La storia delle missioni protestanti nelle Indie Orientali Olandesi viene spesso raccontata attraverso le figure dei missionari, le conversioni, le scuole e i rapporti con le autorità coloniali. È una prospettiva necessaria, ma insufficiente, e dietro l’azione del singolo missionario esisteva infatti un problema più profondo, come trasformare un’attività inizialmente fondata sulla presenza e sull’iniziativa europea in una struttura religiosa capace di sopravvivere, crescere e infine essere guidata dalla popolazione locale.
In questa prospettiva, la professionalizzazione della missione e la sua progressiva organizzazione costituiscono una fase decisiva che precede e rende concretamente possibile l’indigenizzazione, ovvero il progressivo trasferimento alle comunità cristiane locali delle responsabilità, delle competenze e delle funzioni precedentemente esercitate dal personale missionario europeo.
Questa trasformazione è già evidente nel 1912, quando lo Zendingsstudie Raad descrive una missione ormai orientata verso la formazione sistematica, la specializzazione e il coordinamento delle proprie attività.

La fonte descrive una realtà che all’inizio del Novecento sta rapidamente superando il modello della missione pionieristica. La Zendingsstudie, ancora relativamente nuova nei Paesi Bassi, viene concepita come uno strumento per sviluppare sistematicamente la conoscenza della missione, formare la comunità cristiana e fornire ai diversi organismi missionari materiali, metodi e personale adeguatamente preparato. Non si tratta più semplicemente di suscitare entusiasmo religioso, in quanto l’obiettivo dichiarato è la “Zendingsopvoeding der gemeente”, l’educazione missionaria della comunità.
L’autore, Willem Gunning, è esplicito nella sua relazione:
Men bedoelt in één woord de Zendings opvoeding der gemeente. Daarbij wil men nu meer 78 stelselmatig, meer ordelijk, tewerk gaan, dan tevoren het geval is geweest.
In una parola, l’obiettivo è l’educazione missionaria della comunità, da perseguire ora attraverso un’azione più sistematica e organizzata rispetto al passato.
Gunning, W.J., Eerste Verslag van den Zendingsstudie Raad 1909-1911, Zendingsjaarboekje Voor Het Jaar 1912, p. 77.
Questa indicazione non è stata formulata da un autore occasionale, ma dal principale promotore, co-fondatore e segretario del Zendingsstudie Raad, che sta tracciando un vero e proprio programma per il futuro. Per questa ragione, le sue osservazioni sono particolarmente significative, e non possono essere considerate come una semplice descrizione della realtà missionaria del momento, ma devono essere lette come l’espressione di un preciso progetto di trasformazione della missione.
Si tratta di una trasformazione significativa perché introduce nella missione una crescente divisione delle competenze. Vengono creati circoli di studio, conferenze, commissioni, manuali e guide, mentre l’attività editoriale assume dimensioni tali da richiedere una vera organizzazione editoriale, e anche gli insegnanti cristiani diventano oggetto di una formazione specifica. Il missionario, dunque, non è più soltanto il pioniere che parte verso un territorio lontano portando con sé la propria vocazione e la propria esperienza, ma diventa progressivamente un professionista inserito in una rete di conoscenze, istituzioni e procedure.
Questa transizione riveste una particolare importanza per comprendere la missione nelle Indie Orientali Olandesi. Il missionario che opera nella colonia non nasce intellettualmente nel momento in cui sbarca a Batavia o in un’altra località dell’arcipelago. Porta con sé categorie interpretative, conoscenze, metodologie e obiettivi che sono stati elaborati anche nella madrepatria. La missione coloniale deve quindi essere studiata in entrambe le direzioni: attraverso ciò che avviene sul campo e attraverso l’ambiente religioso e intellettuale che prepara il personale destinato a operarvi.

Il caso di Islam en Christendom è, sotto questo profilo, particolarmente rivelatore. Il libro viene utilizzato dalla maggior parte dei circoli di studio e raggiunge una diffusione eccezionale per la letteratura missionaria dell’epoca; ad esso viene affiancata una guida specifica per lo studio. L’islam non appare quindi soltanto come una realtà incontrata dai missionari nelle Indie, ma come un oggetto di conoscenza che viene studiato, organizzato e trasmesso prima e al di fuori dell’esperienza coloniale diretta. Le rappresentazioni dell’islam che incontreremo poi nelle fonti missionarie delle Indie possono essere comprese meglio se vengono ricondotte a questo più ampio circuito di formazione.
È qui che emerge il rapporto fra professionalizzazione e indigenizzazione, che non può essere ridotta alla semplice crescita numerica dei convertiti locali. Una comunità può essere composta quasi interamente da indigeni e continuare a dipendere in modo sostanziale dal personale europeo per la predicazione, l’insegnamento, l’amministrazione e la formazione religiosa. L’indigenizzazione in senso pieno implica invece il trasferimento progressivo delle funzioni e dell’autorità ecclesiastica alla popolazione locale.
Perché questo trasferimento possa avvenire, però, occorrono strutture capaci di trasferire competenze, come scuole, seminari, sistemi di formazione, manuali, procedure, ruoli definiti e istituzioni che possano continuare a funzionare oltre la vita del singolo missionario. In altre parole, è difficile indigenizzare una missione che rimane fondamentalmente personale e dipendente dal carisma di pochi individui, ma diventa possibile quando la missione si organizza.
Questo punto permette anche di comprendere una differenza strutturale fra le esperienze cattolica e protestante. Il cattolicesimo poteva contare su una struttura ecclesiastica transnazionale e su forme istituzionali consolidate da secoli: diocesi, parrocchie, ordini religiosi, seminari, clero e forme definite di autorità. La formazione di un clero locale poteva quindi avvenire all’interno di un’architettura ecclesiastica già esistente; il protestantesimo missionario olandese, al contrario, si trovava spesso nella necessità di costruire progressivamente le infrastrutture attraverso cui una missione poteva trasformarsi in una Chiesa locale.

Non si tratta naturalmente di una differenza assoluta, né di un giudizio sulla superiorità di un modello rispetto all’altro, ma di due differenti condizioni istituzionali. Nel caso protestante, la professionalizzazione della missione assume perciò un’importanza particolare: organizzare il sapere, formare il personale e creare istituzioni non serve soltanto a rendere più efficiente l’attività missionaria europea. Crea anche, indirettamente, gli strumenti necessari affinché alcune di quelle funzioni possano essere successivamente trasferite a personale indigeno.
La sequenza storica può quindi essere letta in termini relativamente chiari: dalla fase pionieristica ed eroica si passa alla professionalizzazione; dalla professionalizzazione all’istituzionalizzazione; dall’istituzionalizzazione alla formazione sistematica del personale locale; e da questa, progressivamente, all’indigenizzazione. Non si tratta di una successione automatica né priva di conflitti, in quanto il controllo europeo può sopravvivere a lungo dentro strutture formalmente più autonome; in assenza di un’organizzazione strutturata, tuttavia, l’indigenizzazione rimane necessariamente limitata.
Il valore delle fonti come lo Zendingsjaarboekje sta dunque anche nel mostrare ciò che precede la trasformazione visibile sul terreno. Prima che una Chiesa locale possa assumere responsabilità proprie, deve esistere un sistema capace di formare, trasmettere e organizzare quelle responsabilità.
La storia della missione nelle Indie Orientali Olandesi non è quindi soltanto la storia di europei che predicano agli indigeni, ma anche quella della progressiva costruzione di un’infrastruttura religiosa attraverso la quale la missione europea poteva, almeno in prospettiva, smettere di essere indispensabile.
E’ proprio questa traiettoria che contribuisce a spiegare la strutturazione attuale delle Chiese protestanti in Indonesia, secondo una configurazione progressivamente costruita per poter sopravvivere nel tempo alla presenza dei missionari che ne avevano posto le fondamenta. L’indigenizzazione, in questo senso, non rappresentò la fine dell’organizzazione missionaria, ma il risultato della sua progressiva trasformazione in una struttura capace di sopravvivere ai propri fondatori.

