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Quando si parla di islamizzazione dell’Europa, il dibattito tende a concentrarsi sugli sviluppi degli ultimi decenni. Raramente ci si chiede se alcuni processi di lungo periodo abbiano avuto origine molto prima, quando la presenza musulmana in Italia era ancora numericamente limitata e quasi invisibile nel dibattito pubblico.

Una fonte storica poco conosciuta offre uno spunto di riflessione. Si tratta del Messaggero dell’Islàm, periodico del Centro Islamico di Milano, che nel 1984 dedicò un ampio articolo alla zakat, definita “imposta coranica”, il terzo pilastro dell’islam.

L’articolo non si limita a ricordarne il valore religioso, e la zakat (imposta religiosa) viene definita un «obbligo inderogabile» e descritta come un preciso dovere giuridico nei confronti di Dio; si tratta della posizione tradizionale del diritto islamico, proposta ai lettori del Messaggero.

Il passaggio successivo, però, merita maggiore attenzione, in quanto, secondo il Messaggero dell’Islàm, quando esiste uno Stato islamico la zakat deve essere versata all’amministrazione fiscale islamica. In assenza di uno Stato islamico (retto dalla sharia, o con istituzioni coraniche riconosciute dallo Stato), invece, il versamento deve essere effettuato «all’organizzazione religiosa islamica del luogo ove essi (i musulmani, ndr) risiedono».

L’articolo aggiunge poi un’indicazione estremamente concreta:

«In Italia, la zakàh (…) è raccolta dal CENTRO ISLAMICO di Milano (…) presso il quale c’è la Cassa della Imposta coranica.»

Non siamo più di fronte a una semplice esposizione dei principi religiosi. Il Centro Islamico di Milano si presenta come l’istituzione incaricata di svolgere, sul territorio italiano, una funzione che nella tradizione islamica appartiene all’organizzazione della comunità musulmana.

Un’associazione di diritto privato italiano si attribuisce la funzione di riscuotere un’imposta prevista da un diverso ordinamento giuridico. Nell’ordinamento italiano, la potestà impositiva appartiene esclusivamente allo Stato e agli enti pubblici ai quali essa sia conferita dalla legge; il Centro Islamico di Milano, invece, rivendica tale funzione in forza della normativa religiosa islamica.

L’articolo afferma che la zakat viene raccolta presso la “Cassa della Imposta coranica” del Centro Islamico di Milano. Il testo, tuttavia, non fornisce indicazioni circa le modalità di gestione, rendicontazione o destinazione delle somme raccolte; per il lettore dell’epoca, il versamento appare fondato essenzialmente sull’autorità religiosa attribuita al Centro.

Ancora più significativo è il capitolo dedicato al mancato pagamento. Il periodico ricorda che, in uno Stato islamico, il debitore viene perseguito esecutivamente fino al pagamento dell’imposta; se invece il rifiuto nasce dal mancato riconoscimento della zakat come obbligo religioso, «si applicano le sanzioni previste per l’apostasia». L’articolo aggiunge inoltre che un gruppo che rifiuti di pagare deve essere perseguito fino al completo adempimento.

Immagine creata con AI a scopi illustratiivi (qualunque riferimento a persone reali è casuale e non voluto)

È importante essere precisi, in quanto il Messaggero dell’Islàm non propone esplicitamente l’applicazione di tali sanzioni nell’ordinamento italiano; tuttavia, sceglie di illustrarle a lettori che vivono in uno Stato democratico e laico, nel quale tali norme non hanno alcuna efficacia giuridica. Ed è proprio questo il punto che merita una riflessione.

L’impostazione dell’articolo, nonché il tenore normativo degli altri articoli della rivista, con cui si presentano l’islam e i suoi obblighi come obblighi giuridici, suggerisce che l’obiettivo non fosse soltanto quello di illustrare uno dei cinque pilastri dell’islam; Il Messaggero dell’Islàm dedica infatti ampio spazio alla descrizione del funzionamento della zakat come istituto giuridico, ne ribadisce il carattere di obbligo inderogabile, individua nel Centro Islamico di Milano il soggetto incaricato della sua riscossione in Italia e richiama persino il sistema sanzionatorio previsto dal diritto islamico classico per chi ne contesta l’obbligatorietà.

E’ pertanto possibile ipotizzare che già nel 1984 il Messaggero dell’Islàm svolgesse una funzione che andava oltre la semplice divulgazione religiosa, specialmente in un momento storico in cui la comunità islamica di Milano e della Lombardia era ancora modesta in termini numerici.

L’insieme degli elementi esaminati rende plausibile l’ipotesi che l’obiettivo fosse quello di costruire una comunità organizzata secondo categorie giuridiche proprie della sharia, mantenendo vivi, anche nella diaspora, istituti fondamentali del diritto islamico. In questa prospettiva, la “Cassa della zakat” del Centro Islamico di Milano non rappresenterebbe soltanto uno strumento amministrativo, ma il tentativo di riprodurre, in forma adattata ma funzionante, una prerogativa tradizionalmente esercitata dalle istituzioni islamiche.

Questa interpretazione conduce a una riflessione più ampia, in quanto l’islamizzazione non coincide necessariamente con la richiesta di modificare immediatamente le leggi dello Stato. Può iniziare molto prima, attraverso la costruzione di istituzioni comunitarie, la trasmissione di una cultura giuridica e la progressiva interiorizzazione dell’idea che il diritto islamico continui a costituire il principale riferimento normativo del credente, anche vivendo all’interno di un ordinamento diverso.

Immagine creata con AI a scopi illustrativi

Quella proposta è un’ipotesi interpretativa, non una conclusione definitiva, ma che trova fondamento in dati oggettivi, ossia la presenza di un periodico pubblicato in Italia in lingua italiana, una raccolta organizzata della zakat, il richiamo esplicito alle norme della sharia e persino alle sanzioni previste dal diritto islamico classico per l’apostasia.

L’interesse storico di questo documento non risiede tanto nella descrizione della zakat, quanto nel modello di comunità che emerge dalle sue pagine. Il diritto islamico non viene presentato come un patrimonio dottrinale appartenente a un contesto lontano, ma come un sistema normativo che continua a disciplinare la vita del musulmano anche in uno Stato non islamico.

La centralizzazione della raccolta della zakāt presso il Centro Islamico di Milano rappresenta, in questa prospettiva, un elemento di particolare rilievo. Resta naturalmente aperta la questione interpretativa, e ci si chiede se tali iniziative costituissero esclusivamente strumenti di organizzazione religiosa della diaspora o rappresentassero le prime manifestazioni di un più ampio processo di istituzionalizzazione e islamizzazione della presenza musulmana in Italia. È una domanda alla quale le fonti non forniscono una risposta definitiva, ma che esse rendono certamente legittima.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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