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Nel 1950 la sovranità olandese sull’Indonesia è ormai terminata e la Chiesa Cattolica deve confrontarsi con una realtà politica completamente nuova. Un documento della stampa missionaria dell’epoca mostra le preoccupazioni, le speranze e le incertezze di una Chiesa chiamata a ridefinire la propria presenza nel Paese, mentre il legame con i Paesi Bassi rimane ancora essenziale.

In 1950, Dutch sovereignty over Indonesia had come to an end, and the Catholic Church was facing a completely new political reality. A document from the Catholic missionary press of the period reveals the concerns, hopes and uncertainties of a Church seeking to redefine its presence in the country, while its ties with the Netherlands remained essential.

In 1950 was de Nederlandse soevereiniteit over Indonesië ten einde gekomen en werd de katholieke Kerk geconfronteerd met een geheel nieuwe politieke werkelijkheid. Een document uit de katholieke missiepers van die tijd laat de zorgen, verwachtingen en onzekerheden zien van een Kerk die haar plaats in het nieuwe Indonesië opnieuw moest bepalen, terwijl de banden met Nederland nog steeds van groot belang waren.


1950: Un Anno di Transizione

Nel 1950 l’Indonesia si trova davanti a una realtà politica completamente nuova. La sovranità olandese è ormai terminata e la Repubblica degli Stati Uniti d’Indonesia, nata dagli accordi della Conferenza della Tavola Rotonda, deve ancora trovare il proprio equilibrio istituzionale.

Per molti degli attori che avevano operato nell’arcipelago durante il periodo coloniale, la questione non consiste più semplicemente nel continuare il proprio lavoro, ma nel comprendere quale posto potranno occupare nella nuova Indonesia. Tra questi vi è anche la Chiesa cattolica, che si trova a dover ripensare la propria presenza in un Paese nel quale ha operato per decenni sotto un’autorità coloniale straniera.

Un documento pubblicato nel 1950 su Berichten uit Java. Voor de leden van den Sint Claverbond (Notizie da Java. Per i Membri del Sint Claverbond), organo della stampa missionaria cattolica, permette di osservare questo passaggio da una prospettiva particolarmente interessante, perché non racconta la trasformazione a posteriori, quando gli sviluppi successivi sono ormai conosciuti, ma cerca di interpretarla mentre è ancora in corso.

Berichten uit Java, 1950. Chiesa Cattolica. Indonesia. Colonialismo. Missione Cattolica.
Berichten uit Java, 1950 (immagine colorizzata con AI)

Il suo interesse non risiede quindi tanto nell’accuratezza delle previsioni formulate dagli autori, molte delle quali saranno inevitabilmente superate dagli avvenimenti successivi, quanto nel modo in cui una comunità religiosa cerca di definire il proprio futuro in un Paese che non è più una colonia olandese.

La questione che attraversa il documento è in fondo molto semplice: comprendere come una Chiesa che ha operato per decenni all’interno di un ordine coloniale possa continuare a esistere quando quell’ordine non esiste più.


Dalla Sovranità Olandese all’Indonesia Indipendente

Il punto di partenza è rappresentato dal nuovo quadro istituzionale. Il documento richiama lo Statuto dell’Unione, l’Accordo culturale e la Costituzione della Repubblica degli Stati Uniti d’Indonesia (Republik Indonesia Serikat, RIS), soffermandosi soprattutto sulle disposizioni relative ai diritti fondamentali.

La libertà di pensiero, coscienza e religione comprende il diritto di cambiare religione e di professare le proprie convinzioni pubblicamente o privatamente; vengono inoltre formalmente riconosciute la libertà di insegnamento, di associazione e di riunione, il diritto alla proprietà e la possibilità di svolgere attività sociali, educative e caritative.

De toekomst der missie in de Republiek Indonesia Serikat, Berichten uit Java, 1950. Chiesa Cattolica. Indonesia. Colonialismo.
De toekomst der missie in de Republiek Indonesia Serikat, Berichten uit Java, 1950, p.1.

Per una Chiesa che dispone di scuole, istituzioni assistenziali e organizzazioni proprie, queste disposizioni sono naturalmente decisive. Lo stesso discorso si può riproporre per l’Accordo culturale, che garantisce alle associazioni, fondazioni e persone private delle due parti la possibilità di fondare e mantenere istituzioni educative, religiose, sociali e culturali nel territorio dell’altra, entro i limiti stabiliti dalla legge e dall’ordine pubblico.

Eppure gli autori avvertono immediatamente che i principi, da soli, non sono sufficienti:

Laten wij intussen constateren, dat het er op aankomt, dat de Beginselen niet alleen tot
het geduldige papier beperkt blijven, maar ook in de praktijk werkelijk worden uitgevoerd.

Constatiamo intanto che ciò che conta è che i Principi non rimangano confinati alla paziente carta, ma vengano realmente attuati anche nella pratica.

De toekomst der missie in de Republiek Indonesia Serikat, Il Futuro della Missione negli Stati Uniti dell’Indonesia, Berichten uit Java, 1950, p. 3.

De toekomst der missie in de Republiek Indonesia Serikat, Berichten uit Java, 1950. Chiesa Cattolica. Indonesia. Colonialismo.
De toekomst der missie in de Republiek Indonesia Serikat, Berichten uit Java, 1950, p. 3.

La loro esistenza nominale non garantisce necessariamente la loro applicazione nella vita quotidiana e, per sostenere questa considerazione, il testo richiama diversi esempi internazionali nei quali libertà formalmente riconosciute erano state successivamente limitate nella pratica. È un passaggio importante perché mostra quale sia la preoccupazione fondamentale della Chiesa nel nuovo contesto: non tanto ottenere nuove garanzie, quanto capire se quelle già proclamate saranno effettivamente rispettate.

Secondo gli autori, inoltre, i nuovi principi indonesiani derivano in larga misura dalla concezione dei diritti elaborata in ambito internazionale e dalle Nazioni Unite, più che da una lunga maturazione interna della società. È una valutazione naturalmente condizionata dalla prospettiva missionaria, ma rivela bene l’incertezza con cui la Chiesa guarda alla nuova Repubblica. Il problema non è più il rapporto con l’amministrazione coloniale olandese, che appartiene ormai al passato, bensì la capacità delle nuove istituzioni indonesiane di trasformare le proprie dichiarazioni di principio in una realtà stabile.

Per la Missione, questa differenza è fondamentale, perché la libertà religiosa non riguarda soltanto la possibilità individuale di professare una fede: significa poter mantenere scuole, organizzazioni, opere sociali e assistenziali, formare il proprio personale e svolgere pubblicamente la propria attività senza essere subordinati a una religione maggioritaria.


Islam e Nazionalismo

È all’interno di questo problema generale che il documento affronta la questione dell’islam. La prospettiva degli autori è quella di una comunità cristiana che per lungo tempo ha percepito l’islam come una delle principali forze capaci di limitare la propria attività. Il testo ricorda esplicitamente la posizione che, secondo la loro interpretazione, l’islam avrebbe goduto durante il periodo coloniale.

La nuova situazione politica viene però descritta come qualcosa di diverso. Gli autori distinguono tra le diverse correnti presenti nella società indonesiana, dal Darul Islam, presentato come la forma più radicale e minacciosa per la presenza cristiana, all’Ahmadiyya, descritta invece come favorevole alla libertà religiosa, fino al Masjumi, considerato il principale rappresentante delle correnti islamiche moderate.

Il testo è esplicito in questo senso:

Dat derhalve de Islam zal trachten haar bevoorrechte positie te handhaven is begrijpelijk. Doch dat heeft dan ernstige consequenties. Momenteel lezen wij voortdurend in de kranten over de terreur van de Darul Islam, welke de meest felle vertegenwoordiging van de Islam uitmaakt en middels de „heilige oorlog” haar suprematie zal trachten af te dwingen. Dat het Christendom van deze zijde alles te vrezen heeft is zonder meer duidelijk.

È quindi comprensibile che l’Islam cerchi di mantenere la propria posizione privilegiata. Ma ciò comporta conseguenze serie. Attualmente leggiamo continuamente sui giornali notizie sul terrore del Darul Islam, che rappresenta la componente più radicale dell’Islam e cercherà di imporre la propria supremazia attraverso la «guerra santa». Che da questa parte il cristianesimo abbia tutto da temere è del tutto evidente.

De toekomst der missie in de Republiek Indonesia Serikat, cit., p. 5.

De toekomst der missie in de Republiek Indonesia Serikat, Berichten uit Java, 1950. Chiesa Cattolica. Indonesia. Colonialismo.
De toekomst der missie in de Republiek Indonesia Serikat, Berichten uit Java, 1950, p. 5.

Anche in questo caso il documento non offre una descrizione neutrale: si tratta della lettura di una Chiesa che sta cercando di capire quali forze politiche e religiose potranno condizionare la propria libertà d’azione. Il riferimento alla proposta di rendere obbligatorio l’insegnamento islamico nelle scuole statali, respinta al Congresso interindonesiano sull’istruzione di Yogyakarta nell’ottobre 1949, mostra tuttavia quale fosse una delle questioni concrete attraverso cui questa preoccupazione si manifestava.

Il passaggio più significativo è però quello dedicato al nazionalismo. Per decenni il movimento nazionale era stato percepito dalle missioni cristiane in Asia come una forza ostile, anche perché il cristianesimo poteva essere facilmente identificato con la presenza delle potenze coloniali. Nel 1950, secondo gli autori, questa equazione non è più sostenibile. L’indipendenza indonesiana ha cambiato il problema e i cattolici indonesiani possono ormai essere considerati parte della nuova nazione.

Il documento insiste quindi sulla memoria della presenza cattolica durante gli anni precedenti. Viene ricordato padre Van Lith e l’impegno della Missione nell’istruzione degli indigeni e nell’attività caritativa, mentre si sottolinea come i missionari avessero continuato a svolgere il proprio lavoro anche nei momenti più difficili della rivoluzione. Il testo richiama inoltre la partecipazione dei cattolici giavanesi alla lotta per l’indipendenza e l’azione della Chiesa in favore dell’uguaglianza dei popoli e dell’istruzione della popolazione indigena.

Questa ricostruzione ha una funzione precisa: dimostrare che la Chiesa cattolica non deve essere identificata con l’Olanda e che la sua presenza nella nuova Indonesia non costituisce necessariamente una continuazione del dominio coloniale sotto forma religiosa. È significativo, in questo senso, il rilievo attribuito alla consacrazione di Albertus Soegijapranata. La presenza di un vescovo indonesiano non viene presentata soltanto come un avvenimento ecclesiastico, ma come il compimento di un processo nel quale la Chiesa cerca di mostrare la propria capacità di assumere una forma autenticamente locale.

Il problema dell’indigenizzazione, dunque, non riguarda più soltanto la composizione del clero, e diventa una questione molto più ampia: la Chiesa deve dimostrare di poter appartenere alla nuova società senza rinunciare alla propria identità religiosa.


Una Chiesa tra Emancipazione e Dipendenza

È proprio qui che il documento rivela una delle sue contraddizioni più interessanti. Da una parte la Chiesa afferma con decisione la necessità di emanciparsi dall’associazione con il vecchio potere coloniale e sottolinea il carattere indonesiano della propria presenza. Dall’altra continua a dipendere in modo considerevole dai Paesi Bassi per le risorse economiche, per la formazione e per il sostegno intellettuale.

L’appello rivolto ai cattolici olandesi è esplicito. Anche se il Regno dei Paesi Bassi ha cessato di esercitare il proprio potere nelle ormai ex Indie Orientali Olandesi, diventate l’Indonesia, si afferma che:

Niet onderschatten mogen wij een zeker pessimisme en défaitisme, dat wij vandaag in het oude Moederland constateren en dat zo gemakkelijk kan voorbijzien, dat al moge het Koninkrijk der Nederlanden in Indonesië hebben opgehouden te bestaan het Koninkrijk Gods moet blijven voortleven en derhalve de onontbeerlijke steun van Katholiek Nederland zal blijven vorderen.

Non dobbiamo sottovalutare un certo pessimismo e disfattismo che oggi constatiamo nella vecchia madrepatria e che può facilmente trascurare il fatto che, per quanto il Regno dei Paesi Bassi abbia cessato di esistere in Indonesia, il Regno di Dio deve continuare a vivere e continuerà pertanto a richiedere l’indispensabile sostegno dei cattolici dei Paesi Bassi.

De toekomst der missie in de Republiek Indonesia Serikat, cit., p. 8.

De toekomst der missie in de Republiek Indonesia Serikat, Berichten uit Java, 1950. Chiesa Cattolica. Indonesia. Colonialismo.
De toekomst der missie in de Republiek Indonesia Serikat, Berichten uit Java, 1950, p.8.

La distinzione tra i due piani è teologicamente molto chiara, ma sul piano concreto la situazione è più complessa: la nuova Chiesa indonesiana deve diventare autonoma proprio mentre le strutture che l’hanno sostenuta per decenni rimangono ancora indispensabili.

La stessa difficoltà emerge quando il documento parla della formazione degli intellettuali. Gli autori lamentano che l’Università Cattolica di Nimega non abbia potuto organizzare prima una formazione completa negli studi indologici e si domandano se non sia ormai troppo tardi per preparare una nuova generazione capace di comprendere l’Indonesia. È una preoccupazione che va oltre la semplice formazione missionaria: la Chiesa si rende conto che la sua presenza incisiva nella società richiede il possesso di strumenti intellettuali adeguati a comprenderla.

Anche le considerazioni sul nazionalismo e sulla modernizzazione devono essere lette in questa prospettiva. Gli autori osservano con preoccupazione il rapido abbandono di molte tradizioni locali e l’orientamento verso la scienza, la tecnica e i modelli occidentali. Temono che l’Indonesia possa acquisire gli strumenti materiali della modernità senza conservarne, secondo la loro visione, il contenuto spirituale, producendo una forma di «neopaganesimo». Allo stesso modo, il riferimento alla Massoneria e alla sua presunta influenza appartiene chiaramente alla polemica cattolica dell’epoca e va considerato come una presa di posizione della fonte, non come una descrizione oggettiva della società indonesiana.

Infine rimane l’incertezza politica. Il documento prende in considerazione la possibilità di una vittoria comunista e quella di un periodo di caos, ma ammette apertamente di non poter prevedere quale direzione prenderà l’Indonesia. La Chiesa dichiara di essere pronta anche alla persecuzione, richiamando l’esperienza delle comunità cristiane nei paesi comunisti, ma allo stesso tempo individua nella libertà religiosa e nell’applicazione effettiva dei diritti fondamentali le condizioni necessarie per poter continuare il proprio lavoro.

È forse proprio questa incertezza a rendere il documento particolarmente interessante. Non siamo davanti alla storia della Chiesa cattolica indonesiana già formata, né di fronte alla ricostruzione di un percorso del quale l’esito è già noto; la fonte del 1950, invece, affronta il problema di una Chiesa che sta cercando di comprendere quale sarà il proprio posto in un Paese che ha appena acquisito la sovranità politica.

Nel 1950 il problema non è più come operare all’interno dell’ordine coloniale olandese, ma come trasformare un’eredità missionaria sviluppatasi durante quel periodo in una presenza religiosa legittima e autonoma nello Stato indonesiano. La consacrazione di un vescovo indonesiano, la partecipazione dei cattolici alla vita nazionale, l’istruzione degli indigeni e la difesa della libertà religiosa vengono così utilizzate per costruire una nuova legittimità; nello stesso tempo, però, la necessità di continuare a ricevere sostegno dai Paesi Bassi mostra quanto questo processo sia ancora incompleto.

Ciò che emerge dalla fonte è soprattutto la consapevolezza di trovarsi davanti a un passaggio che non può essere affrontato con le categorie del passato. La fine della presenza politica olandese non significa infatti la fine della presenza cattolica, ma impone alla Missione di ridefinire il proprio rapporto con il Paese nel quale opera. Ed è significativo che, mentre afferma la necessità di una Chiesa sempre più radicata nella società indonesiana, il documento rivolga ancora alla vecchia madrepatria un appello esplicito al sostegno.

Questa apparente contraddizione è forse l’aspetto più interessante della testimonianza. Nel 1950 la separazione tra l’Olanda e l’Indonesia è ormai un fatto politico, mentre sul piano religioso, culturale e materiale il distacco è ancora in corso. La fonte non registra quindi una situazione ormai definita, ma il momento nel quale la Chiesa cerca di capire come continuare la propria missione in Indonesia dopo la fine dell’ordine che ne aveva accompagnato la crescita. Una transizione, appunto, ancora vissuta e non definita.


Letture Consigliate

  • Bank, J. (1984). Katholieken en de Indonesische revolutie. Dieren: De Bataafsche Leeuw.
  • Sint Claverbond. (1950). De toekomst der missie in de Republiek Indonesia Serikat. In Berichten uit Java. Voor de leden van den Sint Claverbond. Nijmegen: Stichting Sint Claverbond.
  • Anasari, D. (2017). Peran Albertus Soegijapranata dalam kegiatan misionaris Indonesia pada masa awal kemerdekaan tahun 1945–1949. Risalah, 4(5).

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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