batavia 1863 colera
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Quando si studia la storia dell’Indonesia, le epidemie vengono spesso ricordate soltanto come eventi sanitari. Eppure, una fonte primaria può raccontare molto di più, come dimostra il caso dei Mededeelingen van het Java Comité 11-12 del 1863, bollettino della società di coordinamento delle missioni protestanti olandesi nelle Indie Orientali, che descrive la violenta epidemia di colera scoppiata a Batavia, l’attuale Giacarta.

Nel XIX secolo Batavia godeva della fama di una delle città più malsane dell’Asia tropicale, a causa delle acque stagnanti dei canali, il clima e le frequenti epidemie, che le avevano persino valso il soprannome di “cimitero degli europei “.

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Mededeelingen van het Java Comité, 11-12, 1863.

A prima vista sembrerebbe una semplice cronaca, ma in realtà il documento offre una preziosa finestra sulla società delle Indie Olandesi e sui rapporti tra islam, cristianesimo e potere coloniale.

Secondo il resoconto, il colera si manifestò all’inizio di aprile 1863 e raggiunse il suo apice nei mesi di maggio e giugno. Nei giorni più drammatici morirono tra le ottanta e le novanta persone al giorno, una cifra considerevole per la Batavia dell’epoca; solamente a luglio l’epidemia iniziò lentamente a diminuire, continuando tuttavia a colpire soprattutto i bambini.

L’autore osserva che «l’angelo della morte» entrava nelle case, senza fare distinzione di censo o stato sociale:

Sia tra i ricchi che tra i poveri, tra gli europei e gli indigeni, l’angelo della morte entrò nelle dimore e non risparmiò né la vecchiaia né la giovinezza, né i forti né i deboli; sebbene i decessi tra questi ultimi fossero più numerosi, poiché mancava la forza per poter resistere alla violenza della malattia.

De cholera te Batavia (Il colera a Batavia), Mededeelingen van het Java Comite, 11-12, 1863, p. 142.

È una riflessione interessante perché riconosce, almeno sul piano simbolico, che la malattia annullava le barriere etniche e sociali sulle quali si fondava l’ordine coloniale; allo stesso tempo, il testo aggiunge che i più deboli soccombevano con maggiore frequenza, non avendo la forza di resistere alla violenza del morbo. Dietro questa spiegazione si intravedono le profonde disuguaglianze che caratterizzavano Batavia, condizioni igieniche precarie, alimentazione insufficiente e un accesso alle cure tutt’altro che uniforme.

Il documento permette anche di cogliere la complessità religiosa della capitale coloniale. Accanto agli europei e alla maggioranza musulmana vengono ricordati quattro cristiani malesi deceduti durante l’epidemia; ancora più significativa è poi la figura di Christina, una cristiana giavanese che collaborava con il Java Comité insegnando la religione cristiana alle donne giavanesi musulmane. Colpita anch’essa dal colera, riuscì a sopravvivere dopo una lunga convalescenza, evento che gli autori interpretarono come una benedizione divina.

Si consideri questo passaggio particolarmente rilevante (maiuscole originali):

Anche quattro cristiani malesi sono deceduti a causa del colera, e CHRISTINA, la ben nota donna cristiana giavanese al servizio della nostra Società, è stata anch’essa pericolosamente malata a causa di questa terribile malattia; ma a Dio è piaciuto benedire gli sforzi profusi per la sua guarigione, così che dopo un lungo periodo di sofferenza è ora del tutto ristabilita e impartisce nuovamente l’insegnamento della religione cristiana alle donne giavanesi o maomettane.

De cholera te Batavia (Il colera a Batavia), Mededeelingen van het Java Comite, 11-12, 1863, p. 142.

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De cholera te Batavia (Il colera a Batavia), Mededeelingen van het Java Comite, 11-12, 1863, p. 142.

Questo breve passaggio apre uno squarcio su una realtà spesso trascurata. L’evangelizzazione nelle Indie Olandesi non era affidata esclusivamente ai missionari europei, ma esisteva una rete di collaboratori indigeni che svolgevano un ruolo essenziale nella diffusione del cristianesimo. Nel caso delle donne musulmane, il contributo delle catechiste locali era particolarmente importante, poiché le convenzioni sociali dell’epoca rendevano difficile un contatto diretto con i missionari occidentali.

Per chi si occupa della storia dell’islam in Indonesia, questo dettaglio è particolarmente interessante. Dimostra che già nella metà dell’Ottocento le missioni protestanti avevano sviluppato strategie specifiche per entrare in dialogo con la popolazione musulmana, privilegiando la formazione di convertiti locali capaci di operare all’interno delle proprie comunità. Si tratta di un aspetto che anticipa modelli missionari destinati a consolidarsi nei decenni successivi.

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De cholera te Batavia (Il colera a Batavia), Mededeelingen van het Java Comite, 11-12, 1863, p. 143.

Anche la figura del missionario emerge sotto una luce diversa. Il rapporto racconta come egli fosse chiamato continuamente, di giorno e di notte, ad assistere malati, moribondi e famiglie colpite dal lutto; in un contesto in cui le strutture sanitarie erano limitate e la mortalità elevata, la missione svolgeva anche una funzione sociale e assistenziale, oltre che religiosa.

Naturalmente questa fonte va letta con senso critico, in quanto i Mededeelingen van het Java Comité non erano un giornale indipendente, ma una pubblicazione destinata a informare e motivare i sostenitori delle missioni nei Paesi Bassi; l’obiettivo era mettere in evidenza l’opera dei missionari e l’importanza dell’evangelizzazione. Non sorprende quindi che il ruolo dell’amministrazione coloniale o delle autorità sanitarie rimanga quasi del tutto assente dal racconto.

Proprio questo silenzio rende il documento ancora più interessante. Ogni fonte storica racconta una vicenda attraverso il punto di vista di chi la scrive, e ciò che viene omesso è spesso altrettanto significativo di ciò che viene descritto. Nel caso del Java Comité, il colera diventa il contesto entro il quale mostrare la dedizione dei missionari e il valore della comunità cristiana indigena.

A oltre centosessant’anni di distanza, questo resoconto continua a offrire uno spaccato prezioso della Batavia coloniale. Dietro la tragedia dell’epidemia emergono una città multietnica, una maggioranza musulmana sempre più osservata dalle missioni protestanti, una piccola ma attiva comunità cristiana indigena e un sistema coloniale profondamente gerarchico.

Per questo motivo il resoconto del Java Comité rappresenta molto più di una cronaca sanitaria. Attraverso un’epidemia possiamo osservare le relazioni tra musulmani, cristiani e autorità coloniali, il ruolo delle missioni protestanti e la nascita delle prime reti cristiane indigene. In definitiva, il colera del 1863 racconta non solo una malattia, ma il volto stesso della Batavia coloniale.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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