Nel 1905 una pubblicazione della Rijnsche Zending (Missione del Reno) riportava alcune testimonianze sull’attività missionaria nel Borneo, allora parte delle Indie Orientali Olandesi. Al di là della cronaca degli spostamenti dei missionari e delle attività religiose, il documento permette di osservare un aspetto meno immediato dell’evangelizzazione protestante, la formazione dell’infanzia come strumento di consolidamento della comunità cristiana.

A Tameang Lajang, presso la stazione missionaria del fratello e della sorella Tromp, era stato appena completato un nuovo edificio scolastico. La struttura veniva utilizzata anche per le funzioni domenicali, sostituendo una precedente sistemazione provvisoria all’interno dell’abitazione missionaria; la presenza di un edificio specificamente destinato alla scuola segnala già una progressiva istituzionalizzazione dell’attività missionaria.
Ancora più significativo è il ruolo attribuito ai bambini. Tromp riferisce di avere presso la missione dieci ragazzi e due ragazze, fra i dieci e i sedici anni, principalmente orfani o semi-orfani, molti dei quali figli di cristiani. La morte di uno dei genitori poteva infatti comportare il ritorno del bambino presso parenti non cristiani oppure una crescita priva di una struttura educativa stabile; la missione interveniva quindi creando uno spazio alternativo alla famiglia e alla comunità di origine.
Il testo osserva che questi bambini:
Nu bezoeken zij de school en krijgen eene opvoeding.
Frequentano la scuola e ricevono un’educazione.
Eenige mededeelingen uit Borneo (Alcune Comunicazioni sul Borneo). (1905). De Rijnsche Zending. Tijdschrift, p. 19.
Il significato di questa opvoeding, tuttavia, appare molto più ampio della sola istruzione scolastica. I ragazzi partecipavano alla vita religiosa della missione, ma erano anche coinvolti nei lavori agricoli e nella gestione quotidiana dell’insediamento. Alcuni lavoravano nell’orto e nella risaia, altri svolgevano mansioni domestiche. Tromp giustificava questa impostazione con una considerazione precisa: i bambini, una volta adulti, avrebbero dovuto essere in grado di provvedere autonomamente al proprio sostentamento.

L’educazione cristiana veniva dunque concepita come una formazione complessiva dell’individuo. Religione, istruzione e lavoro non costituivano ambiti separati, ma elementi di un unico processo attraverso il quale la missione cercava di formare nuovi membri della comunità.
Questa impostazione va letta anche alla luce delle difficoltà che i missionari attribuivano alla vita sociale e geografica dei Dajak. Tromp osservava che l’agricoltura locale era ancora «molto arretrata» e che la permanenza in insediamenti isolati nella foresta poteva, secondo la sua prospettiva, soffocare il fragile processo di formazione cristiana. La distanza dalla stazione missionaria assumeva quindi anche una dimensione religiosa: allontanarsi dalla comunità significava rischiare di perdere il contatto con le pratiche e gli insegnamenti ricevuti.
La scuola diventava così uno strumento di stabilizzazione della conversione. Questo elemento emerge anche dalla testimonianza di un altro missionario, Zimmermann, impegnato nello studio delle lingue locali; dopo aver imparato il malese, egli si dedica alla lingua Dajak e alla Maanyan, parlata, secondo la fonte, da circa ventimila persone.
Durante una predicazione in una comunità periferica, il vecchio maestro Johannes lo mette in guardia dagli errori commessi dai giovani missionari, osservando che gli ascoltatori non esitavano a ridere quando la predicazione era poco efficace:
Op het filiaal aangekomen begon de oude onderwijzer Johannes mij te spreken over de fouten, die de jonge Zendelingen dikwijls in de prediking maken, zoodat de toehoorders niet nalaten kunnen te lachen.
Giunto alla filiaal (stazione missionaria dipendente da una sede principale, ndr), il vecchio maestro Johannes cominciò a parlarmi degli errori che i giovani missionari commettono spesso nella predicazione, al punto che gli ascoltatori non possono fare a meno di ridere.
Eenige mededeelingen uit Borneo, cit., p. 18.
L’episodio è significativo perché restituisce un’immagine meno passiva della popolazione locale, in quanto gli ascoltatori valutano il predicatore, mentre Johannes esercita una forma concreta di autorità all’interno della comunità. La conoscenza della lingua diventa pertanto una condizione essenziale non soltanto per evangelizzare, ma per costruire una relazione stabile con la popolazione.
Nel complesso, la fonte mostra una missione che non si limita alla predicazione. La stazione missionaria tende a trasformarsi in un ambiente educativo nel quale vengono organizzati contemporaneamente culto, scuola, vita comunitaria, lavoro e formazione linguistica.

Il problema sottostante è quello della trasmissione stabile della fede. La prima generazione di convertiti poteva essere raggiunta direttamente dai missionari, mentre la continuità della comunità cristiana dipendeva invece dalla possibilità di formare la generazione successiva. L’infanzia assumeva quindi un’importanza strategica, ed educare i figli dei cristiani significava cercare di impedire che la conversione rimanesse un fenomeno individuale e temporaneo.
È particolarmente significativa, in questo senso, un’altra osservazione contenuta nella stessa testimonianza. Zimmermann ricorda i vecchi missionari ormai scomparsi, che avevano continuato fino alla morte a sperare nel futuro del Borneo, e si domanda:
Zullen wij mogen oogsten, wat zij gezaaid hebben? Op mijne Bijbellezingen kan ik bespeuren,
dat de Heilige Geest in de harten der Christenen werkt, zoo wil
ik ook niet anders dan trouw zijn en op mijn post blijven.
Nunquam retrorsum!
Potremo raccogliere ciò che essi hanno seminato? Durante le mie letture bibliche posso vedere che lo Spirito Santo opera nei cuori dei cristiani; per questo voglio soltanto rimanere fedele e perseverare nel mio incarico. Nunquam retrorsum! (Mai indietro!)
Eenige mededeelingen uit Borneo, cit., p. 18.
La metafora agricola non è casuale. La missione viene concepita come un’opera necessariamente intergenerazionale: una generazione semina, un’altra raccoglie, mentre la continuità dipende dalla capacità di trasmettere ciò che è stato costruito, mediante la perseveranza dei missionari, che «non possono tornare sui propri passi».
Da questa prospettiva, il documento del 1905 offre un precedente interessante anche per comprendere la successiva esperienza delle istituzioni educative cristiane in Indonesia. Pur senza stabilire una continuità istituzionale diretta fra la Rijnsche Zending e le realtà protestanti e cattoliche contemporanee, emerge una questione comune, la formazione dell’infanzia come condizione per la riproduzione nel tempo di una comunità cristiana minoritaria.
Nel Borneo protestante del 1905, questa formazione comprendeva scuola, religione, lingua, disciplina e lavoro. Più di un secolo dopo, in un’Indonesia profondamente trasformata, la questione della trasmissione della fede alle nuove generazioni rimane centrale nelle strategie educative delle comunità cristiane.
La fonte olandese consente quindi di osservare, in una fase ancora coloniale, uno dei meccanismi attraverso cui il cristianesimo cercò di trasformarsi da esperienza missionaria individuale in comunità capace di riprodursi socialmente.

