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Il Maandberigt van het Nederlandsche Zendelinggenootschap, bollettino della Società missionaria olandese, pubblica nel 1865 una relazione del missionario H. Hoezoo dedicata alle comunità cristiane di Semarang e dei territori circostanti.

La testimonianza descrive il lavoro svolto dopo il suo ritorno a Semarang nel marzo 1864 e offre uno spaccato significativo delle difficoltà incontrate dalla missione protestante nel consolidare la propria presenza nella società giavanese. Al di là dei dati numerici, il documento permette di osservare un problema fondamentale: la distanza fra la conversione individuale e la costruzione di una comunità cristiana capace di mantenersi nel tempo.

Secondo quanto riferito dal missionario protestante, la congregazione di Semarang conta 103 membri, di cui 78 adulti: 25 uomini e 53 donne. La maggior parte degli adulti è costituita da persone impiegate come domestici presso gli europei, comprese alcune ex domestiche; nell’anno considerato non si sarebbero però verificati nuovi battesimi, mentre trasferimenti e decessi, molti dei quali durante l’epidemia di colera, hanno contribuito alla diminuzione del numero dei fedeli.

Il missionario riferisce che le funzioni domenicali vedevano una partecipazione media di quaranta persone, comprese alcune che frequentano regolarmente senza essersi ancora sottoposte al battesimo. La partecipazione religiosa, dunque, non coincideva necessariamente con l’appartenenza formale alla comunità, così come quest’ultima non garantiva di per sé un coinvolgimento continuativo.

Hoezoo individua una delle principali difficoltà nella dispersione geografica dei cristiani, distribuiti sia dentro che fuori Semarang, e mescolati alla popolazione non cristiana. La distanza ostacola i rapporti reciproci e limita la possibilità del missionario di visitare regolarmente i fedeli. Il confronto con Modjowarno, nell’area orientale di Giava, è illuminante. Lì il missionario viveva in mezzo ai cristiani, poteva incontrarli più facilmente e disponeva di maggiori opportunità per seguirne la vita religiosa.

A Semarang, invece, la frammentazione territoriale si combinava con la posizione sociale subordinata di molti convertiti, rendendo più difficile la formazione di una comunità coesa; la differenza non era soltanto quantitativa, ma riguardava le condizioni concrete che consentono a un gruppo di trasformarsi in una realtà religiosa organizzata.

Il missionario riconosce che la vita comunitaria, intesa come insieme di istituzioni e regole condivise, non si è mai realmente consolidata a Semarang; la dispersione dei fedeli e il loro numero relativamente ridotto hanno ostacolato lo sviluppo di forme stabili di organizzazione. A ciò si aggiunge la limitata capacità del missionario di esercitare un’influenza costante sulla congregazione; le riunioni religiose e le attività di catechesi continuano, ma non sono sufficienti a compensare la debolezza delle relazioni quotidiane fra i membri. La comunità esiste, ma la sua coesione rimane fragile.

Le parole del missionario testimoniano la volontà di costruire una comunità, e non solamente una collezione di battezzati:

De bijeenkomsten, behalve die des zondags, zijn ook hier onder den naam van koempoelan bekend. Terwijl echter in den Oosthoek deze koempoelan aanvankelijk en ook later in vorm bijna niet onderscheiden waren van de godsdienstoefening des zondags, hadden zij hier steeds de inrichting eener catechisatie, gelijk ik daaraan dan ook te Modjowarno de voorkeur gaf. De voor deze catechisatie aangewezen plaats blijft de woning van den zendeling, voor zoover de ruimte zulks toelaat, afgewisseld met die van den medehelper.

Le riunioni, ad eccezione di quelle domenicali, sono conosciute anche qui con il nome di koempoelan. Mentre però, nella regione orientale di Giava, queste riunioni, sia inizialmente sia in seguito, si distinguevano ben poco, nella forma, dalle funzioni religiose della domenica, qui hanno sempre avuto la struttura di incontri di catechismo, ai quali anch’io, a Modjowarno, ho dato la preferenza. Il luogo destinato a questi incontri di catechismo rimane la casa del missionario, quando lo spazio lo consente, alternata a quella del collaboratore.

Maandberigt van het Nederlandsche Zendelinggenootschap, Java, n. 11, 1865, p. 123.

Maandberigt van het Nederlandsche Zendelinggenootschap. Fonti coeve olandesi. Missionari Protestanti. Indie Orientali Olandesi.
Maandberigt van het Nederlandsche Zendelinggenootschap, n. 11, 1865, p. 123.

Anche la situazione della scuola contribuisce a spiegare il problema. Quando Hoezoo torna a Semarang, nel marzo 1864, trova una scuola di appena una decina di alunni; durante l’epidemia di colera l’insegnamento viene sospeso per settimane a causa della scarsa frequenza, per poi riprendere successivamente con soli cinque allievi. Il numero sale poi a quattordici, distribuiti fra due sedi; quattro ragazzi giavanesi vivono inoltre presso il missionario, che provvede al loro vitto e ai loro vestiti. Hoezoo considera questa soluzione un mezzo per mantenere in vita l’istruzione in un contesto nel quale l’interesse per la scuola rimane insufficiente.

La questione scolastica non è soltanto educativa. Il missionario lamenta anche l’impossibilità di organizzare efficacemente un percorso di istruzione religiosa per i futuri membri della congregazione; molti bambini sono ancora troppo giovani, mentre altri sembrano essersi allontanati definitivamente dalla comunità.

Emerge dunque il problema di riproduzione intergenerazionale: una presenza cristiana che non riesce ad attrarre nuovi aderenti e incontra difficoltà nel trasmettere la propria identità ai più giovani rischia di dipendere esclusivamente dalla continuità dei membri già acquisiti. La conversione individuale, senza strumenti di formazione e senza una partecipazione comunitaria regolare, non assicura la persistenza del gruppo.

La relazione mostra inoltre come queste difficoltà incidano direttamente sull’organizzazione territoriale della missione. La scarsità di personale, le condizioni familiari del missionario e la difficoltà di raggiungere le comunità più lontane lo inducono a rivedere la distribuzione dei collaboratori. Alcuni insediamenti vengono affidati ad altri missionari, in altri casi si rinuncia alla presenza permanente e si ricorre a visite occasionali.

La comunità di Kajoe Aboe viene invece mantenuta, anche in considerazione del maggior numero di fedeli, della presenza di una chiesa in pietra e delle possibilità di istituire una scuola; le decisioni non dipendono quindi soltanto dalla consistenza numerica delle congregazioni, ma anche dalla possibilità concreta di sostenerle e svilupparle.

Il caso di Semarang rivela così un limite strutturale dell’attività missionaria: ottenere conversioni e costruire comunità cristiane stabili sono processi distinti. Il primo riguarda l’adesione individuale, mentre il secondo richiede relazioni continuative, formazione religiosa, istituzioni, risorse e una presenza territoriale capace di mantenere i contatti fra i fedeli. La dispersione geografica, la debolezza della scuola e la difficoltà di assicurare un ricambio generazionale concorrono a rendere fragile una congregazione che, pur esistendo formalmente, fatica a consolidarsi.

La testimonianza di Hoezoo non permette di stabilire quanto pesassero le motivazioni personali dei convertiti, né dimostra che la dispersione fosse l’unica causa delle difficoltà; è però particolarmente significativa perché documenta il problema dal punto di vista della stessa organizzazione missionaria. Il missionario non si limita a registrare il numero dei battesimi: valuta la capacità della comunità di mantenersi, organizzarsi e trasmettere la propria identità. La sua preoccupazione rivela che il successo della missione non poteva essere misurato soltanto attraverso le nuove adesioni.

La relazione del 1865 mostra, in definitiva, che la presenza cristiana a Giava non dipendeva esclusivamente dalla predicazione e dalla conversione, ma anche dalla possibilità di trasformare i convertiti in una comunità durevole. È proprio nella distanza fra adesione religiosa e consolidamento comunitario che emerge uno dei problemi centrali della missione protestante nella società giavanese nella seconda metà dell’Ottocento.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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