Nel 1926, il rapporto fra islam e comunismo era già oggetto di un vivace dibattito nella stampa delle Indie Orientali Olandesi; una testimonianza coeva si trova nel Mededeelingen. Tijdschrift voor Zendingswetenschap, (Comunicati. Rivista di Scienza della Missioni) che in quell’anno pubblicò una rassegna della stampa indigena giavanese e malese relativa ai primi mesi del 1926.
La fonte merita attenzione anche per il modo in cui presenta il proprio lavoro. Il compilatore apre la rassegna richiamando una considerazione del missionario Samuel Zwemer (It is increasingly important, to make a careful and sympathetic. study of the contents of the daily papers and periodicals), tratta dal suo contributo Present-day Journalism in the World of Islam, pubblicato nel volume collettivo The Moslem World of To-day curato da John Mott.
L’invito di Zwemer è dunque quello di studiare con attenzione e con spirito di comprensione il contenuto dei quotidiani e dei periodici del mondo islamico; l’autore aggiunge che la validità di questa osservazione gli è apparsa evidente anche nel lavoro di preparazione della presente rassegna, basata sui prospetti trimestrali della stampa indigena forniti dal bureau Volkslectuur.

È sotto il titolo «Godsdienst», religione, che compare quello che il compilatore considera il fenomeno più significativo: il progressivo avvicinamento del comunismo al mondo islamico, e il comunismo viene descritto come un movimento originariamente ostile, o almeno indifferente, alla religione. Eppure, alcune pubblicazioni musulmane arrivavano a sostenere che esso non fosse necessariamente incompatibile con l’Islam.
Fra queste viene ricordata la Medan Moeslimin, classificata nella rassegna come comunista e islamica allo stesso tempo. Secondo quanto riportato dalla fonte del 1926:
Genoemd blad, dat trouwens C. en Islamitisch is, en waarin men deze beschouwingen alzoo het eerste kan verwachten, heeft dan ook in het no. van 20 Jan. een artikel, dat zegt dat het communisme ten doel heeft het verdrukte en uitgezogen volk te vereenigen om verbetering van het bestaan te verkrijgen en het den weg naar de reine waarheid te wijzen, waarom het communisme niet in strijd is met den Islam (men leze den Koran en men leze de communistische boeken).
Il suddetto giornale, che del resto è sia comunista sia islamico, e nel quale dunque ci si potrebbe aspettare di trovare per primo simili considerazioni, pubblicò infatti nel numero del 20 gennaio un articolo nel quale si afferma che il comunismo ha come obiettivo quello di unire il popolo oppresso e sfruttato, per ottenere un miglioramento delle condizioni di vita e indicargli la via verso la pura verità; per questo il comunismo non è in contrasto con l’Islam («si legga il Corano e si leggano i libri comunisti»)
Uit de javaansch-maleische pers, Dalla Stampa Giavanese e Malese, Mededeelingen. Tijdschrift voor Zendingswetenschap, 1926, p. 155.

La posizione non era però condivisa dalla stampa indigena nel suo complesso. Pandji Poestaka, classificato come neutrale, sosteneva l’incompatibilità fra religione e comunismo, ma il dibattito assumeva rapidamente una dimensione più ampia. Soeara Tapanoeli, ad esempio, collegava la questione alla diffusione dell’istruzione e alla politica coloniale. Il giornale osservava che la popolazione di Tapanoeli (odierna Tapanuli, Sumatra Nord), come quella di altre regioni delle Indie Orientali Olandesi, chiedeva nuove scuole e contestava l’idea che l’istruzione potesse essere separata dalla politica.
Secondo l’autore dell’articolo, il governo coloniale avrebbe potuto utilizzare l’istruzione come strumento nella lotta contro il comunismo. Il sostegno alle scuole della missione cristiana poteva quindi essere interpretato non soltanto come una politica educativa, ma come una componente della strategia con cui l’amministrazione cercava di contenere la diffusione delle idee rivoluzionarie.
Il tema ritorna in altre pubblicazioni, dove il rapporto fra islam e comunismo viene osservato direttamente dal punto di vista della mobilitazione politica. Un articolo riportato nella rassegna sostiene che i musulmani stessero giungendo alla convinzione che lo spirito rivoluzionario non appartenesse esclusivamente ai comunisti, ma dovesse essere proprio di ogni popolo oppresso. La solidarietà fra musulmani e comunisti viene quindi collocata all’interno di un fenomeno internazionale.
A sostegno di questa interpretazione vengono ricordati i rapporti instaurati fra la Russia sovietica e alcuni protagonisti del mondo musulmano, da Mustafa Kemal a Sultan al Atrash e Abdul Karim.
Secondo l’autore dell’articolo, ciò che stava accadendo fuori dalle Indie avrebbe potuto ripetersi anche nell’arcipelago:
Zal de reactie succes hebben bij haar pogingen om de totstandkoming eener eenheid tusschen de revolutionaire Moslims en de communisten te beletten?
La reazione avrà successo nei suoi tentativi di impedire la realizzazione di un’unità tra i musulmani rivoluzionari e i comunisti?
Uit de javaansch-maleische pers, cit., p. 156.

Ed è proprio questa possibilità a provocare reazioni contrarie negli ambienti islamici delle Indie Olandesi. La rassegna registra gli attacchi rivolti ai dirigenti della Sarekat Islam, in particolare Soeroso e Tjokroaminoto, contrari alla connessione fra Islam e comunismo. Allo stesso tempo, giornali di orientamento diverso cercavano di spiegare il fenomeno in termini propri.
Sedio Tomo, ad esempio, insisteva sulla necessità di distinguere religione e comunismo. Dopo aver criticato la situazione russa, l’articolo sosteneva che la religione costituisse uno strumento per contrastare la criminalità, disciplinare l’individuo e orientarlo verso una vita moralmente ordinata. Stato e religione avrebbero quindi dovuto collaborare nel contrastare il comunismo, mentre il governo avrebbe dovuto alleviare le condizioni di oppressione e sofferenza che alimentavano il malcontento.
È una posizione interessante perché non si limita a respingere il comunismo. Ne riconosce implicitamente anche una delle condizioni di diffusione: l’esistenza di povertà, sfruttamento e insoddisfazione sociale.
Il problema emerge nuovamente nella vicenda delle organizzazioni musulmane e delle manifestazioni religiose. Quando a Djocja (attuale Yogyakarta, Giava Centrale) venne impedita una processione in occasione della celebrazione della cosiddetta ‘ascensione’ di Maometto, la stampa reagì secondo orientamenti differenti. Alcuni giornali interpretarono il provvedimento come una questione di libertà religiosa e di rapporto fra il governo coloniale e la popolazione musulmana. Altri, invece, come Api, collegavano la vicenda alla necessità di rafforzare l’unità delle associazioni islamiche e sostenevano che i musulmani non dovessero considerare con ostilità il movimento operaio, allora fortemente influenzato dai comunisti.
Anche la controversia relativa all’associazione islamica Moealimin veniva letta attraverso questa lente. Per alcuni, la presenza comunista nelle associazioni religiose poteva essere letta come un segnale della possibilità di una collaborazione fra le due componenti; per altri, poteva invece apparire come una forma di penetrazione politica.
Darmo Kondo, infine, traeva dalla vicenda una conclusione ancora diversa, in quanto l’islam, proprio perché rappresentava una forza sociale importante, poteva essere utilizzato da organizzazioni politiche differenti; il problema, secondo il giornale, era evitare che la competizione fra gruppi producesse nuovo odio fra le diverse componenti della popolazione.
La rassegna delle Mededeelingen restituisce così un’immagine tutt’altro che uniforme. Nel 1926 non esisteva una sola risposta islamica al comunismo, così come non esisteva un’unica interpretazione politica del rapporto fra religione e rivoluzione.
Alcuni giornali vedevano nella collaborazione con i comunisti una possibilità concreta di mobilitazione contro lo sfruttamento; altri consideravano l’ideologia comunista incompatibile con l’islam; altri ancora temevano che la religione potesse diventare uno strumento nelle mani delle diverse forze politiche.
Il valore della fonte sta proprio in questa pluralità di prospettive. Non dimostra che islam e comunismo fossero destinati a convergere, né che tale convergenza fosse condivisa dalla società islamica delle Indie.
Dimostra qualcosa di più circoscritto, ma forse proprio per questo più significativo: nel 1926 la possibilità di una convergenza fra Islam e comunismo era già sufficientemente concreta da essere discussa, difesa e contestata sulle pagine della stampa indigena. Non si trattava dunque di una semplice importazione ideologica né di una convergenza uniforme: esistevano correnti musulmane disposte a riconoscere nel comunismo un possibile alleato, così come esistevano esponenti islamici che ne rifiutavano apertamente l’ideologia e le implicazioni.
La questione, del resto, non sarebbe scomparsa con gli anni Venti. Nel 1957, in un’Indonesia ormai indipendente e attraversata da tensioni politiche assai diverse da quelle delle Indie Olandesi, il rapporto fra Islam e comunismo sarebbe tornato nuovamente al centro del dibattito, con posizioni che ne rivendicavano la possibile compatibilità e altre che la consideravano invece radicalmente esclusa.
Il contesto era cambiato, gli attori erano cambiati e anche il significato politico delle due correnti era mutato. Il rapporto fra islam e comunismo, tuttavia, sarebbe tornato ancora una volta al centro del dibattito, mostrando come la possibilità di una convergenza, così come la sua negazione, continuassero a costituire due posizioni presenti nella storia politica indonesiana.


