Tra le fonti meno utilizzate per ricostruire la storia politica dell’Indonesia del secondo dopoguerra si trovano i bollettini dell’Algemeen Nieuws- en Telegraaf-Agentschap (ANETA). Fondata a Batavia nel 1917 da Dominique Willem Berretty, ANETA fu un’agenzia di stampa destinata principalmente alla raccolta e alla distribuzione di informazioni attraverso la rete telegrafica. I suoi dispacci fornivano materiale alla stampa, agli ambienti economici e alle istituzioni, svolgendo un ruolo importante nel sistema informativo delle Indie Orientali Olandesi.
La particolarità di queste pubblicazioni è che la loro storia non termina con la fine del dominio coloniale. I bollettini continuarono infatti a essere prodotti nel periodo della Repubblica, proseguendo successivamente sotto le denominazioni P.I. Aneta e PIA. Questo consente di utilizzare la documentazione ANETA non soltanto come fonte sulla società coloniale, ma anche come osservatorio sulla transizione dall’ordine delle Indie Orientali alla nuova Repubblica indonesiana.
Un bollettino del 1952 offre un esempio particolarmente significativo. Il documento riferisce la risposta del Primo Ministro Wilopo al dibattito parlamentare sulla dichiarazione governativa del 9 maggio. La situazione descritta è quella di uno Stato ancora impegnato nella definizione delle proprie strutture fondamentali.

Il Governo discute infatti della futura organizzazione delle elezioni generali, della precedenza da attribuire all’elezione della Costituente rispetto al Parlamento, dell’autonomia regionale, della distribuzione delle risorse tra governo centrale e amministrazioni locali e dei programmi di ricostruzione. Vengono inoltre affrontati il deficit di bilancio e la possibilità di porre termine allo stato di guerra e d’assedio ancora vigente in Indonesia.
È all’interno di questa discussione sulla costruzione istituzionale dello Stato che compare una questione apparentemente secondaria, ma storicamente rilevante, la proposta parlamentare di abolire alcuni ministeri.
Nel suo resoconto, ANETA riassume la posizione del Governo con una frase molto chiara:
Een opheffing van de ministeries van voorlichting en godsdienst wordt door de regering afgewezen.
Il Governo respinge dunque la proposta di abolire i Ministeri dell’Informazione e degli Affari Religiosi.
Regeringssantwoord. Indonesische documentatie dienst van ANP-Aneta, 22, 1952, p. 221.
Il significato del passaggio emerge meglio nella risposta governativa estesa. Il primo ministro Wilopo affronta separatamente le due questioni; per il Ministero dell’Informazione sostiene che le attività informative sono necessarie e che il dicastero svolge una funzione sufficientemente importante. Quando passa al Ministero degli Affari Religiosi, il Governo respinge nuovamente l’ipotesi di soppressione.
Non si tratta quindi di una presenza puramente nominale. Nel 1952 il Ministero degli Affari Religiosi è parte integrante dell’apparato governativo e la sua eventuale abolizione è oggetto di un vero dibattito parlamentare; la religione appartiene già, in altre parole, alla sfera delle funzioni che la Repubblica considera degne di una propria istituzione ministeriale.
Questo dato consente di osservare da una prospettiva diversa il problema del rapporto tra religione e Stato nella nascita dell’Indonesia indipendente.
La Repubblica non nacque in una società nella quale la religione costituiva una dimensione marginale della vita pubblica. L’islam, in particolare, era profondamente radicato nella società indonesiana, ma il quadro religioso dell’arcipelago comprendeva anche comunità cristiane, induiste e buddhiste, oltre a una pluralità di tradizioni locali; la costruzione dello Stato nazionale doveva quindi confrontarsi con una realtà sociale nella quale la religione era già una componente strutturale.
Il problema dei nazionalisti indonesiani non consisteva semplicemente nello scegliere se introdurre o escludere la religione dalla vita dello Stato; la questione era piuttosto come integrare una società profondamente religiosa all’interno di uno Stato nazionale che non avrebbe assunto la forma di uno Stato islamico.
È in questa prospettiva che acquista significato il compromesso politico rappresentato da Pancasila. La Repubblica non adottò il progetto di trasformare l’Indonesia in uno Negara Islam, nonostante l’esistenza di forze politiche che sostenevano una maggiore centralità dell’Islam nell’ordinamento statale. Ma non adottò neppure un modello di rigorosa separazione tra Stato e religione; la soluzione fu più complessa, e la religione venne riconosciuta come una componente della vita nazionale e contemporaneamente inserita all’interno dell’organizzazione amministrativa dello Stato.
Il Ministero degli Affari Religiosi rappresenta una delle manifestazioni più concrete di questa soluzione. La sua presenza nel Governo non significa che l’Indonesia fosse uno Stato islamico, né che il Governo Wilopo intendesse subordinare l’ordinamento politico a una specifica dottrina religiosa. Significa però che la Repubblica considerava la dimensione religiosa sufficientemente importante da renderla oggetto di una specifica responsabilità istituzionale.
Il documento del 1952 permette quindi di evitare una lettura lineare secondo cui l’Indonesia sarebbe nata come uno Stato sostanzialmente secolare e avrebbe successivamente acquisito una crescente dimensione religiosa per effetto dell’islamizzazione politica. La realtà appare diversa, e la religione era già presente nella struttura sociale e politica sulla quale venne costruita la Repubblica. L’indipendenza non fece scomparire questa realtà, ma rese necessario trovare un modo per incorporarla nella nuova architettura statale.

Il fatto che, nel 1952, mentre erano ancora in discussione le stesse fondamenta istituzionali della Repubblica — elezioni, Costituente, Parlamento, autonomia regionale e organizzazione amministrativa — il Governo dovesse difendere anche l’esistenza del Ministero degli Affari Religiosi è significativo proprio per questo.
Non si trattava di un elemento estraneo che chiedeva successivamente di essere riconosciuto, ma era già parte del problema della costruzione dello Stato.
La scelta del Governo Wilopo assume dunque un significato ulteriore se si considera il contesto nel quale viene compiuta. Nel 1952 la Repubblica doveva ancora consolidare le proprie istituzioni e disponeva di risorse limitate, ma di fronte alla proposta di sopprimere il Ministero degli Affari Religiosi, il Governo ne difese la permanenza.
Non si trattava quindi di un’istituzione improvvisata o di una concessione contingente alla politica islamica. Il Ministero era stato istituito già nel 1946, nei primi mesi della Repubblica, e sembra confermare il fatto che la dimensione religiosa sia stata considerata fin dall’inizio una componente sufficientemente rilevante della società nazionale da richiedere una propria struttura statale. Il caso Wilopo mostra dunque una continuità, in quanto la religione non entrò successivamente nella costruzione della Repubblica, ma ne fu parte fin dalle origini.
Il dibattito parlamentare non implica che l’importanza del Ministero degli Affari Religiosi fosse unanimemente riconosciuta. Al contrario, la proposta di abolirlo dimostra che la sua funzione era contestata, ma la decisione del Governo Wilopo di mantenerlo mostra tuttavia che la rilevanza istituzionale della religione non era in discussione. Poteva essere contestata la necessità di un ministero dedicato, ma non la presenza della dimensione religiosa nella realtà sociale e politica della Repubblica.
La storia successiva dell’Indonesia avrebbe naturalmente modificato il rapporto fra religione, società e politica, ma la sua origine non deve essere cercata soltanto nelle successive fasi di mobilitazione islamica. Essa risale alla stessa formazione della Repubblica e al compromesso attraverso il quale una società religiosamente articolata venne trasformata in uno Stato nazionale unitario e pluralista.
Il piccolo bollettino ANETA del 1952 permette dunque di cogliere, attraverso una questione apparentemente amministrativa, una caratteristica fondamentale dell’esperienza indonesiana; la Repubblica non escluse la religione dalla costruzione dello Stato, ma cercò di inserirla al suo interno senza trasformare lo Stato in un’entità confessionale.
È una distinzione essenziale per comprendere la particolare traiettoria politica dell’Indonesia contemporanea, ed evitare di dividere una storia complessa in blocchi rigidamente divisi. Al contrario, la storia dell’Indonesia presenta delle continuità fondamentali tra il periodo coloniale e quello sorto dal 1945-1949.

