chiesa e della società.
È proprio questo spostamento a rendere interessante la riflessione. La GPM non viene rappresentata semplicemente come il risultato della progressiva emancipazione delle comunità cristiane locali dalle strutture missionarie europee; è chiamata, piuttosto, a diventare un soggetto capace di interpretare autonomamente le trasformazioni del proprio tempo.
La questione della decolonizzazione si sposta così dal passato al presente: non riguarda soltanto chi abbia governato la Chiesa, ma anche chi stabilisca oggi le priorità della sua missione, le categorie attraverso cui comprende la società e gli obiettivi ai quali intende contribuire.
Il richiamo a Hendrik Kraemer, teologo e missiologo olandese, introduce una prima tensione. Kraemer aveva riflettuto sulla trasformazione dei territori di missione in Chiese indipendenti, e il suo pensiero viene utilizzato da Rahabeat per sostenere una concezione rinnovata della missione cristiana. È un elemento che impedisce di leggere la decolonizzazione come una semplice opposizione fra un’Europa colonizzatrice e un cristianesimo indonesiano finalmente liberato da ogni influenza esterna.
Una parte degli strumenti con cui la GPM interpreta la propria autonomia proviene proprio dalla riflessione teologica europea; l’indipendenza non richiede necessariamente di cancellare questa eredità, ma di rielaborarla da una posizione diversa, nella quale la Chiesa locale rivendica la responsabilità della propria interpretazione e delle proprie scelte.
Un secondo riferimento, quello a Edward Said e al suo Orientalism, allarga ulteriormente la prospettiva. Rahabeat richiama la critica delle rappresentazioni occidentali che hanno descritto le società orientali come arretrate e bisognose di civilizzazione. La missione civilizzatrice viene così associata al rischio di un’occidentalizzazione mascherata da progresso. Applicato alla storia ecclesiastica, questo ragionamento suggerisce una problematica: in quale misura una Chiesa autonoma può liberarsi non soltanto dalle dipendenze istituzionali, ma anche dai modelli culturali attraverso i quali ha imparato a concepire se stessa.
Il testo non risolve la questione, ma lascia intravedere una concezione della leadership che non si limita alla custodia della tradizione. Il dirigente ecclesiastico è chiamato a interpretare criticamente l’eredità ricevuta, a riconoscere le trasformazioni sociali e a individuare nuove responsabilità per la propria istituzione. La leadership diventa così una funzione di orientamento: non soltanto amministrare una comunità già costituita, ma contribuire a definire il significato della sua presenza nel mondo.
Questa prospettiva emerge con maggiore chiarezza quando Rahabeat prende le distanze da una concezione trionfalistica della missione, e propone una Chiesa impegnata a «umanizzare l’umanità»; il successo ecclesiastico non viene identificato esclusivamente con l’espansione dell’istituzione o con l’affermazione della propria identità religiosa. Secondo il pastore protestante, la missione deve essere dinamica, trasformativa e attenta alle condizioni concrete della società.
Il Vangelo rimane il fondamento dell’azione, ma la sua testimonianza viene collegata alla dignità umana, alla liberazione dalle forme di oppressione e alla costruzione di relazioni sociali più giuste.
È un’impostazione che amplia il campo delle responsabilità ecclesiastiche. Rahabeat estende infatti la critica della decolonizzazione al capitalismo, all’oligarchia e alla discriminazione razziale, immaginando un ordine mondiale più egualitario; non propone un programma politico dettagliato, né specifica quali interventi la GPM dovrebbe intraprendere per tradurre questi obiettivi in pratica. Il suo discorso indica però una direzione: la Chiesa Protestante delle Molucche non dovrebbe limitarsi a intervenire all’interno dei propri confini confessionali, ma interrogarsi sulle strutture che condizionano la vita delle persone e sulle possibilità di trasformarle.
Il riferimento all’era digitale rende ancora più evidente questa concezione della leadership. Rahabeat parla della necessità di liberare le persone dalle «catene digitali» e, contemporaneamente, di utilizzare la tecnologia come strumento di trasformazione sociale. Il programma della GPM per il periodo 2026-2030 individua nella qualità dei servizi nell’era digitale una delle sfide della Chiesa GPM. La leadership ecclesiastica è quindi chiamata a confrontarsi con un ambiente che modifica le relazioni sociali e le modalità della partecipazione, senza limitarsi a trasferire le attività tradizionali su nuovi strumenti tecnologici; anche il digitale diventa un campo nel quale la missione deve essere ripensata.
La prospettiva resta tuttavia attraversata da una tensione. Una Chiesa che si propone come soggetto decoloniale deve essere capace di esercitare la propria autonomia, ma anche di sottoporre a verifica le proprie strutture, le proprie gerarchie e le modalità attraverso cui vengono definite le priorità collettive. Il superamento del passato coloniale non garantisce, da solo, che ogni forma successiva di potere diventi più partecipativa o più sensibile alle esigenze della comunità.
Il testo di Rahabeat non affronta direttamente questi aspetti organizzativi. Non sappiamo quindi, sulla base di questa sola fonte, quanto la concezione esposta corrisponda alle pratiche effettive della leadership della GPM. Possiamo però riconoscere il modello verso il quale il discorso sembra orientarsi: una guida ecclesiastica che trova la propria legittimità non soltanto nella continuità istituzionale, ma nella capacità di interpretare il cambiamento e di attribuire alla Chiesa una funzione nella trasformazione della società.
Anche la memoria delle crisi contribuisce a definire questa immagine. Rahabeat ricorda il Movimento di pentimento del 1960 (Pesan Tobat, documento di riflessione e rinnovamento storico per la GPM), la tragedia umanitaria del 1999 e la pandemia di Covid-19, inserendoli nella storia di una comunità che ha attraversato momenti difficili senza perdere la propria continuità. Il riferimento al 1999 richiama una delle fratture più dolorose della storia contemporanea delle Molucche, segnata dal conflitto interreligioso.
La riflessione non ricostruisce le dinamiche della violenza né affronta nel dettaglio le responsabilità delle diverse parti; utilizza piuttosto quella memoria per sottolineare la capacità della Chiesa di resistere alle crisi e maturare attraverso di esse. La questione della leadership emerge anche qui: custodire la memoria non significa soltanto celebrare la sopravvivenza dell’istituzione, ma confrontarsi con le conseguenze delle fratture che hanno segnato la società nella quale essa opera.
In questa prospettiva, la gratitudine evocata all’inizio dell’articolo assume un significato che va oltre la celebrazione dell’anniversario. Per Rahabeat, essere grati non significa riconoscere soltanto i successi, ma mantenere la propria fiducia anche di fronte alle difficoltà; la Chiesa viene invitata a interpretare la propria storia come un percorso di maturazione, nel quale la continuità della fede non esclude la necessità di rinnovare il proprio modo di agire.
La riflessione per il novantunesimo anniversario lascia dunque intravedere una GPM che aspira a essere più di un’istituzione religiosa erede della missione coloniale. Il modello di leadership che emerge è quello di una Chiesa autonoma nella propria interpretazione, consapevole delle eredità storiche, capace di leggere criticamente il presente e disposta a ridefinire la propria missione di fronte alle trasformazioni sociali e tecnologiche.
Non è possibile stabilire, sulla base di un solo intervento, quanto questo orientamento sia condiviso nell’intera istituzione o tradotto nelle sue pratiche quotidiane; è però significativo che la decolonizzazione venga proposta non soltanto come memoria dell’indipendenza del 1935, ma come criterio per pensare il futuro.
Rahabeat conclude con l’immagine della GPM che continua a navigare attraverso le correnti della storia, affidando la direzione del proprio cammino a Gesù Cristo, il «Grande Capitano». La metafora riassume una concezione nella quale la guida ecclesiastica deve mantenere una direzione riconoscibile senza pretendere che il percorso sia privo di incertezze.
In vista del centenario, la questione non è soltanto quale eredità la Chiesa abbia ricevuto, ma quale capacità di interpretazione e di trasformazione saprà esercitare; la decolonizzazione diventa così una prova di autonomia non solo rispetto al passato, ma anche rispetto alla possibilità di immaginare, e poi realizzare, un ruolo nuovo nella società indonesiana.

