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L’espansione del cristianesimo nelle Indie Orientali poneva alla missione protestante un problema che non poteva essere risolto semplicemente aumentando il numero degli evangelizzatori europei. La distanza geografica, la scarsità del personale e soprattutto la differenza linguistica e culturale rendevano evidente un limite strutturale: una Chiesa che dipendesse continuamente dall’arrivo di uomini formati in Europa avrebbe avuto difficoltà a trasformarsi in una presenza stabile all’interno della società locale.

È questo il problema che emerge da una relazione di J. E. Jellesma datata Modjo Warno (attuale Mojowarno, Giava Orientale), 1° giugno 1857, nata nel contesto della discussione avviata dal Nederlandsche Zendelinggenootschap (Società Missionaria Olandese) sulla necessità di disporre di un numero maggiore di evangelizzatori nelle Indie Orientali.

Hoe kan op de beste en minst kostbare wijze worden voorzien in de groote behoefte aan evangelieverkondigers in Nederlandsch Oost-Indië, zoo onder Mohammedanen en heidenen, als bij verlaten Christengemeenten? Door den zendeling J. E. Jellesma. (Come si può provvedere nel modo migliore e meno costoso alla grande necessità di evangelizzatori nelle Indie Orientali Olandesi, tanto tra i musulmani e i pagani quanto presso le comunità cristiane abbandonate? Del missionario J. E. Jellesma), Mededeelingen van wege het Nederlandsche Zendelinggenootschap, Rotterdam, 1857. Indie Orientali Olandesi. Fonti Coeve Olandesi. Chiese Protestanti. Missionari.
Contributo di Jellesma del 1857, , Mededeelingen van wege het Nederlandsche Zendelinggenootschap, Rotterdam, 1857, pp. 329-330.

La questione era stata affrontata anche attraverso la proposta di utilizzare missionari europei meno istruiti, secondo il modello della missione di Gossner; tale soluzione, tuttavia, nascondeva un problema più profondo, in quanto la formazione europea, anche quando ridotta, non eliminava la distanza fra il missionario e la società nella quale avrebbe dovuto operare.

Il ragionamento sviluppato nella relazione porta infatti a distinguere tra la conoscenza del cristianesimo e la capacità di comunicarlo in un ambiente culturale diverso.

Un missionario può possedere una conoscenza insufficiente oppure, al contrario, essere adeguatamente formato; in entrambi i casi, tuttavia, rimane necessario confrontarsi con il fatto che le forme attraverso le quali il cristianesimo è stato espresso nei Paesi Bassi non coincidono con quelle attraverso le quali esso può essere compreso nelle Indie Orientali.

Lingua, costumi, concezioni religiose e modi di rappresentare la realtà non costituiscono elementi secondari, ma determinano le condizioni attraverso le quali una dottrina può essere trasmessa.

Il punto è particolarmente significativo perché introduce una distinzione fra forma e contenuto. Il compito missionario non consiste semplicemente nel riprodurre nelle Indie il cristianesimo così come esso si è sviluppato nella società europea. Occorre invece trasferirne il contenuto attraverso forme comprensibili alla società locale, e, a tale riguardo, Jellesma osserva che il missionario deve essere capace di portare il Vangelo «in passende indische vormen», in forme indiane appropriate. Una preparazione insufficiente può quindi produrre un duplice rischio: da una parte la riproduzione meccanica delle forme religiose europee, dall’altra, il pericolo di modificare inconsapevolmente anche ciò che quelle forme intendono esprimere.

Il problema della traduzione culturale conduce così direttamente a quello della composizione della Chiesa. Se il cristianesimo deve essere comunicato all’interno di una società che possiede proprie categorie linguistiche, religiose e sociali, la presenza di cristiani appartenenti a quella stessa società diventa una necessità strutturale. Non si tratta soltanto di disporre di collaboratori che possano alleggerire il lavoro dei missionari, ma soprattutto di creare le condizioni perché il cristianesimo possa essere trasmesso dall’interno della società nella quale si è radicato.

L’autore esprime tale concetto in maniera molto chiara, dopo aver parlato della necessità di incrementare gli sforzi per evangelizzare la colonia olandese, afferma (grassetto mio):

Ci riferiamo alla diffusione del Cristianesimo per mezzo degli stessi indigeni convertiti, i quali, legati ai missionari da vincoli di gratitudine cristiana, che dall’inizio riconoscano in loro i propri superiori e, in questo modo, si pongano quasi spontaneamente sotto la necessaria vigilanza e guida.

Persone simili, che conoscono a fondo i costumi del proprio popolo e sono state esse stesse condotte alla luce da quella oscurità in cui i loro connazionali brancolano ancora nel buio, sono quelle designate da Dio per diffondere il Cristianesimo. La nostra società (la Società Missionaria Olandese, ndr) ha compreso ciò sempre di più, specialmente negli ultimi anni.

Hoe kan op de beste en minst kostbare wijze worden voorzien in de groote behoefte aan evangelieverkondigers in Nederlandsch Oost-Indië, zoo onder Mohammedanen en heidenen, als bij verlaten Christengemeenten? Door den zendeling J. E. Jellesma. (Come si può provvedere nel modo migliore e meno costoso alla grande necessità di evangelizzatori nelle Indie Orientali Olandesi, tanto tra i musulmani e i pagani quanto presso le comunità cristiane abbandonate? Del missionario J. E. Jellesma), Mededeelingen van wege het Nederlandsche Zendelinggenootschap, Rotterdam, 1857, p. 332.

Hoe kan op de beste en minst kostbare wijze worden voorzien in de groote behoefte aan evangelieverkondigers in Nederlandsch Oost-Indië, zoo onder Mohammedanen en heidenen, als bij verlaten Christengemeenten? Door den zendeling J. E. Jellesma. (Come si può provvedere nel modo migliore e meno costoso alla grande necessità di evangelizzatori nelle Indie Orientali Olandesi, tanto tra i musulmani e i pagani quanto presso le comunità cristiane abbandonate? Del missionario J. E. Jellesma), Mededeelingen van wege het Nederlandsche Zendelinggenootschap, Rotterdam, 1857. Indie Orientali Olandesi. Fonti Coeve Olandesi. Chiese Protestanti. Missionari.
Contributo di Jellesma del 1857, , Mededeelingen van wege het Nederlandsche Zendelinggenootschap, Rotterdam, 1857, p. 332.

La relazione offre alcuni elementi concreti di questo processo. A Menahasse operano già numerosi insegnanti indigeni, alcuni dei quali partecipano anche all’attività religiosa; ad Ambon è attiva una scuola destinata alla loro formazione, mentre a Modjo Warno la scuola diretta da Jellesma conta fra diciotto e venti allievi. Alcuni di loro sono già stati posti alla guida di giovani comunità cristiane, mentre altri sono stati inviati come evangelisti nelle località circostanti, e analoghi collaboratori sono presenti nell’area di Semarang.

Questi dati non rappresentano ancora una Chiesa pienamente indigena. La struttura della missione rimane europea e la formazione degli operatori locali avviene sotto la direzione dei missionari e la distinzione gerarchica fra missionario e collaboratore non viene meno. Comincia però a cambiare il principio sul quale si fonda l’organizzazione.

La continuità della presenza cristiana non viene più immaginata esclusivamente attraverso la successione dei missionari inviati dall’Europa, ma anche attraverso la formazione di persone appartenenti alle comunità locali.

È in questo passaggio che si può riconoscere una delle prime formulazioni concrete di quello che, con una terminologia successiva, può essere definito un processo di indigenizzazione della Chiesa. Il termine non appartiene al linguaggio della relazione e non deve essere sovrapposto senza cautela alla mentalità missionaria del XIX secolo. Esso permette tuttavia di descrivere una trasformazione precisa: il passaggio da una missione concepita principalmente come attività esercitata da missionari europei a una struttura nella quale i cristiani locali assumono progressivamente funzioni di insegnamento, evangelizzazione e guida comunitaria.

La metafora utilizzata da Jellesma riassume efficacemente questa trasformazione: «Het Christendom moet in Oost-Indië eene inheemsche plant worden»:il cristianesimo deve diventare nelle Indie Orientali una pianta indigena.

La formulazione è significativa proprio perché non indica semplicemente la presenza di cristiani indigeni. Una pianta non è indigena soltanto perché è stata collocata in un determinato terreno, ma deve svilupparvi le proprie radici e diventare parte dell’ambiente nel quale cresce. Applicata alla missione, la metafora implica quindi qualcosa di più della sostituzione del personale europeo con personale locale, ovvero la possibilità che il cristianesimo acquisisca forme di esistenza proprie all’interno della società delle Indie.

Questo processo non comportava necessariamente, almeno nella prospettiva del XIX secolo, una separazione dalla missione europea; al contrario, la formazione degli evangelizzatori indigeni viene pensata proprio come una responsabilità della missione. L’indigenizzazione non nasce quindi contro la struttura missionaria esistente, ma attraverso di essa. La missione europea crea gli strumenti attraverso i quali, progressivamente, la propria presenza può diventare meno indispensabile.

È questa forse la contraddizione più interessante del processo. La costruzione di una Chiesa locale richiede inizialmente una forte presenza esterna, come scuole, missionari, risorse finanziarie, formazione e supervisione. Il processo, tuttavia, tende a produrre una comunità che non dipenda più interamente dalle condizioni iniziali che l’hanno generata.

Hoe kan op de beste en minst kostbare wijze worden voorzien in de groote behoefte aan evangelieverkondigers in Nederlandsch Oost-Indië, zoo onder Mohammedanen en heidenen, als bij verlaten Christengemeenten? Door den zendeling J. E. Jellesma. (Come si può provvedere nel modo migliore e meno costoso alla grande necessità di evangelizzatori nelle Indie Orientali Olandesi, tanto tra i musulmani e i pagani quanto presso le comunità cristiane abbandonate? Del missionario J. E. Jellesma), Mededeelingen van wege het Nederlandsche Zendelinggenootschap, Rotterdam, 1857. Indie Orientali Olandesi. Fonti Coeve Olandesi. Chiese Protestanti. Missionari.
Contributo di Jellesma del 1857, , Mededeelingen van wege het Nederlandsche Zendelinggenootschap, Rotterdam, 1857, pp. 349-350.

La questione assume così una dimensione che va oltre il semplice problema del personale missionario, in quanto la formazione di insegnanti e aiutanti indigeni significa modificare il rapporto fra cristianesimo e società locale. Il cristianesimo non viene più considerato soltanto come una religione che gli europei devono insegnare agli abitanti delle Indie, ma come una realtà che questi ultimi devono essere messi nella condizione di trasmettere, interpretare e organizzare all’interno delle proprie comunità.

Nel 1857 questo processo era ancora lontano dal suo compimento. La stessa insistenza sulla necessità di una maggiore formazione dimostra quanto fosse ancora dipendente dalla struttura missionaria europea; tuttavia, è proprio per questo che il documento è significativo. Esso mostra un momento nel quale il problema della formazione di una Chiesa indigena comincia a essere affrontato non come questione teorica, bensì attraverso la formazione concreta di uomini destinati a svolgere funzioni che fino ad allora erano state associate soprattutto alla presenza europea.

L’indigenizzazione, in questo senso, non appare come un evento improvviso né come una decisione presa dall’alto. Al contrario, essa si conferma come un processo graduale nel quale la missione, nel tentativo di estendere e consolidare il cristianesimo, crea progressivamente le condizioni del suo radicamento locale.

La «pianta indigena» di Jellesma non rappresenta dunque ancora il risultato del processo, ma la consapevolezza che una presenza cristiana destinata a durare nelle Indie Orientali non poteva limitarsi a essere europea per un tempo indefinito.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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