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Attraverso un articolo pubblicato nel 1960 da De Stem van Ambon, organo della fondazione Door de Eeuwen Trouw, espressione della diaspora moluccana nei Paesi Bassi, questo contributo esplora una memoria della decolonizzazione indonesiana rimasta a lungo ai margini della storiografia. La prospettiva della comunità moluccana restituisce una lettura alternativa del rapporto tra colonialismo, missioni protestanti, identità religiosa e nascita del nuovo Stato indonesiano, mostrando come la fine dell’impero non fu vissuta da tutti nello stesso modo.

Drawing on a 1960 article published in De Stem van Ambon, the newspaper of Door de Eeuwen Trouw, an organisation representing the Moluccan diaspora in the Netherlands, this article explores a largely overlooked memory of Indonesian decolonisation. Through the perspective of the Moluccan community, it offers an alternative reading of the relationship between colonial rule, Protestant missions, religious identity, and the emergence of the Indonesian nation-state, showing that the end of empire was not experienced in the same way by everyone.

Aan de hand van een artikel uit 1960 in De Stem van Ambon, het orgaan van Door de Eeuwen Trouw, een stichting die de Molukse diaspora in Nederland vertegenwoordigde, onderzoekt dit artikel een grotendeels vergeten herinnering aan de Indonesische dekolonisatie. Vanuit het perspectief van de Molukse gemeenschap belicht het een alternatieve visie op de relatie tussen het koloniale verleden, de protestantse zending, religieuze identiteit en het ontstaan van de Indonesische natiestaat, en laat het zien dat het einde van het koloniale rijk niet door iedereen op dezelfde manier werd beleefd.


Una Narrazione Olandese della Decolonizzazione

La decolonizzazione viene spesso raccontata come un processo inevitabile e largamente condiviso: da una parte il potere coloniale europeo, dall’altra i popoli che lottano per conquistare la propria indipendenza. È una narrazione che coglie certamente una parte fondamentale della storia del Novecento, ma che rischia di semplificare eccessivamente la complessità delle esperienze vissute dalle società coloniali. Esistevano infatti comunità che non interpretarono la fine degli imperi come una liberazione, bensì come l’inizio di una stagione di incertezza, di perdita o addirittura di conflitto.

Un esempio particolarmente significativo emerge da una fonte oggi poco conosciuta ma di grande interesse: De Stem van Ambon (“La Voce di Ambon”), giornale pubblicato nei Paesi Bassi e organo della fondazione Door de Eeuwen Trouw (“Fedeli attraverso i Secoli”), nata per sostenere la causa della Repubblica delle Molucche del Sud (Republik Maluku Selatan, RMS) e mantenere vivo il legame tra la diaspora molucca e i Paesi Bassi.

Nel numero del 25 novembre 1960, il giornale pubblica un articolo dal titolo Moet dat nu zo? (“Dev’essere per forza così?”), apparentemente dedicato a una disputa ecclesiastica. In realtà, il testo costituisce una preziosa testimonianza della memoria politica di una comunità che continuava a interpretare la decolonizzazione indonesiana in modo radicalmente diverso rispetto alla narrazione destinata a diventare dominante.

Per comprendere il significato dell’articolo occorre ricordare il contesto storico, in quanto La Repubblica delle Molucche del Sud era stata proclamata il 25 aprile 1950, pochi mesi dopo il riconoscimento dell’indipendenza indonesiana da parte dei Paesi Bassi. I suoi promotori, in larga parte appartenenti alla comunità protestante ambonese e legati all’esercito coloniale KNIL, rifiutavano l’assorbimento nel nuovo Stato unitario indonesiano e rivendicavano il diritto all’autodeterminazione.

La risposta di Jakarta fu un’azione di forza militare, messa in atto per conquistare un territorio che Soekarno considerava parte integrante del nuovo Stato indonesiano; entro la fine del 1950 Ambon era stata riconquistata dall’esercito, mentre la resistenza continuò per alcuni anni soprattutto nell’isola di Seram. Parallelamente, migliaia di ex militari moluccani e le loro famiglie vennero trasferiti nei Paesi Bassi, dando origine a una diaspora profondamente segnata dalla perdita della propria terra e dalla convinzione che la RMS continuasse a rappresentare il legittimo Stato delle Molucche meridionali.

È in questo ambiente che nasce De Stem van Ambon, un giornale che non era soltanto uno strumento d’informazione, ma un luogo di elaborazione della memoria collettiva; attraverso i suoi articoli, la diaspora manteneva viva una precisa interpretazione della storia coloniale, della guerra d’indipendenza e del futuro delle Molucche.


Una Polemica che va Oltre la Religione

L’articolo del novembre 1960 prende spunto da un bollettino missionario della Chiesa riformata olandese, pubblicato in occasione del venticinquesimo anniversario della Chiesa Protestante delle Molucche come istituzione autonoma, e secondo l’autore di De Stem van Ambon, quel bollettino presentava una lettura profondamente distorta del passato. In particolare, veniva criticata l’idea che la Chiesa protestante fosse stata semplicemente uno strumento dell’amministrazione coloniale e che soltanto dopo la fine delle Indie Olandesi fosse stato possibile un autentico rinnovamento ecclesiale.

L’autore si esprime in questi termini:

Le mie obiezioni non si rivolgono contro la descrizione della situazione di fatto: questa è in generale corretta. Ma ritengo inammissibili le interpolazioni politiche e le interpretazioni suggestive, poiché esse suscitano nei lettori sprovvisti di orientamento storico l’impressione che la Chiesa fosse stata un semplice strumento del potere governativo e che soltanto dopo la caduta delle Indie Olandesi under la Repubblica d’Indonesia si potesse giungere a un rinnovamento radicale della Chiesa.

L’ex Dipartimento dell’Istruzione e dei Culti non era un organo d’autorità al di sopra delle Chiese, ma aveva soltanto una funzione servente e regolatrice. La provvigione dei predicatori per le piccole e grandi comunità protestanti sparse per tutto l’arcipelago non poteva essere lasciata a quelle comunità stesse, poiché non ne avevano la capacità finanziaria.

Joh V.H., Moet dat nu zo? (Deve necessariamente essere così?), De Stem van Ambon, 25 Novembre 1960.

Questa contestazione è interessante non tanto perché stabilisca quale interpretazione sia “corretta”, quanto perché rivela l’esistenza di due memorie concorrenti all’interno dello stesso mondo protestante olandese; da una parte emerge una lettura ormai orientata verso la decolonizzazione, nella quale la separazione tra Chiesa e potere coloniale rappresenta un progresso.

Dall’altra, De Stem van Ambon difende la memoria dell’ordine precedente, sostenendo che il rapporto tra autorità civile e istituzioni religiose non fosse un rapporto di dominio, bensì di collaborazione; in effetti, uno degli aspetti più interessanti dell’articolo riguarda proprio il ruolo delle missioni protestanti.

Annuncio della Colletta di Natale per Ambon (Novembre 1960, p. 2).

L’autore insiste sul fatto che il governo coloniale finanziava la Chiesa non per controllarla, ma perché molte comunità locali non avrebbero avuto le risorse necessarie per mantenere autonomamente il clero, le scuole e le strutture ecclesiastiche; in altre parole, il Dipartimento dell’Istruzione e dei Culti avrebbe svolto una funzione “servente”, non dominante. La presenza dei rappresentanti dello Stato alle cerimonie religiose viene descritta come una normale forma di riconoscimento istituzionale, analoga a quella esistente nei Paesi Bassi.

Naturalmente questa è una rappresentazione soggettiva, in quanto altri contemporanei, e molta storiografia successiva, hanno interpretato il medesimo rapporto come una componente essenziale del sistema coloniale; tuttavia, è proprio questo il valore aggiunto di questa fonte olandese.

Essa dimostra che almeno una parte della comunità moluccana protestante non percepiva la Chiesa come semplice prolungamento dell’autorità coloniale; per molti Ambonesi essa rappresentava anche la propria storia, la propria istruzione, la propria identità religiosa e la continuità di una tradizione locale.

Ridurre il rapporto tra missione e colonialismo a un semplice rapporto di subordinazione rischia quindi di oscurare la complessità delle percezioni maturate all’interno delle stesse società coloniali, come sembra suggerire De Stem van Ambon per la situazione delle Molucche.


La decolonizzazione come processo contestato

L’insegnamento forse più importante che emerge da questo documento riguarda però il modo stesso di interpretare la decolonizzazione, che nella memoria pubblica contemporanea essa appare spesso come un percorso lineare e determinato storicamente, dal colonialismo alla lotta nazionale, per giungere all’indipendenza.

L’articolo di De Stem van Ambon mostra invece una realtà più articolata, incarnata dalla posizione degli autori del giornale, che non consideravano la Repubblica delle Molucche del Sud come era una ribellione fallita, bensì uno Stato legittimo sconfitto militarmente. L’Indonesia non veniva presentata come il naturale successore delle Indie Olandesi, ma come la forza che aveva interrotto con la violenza un ordine ritenuto legittimo; l’autore afferma che il nuovo ordine aveva portato distruzione e aveva cancellato le tradizioni passate.

Si consideri ancora una volta il testo:

Ciò che mi sembra più doloroso è l’osservazione che le rovine dell’edificio ecclesiastico ad Ambon siano state rimosse dopo la caduta della Repubblica delle Molucche del Sud. Il Dr. Locher saprà bene che nel vandalismo repubblicano si sono persino rimossi e distrutti tutti i luoghi di culto.

La verità è che la città è stata crudelmente distrutta per ordine del presidente.

Joh V.H., Moet dat nu zo? (Deve necessariamente essere così?), De Stem van Ambon, 25 Novembre 1960.

Al di là della veridicità storica delle singole affermazioni, che devono essere verificate mediante un un confronto con altre fonti, ciò che rende questo documento particolarmente significativo è la prospettiva che esprime. Non si tratta di una ricostruzione retrospettiva elaborata decenni dopo gli eventi, ma della testimonianza di una comunità che, nel 1960, continuava a vivere la decolonizzazione come una frattura irrisolta. Per quella diaspora, la perdita della sovranità delle Molucche del Sud non costituiva la conclusione di un processo di liberazione, ma l’inizio di una nuova condizione di esilio, sconfitta e marginalizzazione.

“Sì, Ambon Grida Aiuto” Campagna di raccolta fondi per Ambon (De Stem van Ambon, 25 novembre 1960, p. 4).

In questo senso, il titolo stesso dell’articolo — Moet dat nu zo? (“Deve necessariamente essere così?”) — sembra assumere un significato che va ben oltre la polemica ecclesiastica da cui prende avvio; letto oggi, esso può essere interpretato come una domanda rivolta anche al modo in cui si ricorda e interpreta la decolonizzazione. Non deve essere raccontata come una vicenda univoca, nella quale tutti gli attori condivisero lo stesso orizzonte politico e lo stesso giudizio sul tramonto dell’impero. Al contrario, è necessario riconoscere che, accanto alle narrazioni nazionali affermatesi dopo l’indipendenza, esistevano memorie differenti, talvolta inconciliabili, ma non per questo prive di valore storico.

Accogliere queste voci non significa riabilitare il colonialismo, e nemmeno mettere in discussione il principio dell’autodeterminazione dei popoli. Significa piuttosto restituire complessità alla storia, riconoscendo che la decolonizzazione fu anche un processo contestato, vissuto in maniera profondamente diversa dalle molteplici comunità che ne furono protagoniste. Fonti come De Stem van Ambon ricordano allo storico che il passato non è mai riducibile a una sola narrazione e che proprio le memorie rimaste ai margini consentono spesso di comprendere meglio la pluralità delle esperienze che hanno accompagnato eventi complessi come la fine degli imperi.

La storia delle decolonizzazioni è stata inevitabilmente scritta dai nuovi Stati nazionali, che hanno costruito una memoria funzionale alla propria legittimazione. Le fonti della diaspora, invece, conservano le tracce di progetti politici sconfitti e di identità rimaste senza uno Stato; non raccontano una “storia alternativa” nel senso di una verità nascosta, ma testimoniano che il passato fu abitato da possibilità diverse da quelle che poi si affermarono storicamente.


Letture Consigliate

  • Chauvel, R. (1990). Nationalists, Soldiers and Separatists: The Ambonese Islands from Colonialism to Revolt, 1880–1950. KITLV Press.
  • Lijphart, A. (1966). The Trauma of Decolonization: The Dutch and West New Guinea. Yale University Press.
  • Cooper, F. (2005). Colonialism in Question: Theory, Knowledge, History. University of California Press.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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