Una fonte cattolica del 1922 permette di osservare, in scala ridotta, un meccanismo importante della società coloniale delle Indie Orientali: la competizione tra organizzazioni religiose e la continua negoziazione attraverso cui una presenza confessionale cercava di consolidarsi.
Il documento proviene dallo St.-Claverbond, rivista dei gesuiti, e riguarda una stazione missionaria cattolica situata a circa cinque ore di cammino da Weltevreden, l’area che attualmente corrisponde a Jakarta Centrale; la cronaca è apparentemente marginale, ma in realtà rivela un meccanismo fondamentale.

La situazione descritta da Padre Van der Loo nel suo articolo ‘Kampong Sawah, de eerste Inlandsche Missie op West-Java’ (Kampong Sawah, la prima missione indigena nella Giava Occidentale), non corrisponde infatti a uno schema lineare nel quale una missione cristiana cerca semplicemente di convertire una popolazione musulmana. Nello stesso spazio operano cattolici, protestanti e metodisti, mentre l’islam costituisce un’altra componente dell’orizzonte religioso; le diverse organizzazioni non agiscono quindi indipendentemente, e le loro iniziative modificano le condizioni nelle quali operano le altre.
Il caso dei metodisti lo mostra con particolare chiarezza. Quando questi abbandonano la zona, tentano di fatto di trasferire la propria «clientela» ai protestanti; la reazione viene descritta con grande realismo dal missionario gesuita;
(…) de menschen wilden niet protestant worden en kwamen zich nu bij mij melden, om allen te zamcn een Katholieke gemeente te gaan vormen, er de dringende bede bijvoegende, om voortaan geregelde zielzorg van een R. K. Pastoor te mogen hebben en … een kerkje.
(…) le persone non volevano diventare protestanti e vennero quindi da me per formare tutti insieme una comunità cattolica, aggiungendo la pressante richiesta di poter d’ora in poi avere la regolare cura pastorale di un parroco cattolico romano e… una chiesetta.
Kampong Sawah, de eerste Inlandsche Missie op West-Java, Sint Claverbond, Febbraio 1922, pp. 33-34.

La conversione, in tale contesto, può essere osservata come un processo negoziale. La popolazione non è necessariamente un destinatario passivo dell’attività missionaria, ma può accettare, rifiutare o modificare gli esiti delle iniziative delle diverse organizzazioni. Allo stesso tempo, le missioni devono adattare le proprie strategie alla presenza dei concorrenti, e, in tale prospettiva, il ritiro di un’organizzazione può aprire uno spazio per un’altra; il fallimento di un tentativo di assorbimento può produrre un nuovo equilibrio.
Ma la competizione religiosa, da sola, non basta a spiegare il fenomeno, in quanto la trasformazione di una preferenza religiosa in una presenza stabile ha bisogno di infrastrutture.
È significativo che, una volta verificata la partecipazione degli abitanti, il problema individuato dal missionario diventi immediatamente quello del sacerdote, della cappella e del finanziamento. La costruzione di una comunità religiosa richiede quindi una struttura materiale e organizzativa: personale, edifici, risorse economiche e collegamenti con un pubblico esterno disposto a sostenerli.
Qui entra in gioco anche la stampa missionaria, e, in effetti, il St.-Claverbond non si limita a raccontare l’esistenza della comunità, ma diventa uno strumento per mobilitare risorse; propone un referendum sul patrono della futura stazione, un concorso per il progetto della cappella e una raccolta di offerte. La stampa collega così una situazione locale nelle Indie a una rete di sostegno situata al di fuori di essa.
Il meccanismo può essere quindi ricostruito su più livelli, strettamente interconnessi. La popolazione locale negozia la propria appartenenza religiosa all’interno di un campo nel quale diverse organizzazioni missionarie competono per consolidare la propria presenza. La stampa contribuisce a mobilitare le risorse necessarie, mentre la costruzione di un’infrastruttura materiale consente di trasformare una presenza ancora precaria in un’istituzione stabile; sullo sfondo, l’amministrazione coloniale fornisce il quadro territoriale e politico entro il quale queste dinamiche possono svilupparsi e interagire.
Quest’ultimo elemento è particolarmente importante proprio perché nel documento rimane quasi invisibile. L’amministrazione olandese non dirige la competizione descritta da Van der Loo, ma rende possibile il contesto nel quale essa si sviluppa: un territorio amministrato, relativamente accessibile, attraversato da reti di comunicazione e nel quale diverse organizzazioni religiose possono operare stabilmente.
La società coloniale appare così come uno spazio nel quale diversi attori dispongono di margini di azione differenti, ma nessuno controlla completamente il risultato; il missionario si appella ad una speranza, e non ad una richiesta all’amministrazione coloniale.
Verso la fine dell’articolo si legge infatti:
In elk geval ben ik zoo vrij deze eerste Katholieke Missiestatie op West-Java aan het gebed en de aalmoes der lezers aan te bevelen, overtuigd, dat hier door krachtige samenwerking op geestelijk en materieel gebied, met Gods zegen iets zeer schoons zal kunnen tot stand gebracht worden.
In ogni caso, mi permetto di raccomandare questa prima stazione missionaria cattolica nella Giava Occidentale alle preghiere e all’elemosina dei lettori, convinto che, attraverso una forte collaborazione sul piano spirituale e materiale, con la benedizione di Dio si potrà realizzare qualcosa di veramente bello.
Kampong Sawah, de eerste Inlandsche Missie op West-Java, Sint Claverbond, Febbraio 1922, p. 35.

La piccola stazione missionaria raccontata nel 1922 è quindi meno interessante per la sua storia particolare che per ciò che permette di osservare: la presenza religiosa nelle Indie non si costruiva semplicemente attraverso la conversione, ma attraverso una negoziazione continua tra popolazioni, organizzazioni confessionali, risorse e istituzioni.
La cappella da otto per venti metri proposta da Van der Loo è, in questo senso, soltanto l’ultimo anello visibile di un processo molto più ampio, reso visibile da fonti che spesso sono qualificate come secondarie, ma che permettono di ricostruire dall’interno i meccanismi attraverso i quali la presenza religiosa si organizzava, competeva e si consolidava nella società coloniale.

