Nel febbraio del 2026 PERSIS ha pubblicato sul suo sito un articolo dedicato a una vicenda che, secondo la testimonianza raccolta dall’organizzazione, si sarebbe verificata nel 1979 a Dusun Kenalan, sulle pendici del Monte Merbabu, Giava Centrale. Il titolo parla esplicitamente di pemurtadan massal, “apostasia di massa”, e presenta l’episodio come una conversione collettiva della popolazione dall’islam al cristianesimo. Alla fine del racconto, sarebbe rimasta musulmana una sola famiglia, presentata come sopravvissuta.
La vicenda viene raccontata attraverso la testimonianza di Pak (signor) Dar, che, secondo la narrazione proposta, nel 1979 aveva otto anni e che oggi è takmir (responsabile) della moschea del villaggio; il suo ricordo, non verificato, costituisce il nucleo dell’articolo. Pak Dar racconta di aver assistito da lontano al battesimo collettivo, senza entrare nel fiume dove si svolgeva la cerimonia.
La narrazione proposta, in effetti, presenta un certo interesse:
Menurut penuturan Pak Dar, peristiwa tersebut bermula dari sakit keras yang dialami istri kepala dusun saat itu. Berbagai upaya pengobatan dilakukan, namun tak membuahkan hasil.
“Suatu hari datang seorang pendeta dari Salatiga yang berjanji bisa menyembuhkan dengan syarat, jika sembuh maka keluarga Bu Lurah dan seluruh warga dusun harus masuk Kristen,” kisahnya.
Kesepakatan itu akhirnya diterima. Setelah Bu Lurah dinyatakan sembuh, janji tersebut ditagih. Sebagai tokoh paling berpengaruh dan terpandang di dusun, ajakan Bu Lurah diikuti hampir seluruh warga.
Warga kemudian dikumpulkan dalam pertemuan desa. Pendeta dan misionaris menyampaikan pokok-pokok ajaran Kristen.
Beberapa waktu setelahnya, seluruh warga diajak ke sungai untuk mengikuti prosesi baptis massal. Dan Keluarga Pak Dar menjadi satu-satunya yang menolak ikut dalam prosesi tersebut.
Secondo il racconto di Pak Dar, l’episodio ebbe origine dalla grave malattia della moglie del capo del villaggio dell’epoca. Furono tentati diversi trattamenti, ma senza successo.
«Un giorno arrivò un pastore da Salatiga, che promise di poterla guarire a condizione che, se fosse guarita, la famiglia della signora Lurah e tutti gli abitanti del villaggio avrebbero dovuto convertirsi al cristianesimo», racconta.
L’accordo fu infine accettato. Dopo che la signora Lurah fu dichiarata guarita, la promessa venne riscossa. Essendo la persona più influente e rispettata del villaggio, l’invito della signora Lurah fu seguito da quasi tutti gli abitanti.
Gli abitanti furono quindi riuniti in un’assemblea del villaggio. Il pastore e i missionari illustrarono i principali insegnamenti cristiani.
Qualche tempo dopo, tutti gli abitanti furono invitati a recarsi al fiume per partecipare al rito del battesimo collettivo. La famiglia di Pak Dar fu l’unica a rifiutarsi di prendere parte alla cerimonia.
PERSISTRI Jateng Ungkap Kisah Pemurtadan Massal di Lereng Merbabu: Satu Keluarga Bertahan dalam Islam, PERSISTRI Jateng racconta la storia di una conversione di massa allontanandosi dall’Islam alle pendici del Merbabu: una sola famiglia rimase nell’Islam, PERSIS, 3 Februari, 2026.
La sequenza proposta dalla fonte è quindi piuttosto precisa: una situazione di vulnerabilità, l’arrivo del missionario, una promessa, la guarigione, la conversione di una figura autorevole e infine la conversione della comunità. Non è tanto la dottrina cristiana a occupare il centro del racconto quanto il meccanismo attraverso il quale una conversione individuale diventa una conversione collettiva.

Anche il ruolo attribuito alla Bu Lurah è significativo. La fonte non presenta la conversione degli abitanti come la somma di numerose decisioni individuali indipendenti; al contrario, la scelta di una persona posta al vertice della comunità viene rappresentata come l’elemento capace di orientare il comportamento degli altri. La dimensione religiosa e quella sociale finiscono così per sovrapporsi: cambiare religione significa, nel racconto, anche seguire l’autorità e gli equilibri della propria comunità.
All’interno di questa narrazione assume un’importanza particolare l’unica famiglia che non aderisce al cristianesimo. La famiglia di Pak Dar viene presentata come quella che “rimane salda nella fede islamica”; la sua funzione nel racconto non è però quella di protagonista di un confronto teologico con i missionari. Non vengono riportate discussioni, argomentazioni o dispute dottrinali; la loro resistenza è descritta soprattutto come continuità, e, mentre la comunità cambia, quella famiglia rimarrebbe musulmana.
Questo particolare permette alla fonte di costruire anche una seconda parte della vicenda. La comunità musulmana non sarebbe quindi scomparsa definitivamente: dalla sola famiglia rimasta nel 1979 si sarebbe arrivati, secondo quanto riferisce l’articolo, a circa quindici famiglie musulmane su una popolazione di circa 160 nuclei familiari. La vicenda viene così presentata non soltanto come una perdita, ma anche come un processo successivo di ricostruzione della presenza islamica.
È interessante, in questo passaggio, che la fonte non presenti la situazione attuale semplicemente come il risultato naturale del trascorrere del tempo; la presenza musulmana viene collegata alla continuità della moschea e all’attività di rafforzamento della comunità. La moschea diventa così, nelle parole utilizzate nell’articolo, un luogo di protezione della fede e di consolidamento della comunità musulmana.
Il racconto contiene però anche alcuni silenzi molto evidenti. Viene omessa la voce degli abitanti che, secondo la testimonianza, passarono al cristianesimo, e, di conseguenza, non conosciamo la loro interpretazione degli avvenimenti; non viene precisato nemmeno come la Bu Lurah abbia vissuto la propria conversione, né quale fosse il ragionamento religioso degli altri abitanti. La figura del pastore compare invece soprattutto attraverso il ruolo che gli viene attribuito nella sequenza degli eventi.
Anche il cristianesimo rimane, per gran parte del racconto, una presenza esterna che interviene nella comunità, piuttosto che una fede descritta dall’interno; non vengono illustrate le sue dottrine, le pratiche religiose o le motivazioni spirituali dei nuovi convertiti. Ciò che interessa alla fonte è soprattutto il risultato: il passaggio di una comunità musulmana al cristianesimo e la successiva permanenza di un piccolo nucleo islamico.
È qui che la scelta del termine pemurtadan assume particolare importanza, in quanto PERSIS non descrive semplicemente un cambiamento di religione, ma utilizza un termine che, dal punto di vista islamico, definisce il passaggio dall’islam a un’altra fede, ovvero l’apostasia. L’episodio viene quindi collocato fin dall’inizio all’interno di una precisa interpretazione religiosa. La stessa testimonianza viene successivamente presentata da una rappresentante di PERSISTRI (l’organizzazione delle mogli musulmane) come ‘dimostrazione’ del fatto che una pemurtadan massal (apostasia di massa) “è realmente avvenuta”.
Non è necessario, per il nostro scopo, andare oltre ciò che la fonte permette di osservare. L’articolo non presenta una ricerca documentaria sul 1979, ma una memoria locale raccolta nel 2026 e inserita da PERSIS in una narrazione più ampia sulla presenza islamica nelle aree in cui i musulmani costituiscono una minoranza. Il valore della fonte sta quindi anche nel modo in cui un episodio del passato (vero o meno) viene selezionato, ricordato e interpretato nel presente.

E soprattutto, la fonte mostra cosa significa raccontare la conversione dal punto di vista di un’organizzazione islamica. La conversione al cristianesimo appare come perdita della comunità, mentre la permanenza nell’islam viene descritta come resistenza e continuità. Non troviamo invece una descrizione analoga dell’esperienza soggettiva di chi cambia religione: il centro della narrazione rimane la comunità islamica e ciò che le accade.
Il confronto diventa ancora più interessante se si considera un’altra pubblicazione di PERSIS relativa alla stessa area del Merbabu. In quel caso (Dian, Gadis Lereng Merbabu Kembali ke Pangkuan Islam di Hadapan Mubalig PERSIS, Dian, ragazza delle pendici del Merbabu, ritorna al grembo dell’Islam davanti a un predicatore di PERSIS, 14 Gennaio 2022) viene raccontata la vicenda di Dian, una giovane passata dal cristianesimo all’islam.
Il linguaggio cambia completamente: non si parla di pemurtadan, ma di “ritorno al grembo dell’Islam” (kembali ke pangkuan Islam); la conversione viene raccontata come un ritorno, e il mubaligh (predicatore) di PERSIS assume il ruolo di colui che accompagna e facilita questo ritorno.
Abbiamo dunque due racconti prodotti dalla stessa organizzazione, a cui si può aggiungere quello discusso recentemente su questa rivista, riferiti alla stessa area geografica e costruiti attorno a due direzioni opposte della conversione. Nel primo caso, una comunità musulmana perde i propri membri e una famiglia rimane a custodire la continuità dell’islam; nel secondo, una persona abbandona il cristianesimo e viene presentata come qualcuno che ritorna alla propria appartenenza religiosa.
Il confronto non serve quindi a stabilire quale delle due vicende sia più autentica. Permette piuttosto di osservare il vocabolario attraverso il quale PERSIS racconta la conversione; le parole utilizzate, i protagonisti scelti, le voci presenti e quelle assenti mostrano due modi speculari di rappresentare lo stesso fenomeno: il passaggio da una religione all’altra.

