islam politico hilmi
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Il racconto di Hilmi, pubblicato dalla rivista malese Nadi Insan nel 1983, offre una sorprendente chiave di lettura per comprendere le alleanze tattiche dell’islam politico. Dall’Indonesia rivoluzionaria all’Iran del 1979, fino ad alcune dinamiche contemporanee, emerge una domanda fondamentale: è sufficiente un nemico comune per costruire un progetto politico condiviso?

Hilmi’s story, published in the Malaysian magazine Nadi Insan in 1983, offers a compelling lens through which to understand the tactical alliances of political Islam. From revolutionary Indonesia to Iran in 1979 and contemporary geopolitical dynamics, one fundamental question emerges: is a common enemy enough to build a shared political project?

Het verhaal van Hilmi, gepubliceerd in het Maleisische tijdschrift Nadi Insan in 1983, biedt een verrassend perspectief op de tactische allianties van de politieke islam. Van het revolutionaire Indonesië tot Iran in 1979 en hedendaagse geopolitieke ontwikkelingen rijst één fundamentele vraag: is een gemeenschappelijke vijand voldoende om een gedeeld politiek project op te bouwen?


Un Racconto Banale?

Nel 1983, la rivista malese Nadi Insan pubblicò un racconto apparentemente semplice, destinato però a suggerire una riflessione sorprendentemente attuale. Il protagonista, Hilmi, è un musulmano profondamente credente, la cui visione della società è plasmata dall’islam; eppure, nel corso della vicenda, egli diventa un punto di riferimento anche per ambienti che sembrano condividere ben poco con il suo universo culturale e religioso.

Nadi Insan, 52, 1983 (Foto Nadi Insan)

Il valore del racconto non risiede tanto nella trama, quanto nella dinamica che mette in scena, in quanto Hilmi non cambia idea, non rinuncia alla propria identità e non modifica il proprio orizzonte ideale; al contrario, egli rinuncia alla propria libertà per non compromettere i suoi ideali.

Si consideri questo passaggio, alla fine del breve racconto;

«Questa è la mia condizione: che la mia liberazione sia fondata su formali e solenni scuse pubbliche da parte delle autorità, seguite da un giuramento formale davanti al Giudice Supremo in cui si impegnino a non compiere mai più un’ingiustizia simile.»

(…)

«Solo a questa condizione accetterò di essere liberato, non altrimenti. La mia detenzione qui dentro è la prova provata della mia innocenza. Per questo sono pronto a rimanere recluso anche per cento anni, o finché non sarò marcito, quale delle due cose avvenga per prima. Solo dopo accetterò le vostre condizioni, qualunque esse siano.»

Affandi Hassan, Al Fauz Al Kabir (La Grande Vittoria), in Nadi Insan, pp. 53-56.

Il personaggio rimane coerente con i suoi valori fino alla fine, rinunciando ad una facile liberazione e al ricongiungimento con la sua famiglia; la sinistra malese lo propone, paradossalmente, come il simbolo di una battaglia politica comune e relegando sullo sfondo le profonde differenze che li separano.


Una Lettura Geopolitica

A distanza di oltre quarant’anni, questa storia sembra offrire una chiave di lettura utile per comprendere uno dei fenomeni più ricorrenti e spesso incompresi della geopolitica contemporanea, le alleanze tattiche tra attori che condividono un avversario, ma non una medesima idea di società derivante da valori comuni.

Nadi Insan, 52, 1983 (Foto Nadi Insan)

Ogni coalizione politica, in realtà, si coagula intorno alla percezione di un nemico comune, un aspetto capace di unire soggetti che, in condizioni ordinarie, non accetterebbero di cooperare; la domanda a cui si evita di rispondere, invece, è quella più importante, e riguarda la visione della società che si intende proporre come alternativa a quella che si sta combattendo insieme.

La storia dimostra che è proprio questa seconda domanda a determinare la solidità di un’alleanza, come dimostra l’indipendenza dell’Indonesia; in questo caso, si osserva un fronte eterogeneo, ma apparentemente compatto, formato da nazionalisti, movimenti islamici, socialisti e comunisti, che si ritrovarono uniti contro il dominio coloniale olandese.

Finché il nemico era rappresentato dalla presenza coloniale, le differenze sembravano secondarie, ma dopo il 1945 la questione cambiò radicalmente. Non si trattava più di conquistare la libertà, ma di decidere quale Stato sarebbe stato opportuno costruire. Il dibattito sulla Carta di Jakarta (Piagam Jakarta, l’obbligo di seguire la sharia per i musulmani, rimosso il 18 agosto dalla costituzione), le rivolte di Darul Islam (che chiedeva uno Stato confessionale) e le profonde tensioni tra le principali forze politiche dimostrarono che la coalizione anticoloniale aveva soltanto sospeso un conflitto destinato a riemergere.

Lo stesso meccanismo si osserva nella rivoluzione iraniana del 1979, e, anche in questo caso, esisteva un fronte formato da liberali, marxisti, nazionalisti e islamisti che contribuì alla caduta dello Scià, anche se il progetto politico dell’ayatollah Khomeini non era mai stato ambiguo. Lo Stato islamico costituiva il punto d’arrivo desiderato (anche se non necessario) della rivoluzione, non una sua possibile evoluzione; molti osservatori occidentali interpretarono quel movimento soprattutto come una rivoluzione anti-imperialista, trascurando il fatto che l’obiettivo finale non coincideva con l’orizzonte politico e sociale proposto da Khomeini.


Una Rilettura Attuale

Questa dinamica continua a manifestarsi anche nel mondo attuale, dove una parte della sinistra occidentale sostiene alcune cause legate al mondo islamico attraverso categorie quali anticolonialismo, autodeterminazione e resistenza; si tratta di principi pienamente legittimi nel dibattito politico. Tuttavia, la vicinanza a una causa può talvolta trasformarsi in una lettura riduttiva degli attori che la incarnano. Movimenti dell’islam politico vengono talora interpretati quasi esclusivamente in funzione del conflitto che conducono, mentre passa in secondo piano la loro concezione dello Stato, della legge, del pluralismo religioso e del rapporto tra religione e politica.

Il fenomeno, tuttavia, non è unilaterale, in quanto anche una parte dell’islam politico dimostra una notevole capacità di costruire convergenze tattiche con interlocutori ideologicamente molto distanti; in questi casi, la collaborazione può risultare utile per acquisire legittimità internazionale, ampliare il consenso o rafforzare una determinata narrazione geopolitica. In questo senso, non si assiste tanto a un incontro tra visioni compatibili, quanto a una reciproca convenienza, anche se precaria e temporanea.

È proprio qui che il personaggio di Hilmi assume un significato più profondo. Egli rappresenta un attore che viene continuamente reinterpretato dagli altri, su cui ciascuno proietta le proprie aspettative, leggendo soltanto gli aspetti funzionali ai propri obiettivi, mentre la sua identità reale rimane sullo sfondo, sostituita da un’immagine politicamente più utile.


Nadi Insan, 52, 1983 (Foto Nadi Insan)

Questo meccanismo produce un effetto paradossale. Le alleanze sembrano solide proprio perché evitano di affrontare le questioni più divisive, ma quello che viene ignorato durante la fase della mobilitazione tende inevitabilmente a riemergere quando arriva il momento di costruire un ordine politico stabile su basi comuni.

Forse è proprio questa la lezione suggerita, quasi in controluce, dal racconto pubblicato da Nadi Insan. La geopolitica contemporanea continua a essere attraversata da coalizioni costruite attorno a un nemico comune, ma la storia dimostra che la vera prova di un’alleanza non coincide con la vittoria sul nemico, ma con quanto avviene dopo tale evento.

Del resto, Hilmi dimostra di non accettare compromessi di nessun genere, e, alla proibizione delle guardie di pregare non segue la sua protesta, ma la sua reazione;

Ogni volta che le guardie lo guardavano, lo vedevano sempre assorto nella preghiera. I guardiani iniziarono a provare timore nel vederlo dedicarsi interamente all’adorazione e alla preghiera per tutto il giorno. Fecero quindi un rapporto e quello stesso giorno arrivò un nuovo ordine: a Hilmi non era permesso pregare senza l’attenzione e la sorveglianza delle guardie. Poteva pregare solo quando gli veniva ordinato dai guardiani, sotto la loro supervisione, e recitando ad alta voce una preghiera che era stata preparata per lui. Hilmi accettò la prima condizione, ma si rifiutò di recitare la preghiera predisposta.

“Se è così, non ti è permesso pregare”, disse la guardia. “Abbiamo ricevuto l’ordine: non puoi più pregare, eccetto che con la preghiera prestabilita.”

Hilmi non disse nulla. Si mise a pregare solo nel suo cuore.

“Nemmeno nel cuore è permesso!”, sbottò la guardia, che si accorse subito del comportamento di Hilmi, rimasto in silenzioso raccoglimento.

Hilmi prolungò la sua preghiera rituale (sembahyang), poiché ora vi recitava all’interno ogni tipo di supplica. I guardiani sentirono di essere stati presi in giro ancora una volta.

“Solo tre minuti, al massimo”, disse la guardia infuriata. “Ci è stato ordinato di permetterti di pregare per non più di tre minuti. Se sfori, ti interrompiamo noi.”

Hilmi non protestò nemmeno stavolta. Non serviva a nulla implorare, perché le persone che lo sorvegliavano non erano della sua stessa religione. Tre minuti, dicevano, e lui eseguiva il suo atto di culto in quei tre minuti in modo estremamente devoto (khusuk). In realtà, ciò era già più che sufficiente per l’atto di culto esteriore.

Affandi Hassan, Al Fauz Al Kabir (La Grande Vittoria), in Nadi Insan, pp. 53-56.

Hilmi non rinuncia mai alla sua identità, e i tentativi di controllo dei suoi carcerieri falliscono sempre in maniera grottesca, suggerendo che qualunque tentativo di manipolare l’islam politico sono destinati a fallire; ‘Non serviva a nulla implorare, perché le persone che lo sorvegliavano non erano della sua stessa religione’. Letto nel contesto del 1983, si può ipotizzare che l’autore stia cercando di avvertire i lettori dell’impossibilità di controllare o piegare ai propri obiettivi persone come Hilmi.

In definitiva, il vero problema geopolitico non è stabilire chi sia il proprio nemico, ma chiedersi se, una volta sconfitto, gli alleati saranno ancora capaci di riconoscersi nello stesso progetto di società; è una domanda che il personaggio di Hilmi poneva già nel 1983 e che, quarant’anni dopo, continua a interrogare il presente. L’atteggiamento di Hilmi, risoluto fino alla morte, sembra dimostrare che la risposta a questa domanda è di segno negativo, di cui l’Iran costituisce un esempio significativo.


Letture Consigliate

  • Affandi Hassan. (1983). Al Fauz Al Kabir (La Grande Vittoria). In Nadi Insan (Vol. 52, pp. 53–56).
  • Ayoob, M., & Lussier, D. N. (2020). The Many Faces of Political Islam: Religion and Politics in Muslim Societies (2nd ed.). University of Michigan Press.
  • Roy, O. (1994). The Failure of Political Islam. Harvard University Press.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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