Milano, 2017. Un numero de Il Messaggero dell’Islam permette di osservare come il Centro Islamico di Milano e Lombardia costruisca una precisa autorità sulla rappresentazione pubblica dell’Islam, distinguendo fra interpretazioni corrette e rappresentazioni considerate distorte.
Milan, 2017. An issue of Il Messaggero dell’Islam offers a revealing view of how the Islamic Centre of Milan and Lombardy constructs a distinct authority over the public representation of Islam, distinguishing between interpretations presented as correct and those regarded as distorted.
Milaan, 2017. Een nummer van Il Messaggero dell’Islam laat zien hoe het Islamitisch Centrum van Milaan en Lombardije een eigen gezag over de publieke beeldvorming van de islam opbouwt, door onderscheid te maken tussen als juist voorgestelde interpretaties en als vertekend beschouwde voorstellingen.
Il Messaggero dell’Islam: Il Controllo della Narrazione sull’Islam.
Nel 2017 Il Messaggero dell’Islam, periodico del Centro Islamico di Milano e Lombardia, pubblicava un numero nel quale è possibile osservare con particolare chiarezza una concezione dell’islam e, soprattutto, delle modalità attraverso cui esso dovrebbe essere rappresentato nello spazio pubblico occidentale.

Il dato interessante non si trova necessariamente in una singola affermazione, ma nel rapporto fra contributi diversi pubblicati sullo stesso numero, il 207, che finiscono per delineare una precisa gerarchia fra interpretazioni legittime e rappresentazioni considerate distorte.
Il primo articolo del numero 207, dopo l’editoriale del presidente del Centro Islamico, è dedicato alla cosiddetta ‘propaganda anti-islamica‘. In ‘Fuori Contesto’, gli autori (anonimi) accusano «scrittori e politici» di fare:
I professionisti della propagan-
da anti-islamica, scrittori e politi-
ci affetti da idrofobia islamo-fobi-
ca, fanno un largo uso dell’espe-
diente della decontestualizzazione
di passi del Sublime Corano, per
diffondere la loro malattia canina
in quegli ambienti, i quali – a cau-
sa del livello pre-alfabetico della
loro cultura, sono facilmente in-
fluenzabili. Costoro, allo scopo
di aizzare il popolo minuto contro
l’Islàm e i Musulmani. Si servono
dei testi alcune ayāt del Sublime
Corano fuori del loro contesto e,
ovviamente, senza parlare delle
circostanze storiche in cui esse fu-
rono rivelate. Così facendo, pre-
sentano l’immagine dell’Islàm,
che fa loro comodo presentare
per fare bottino di voti alle elezio-
ni. Presentano il Corano, fonte dell’Islàm, come un libro che pro-
muove la violenza e il terrorismo.
Prendono un “testo” e lo presenta-
no fuori dal suo “contesto”, spu-
tando veleno con le iugulari gon-
fie, strillando come pescivendo-
li al Mercato del pesce di Napoli.
Fuori Contesto. Il Veleno della Decontestualizzazione, Il Messaggero dell’Islam, 207. Luglio 2017, p. 4.

Il tono è difficilmente equivocabile. Gli autori non si limitano a contestare una determinata interpretazione del Corano, ma attribuiscono ai loro interlocutori un preciso intento politico: deformare deliberatamente l’immagine dell’islam per ottenere consenso elettorale. La metafora della «malattia canina», così come quella dei «pescivendoli al Mercato del pesce di Napoli», non serve quindi ad argomentare contro una particolare lettura del testo, ma a delegittimare preventivamente coloro che quella lettura propongono.
Anche il pubblico cui essi si rivolgono viene descritto in termini gerarchici: il «popolo minuto» sarebbe facilmente influenzabile a causa del proprio «livello pre-alfabetico» e potrebbe dunque essere manipolato attraverso una presentazione parziale del Corano.
La questione della decontestualizzazione, tuttavia, è più interessante del linguaggio denigratorio e offensivo con cui viene sostenuta; l’articolo non nega che i versetti citati appartengano al Corano, né cerca di dimostrare semplicemente che siano stati falsificati. Il problema, secondo gli autori, nasce dal fatto che un testo viene separato dal proprio «contesto» e dalle «circostanze storiche» della rivelazione; il significato di una aya (versetto), pertanto, non sarebbe esaurito dalle parole che la compongono, e per comprenderla ‘correttamente’ occorrerebbe ricostruire il contesto che ne determina l’interpretazione.
È proprio attraverso questo passaggio che l’articolo assume un carattere che va oltre la polemica contro alcuni critici dell’islam. Gli autori suggeriscono che il testo coranico, preso isolatamente, può produrre un’immagine falsa della religione, ed è per questa ragione che diventa necessario individuare chi possieda gli strumenti per ricostruirne il supposto significato autentico. La questione non riguarda più soltanto ciò che il Corano dice, ma chi sia autorizzato a stabilire che cosa il Corano dica realmente.
È un punto decisivo per comprendere il progetto editoriale del Messaggero dell’Islam, che si presenta infatti come luogo di «studi islamici» e, nello stesso tempo, interviene direttamente nel conflitto sulle interpretazioni dell’islam nello spazio pubblico. Il suo compito non sembra limitarsi alla trasmissione di ‘informazioni’ sulla religione, ma si estende al controllo della narrazione sull’islam; gli autori intendono distinguere fra una rappresentazione ritenuta autentica e rappresentazioni considerate false, strumentali o propagandistiche.
In questo senso il carattere apologetico del progetto emerge non tanto dal semplice fatto che la rivista difenda l’islam o i musulmani, quanto dal modo in cui costruisce l’autorità necessaria per stabilire quale sia la sua rappresentazione corretta.
La questione diventa ancora più evidente se si passa, poche pagine dopo, all’articolo dedicato a Zakir Naik.
Zakir Naik: La ‘Visione Corretta’ dell’Islam.
Il dottor (è un medico) Zakir Naik viene presentato dal Messaggero dell’Islam in questi termini:
Il dott. ZAKIR NAIK, indiano, è
un predicatore che ha un enorme
successo televisivo con i suoi ser-
moni in tema di Islàm, Egli gesti-
sce il canale Peace TV e il suo vol-
to è uno è uno dei volti televisivi
più noti in Asia e in Medio Orien-
te. Alla sua penna si devono nume-
rosi libri importanti sull’Islàm, co-
me “Il Corano e la scienza moder-
na”. Nel 2008 e 2009 è stato in Ita-
lia e ha tenuto incontri a Roma, Mi-
lano e Brescia. Nàik nel febbraio
del 1991 ha dato vita nel suo Paese
a una Fondazione, l’Islamic Rese-
arch Foundation [Fondazione <Ri-
cerche sull’Islàm> IRF] che ha co-
me obiettivo il fare informazione,
affinché le persone abbiano una “vi-
sione corretta dell’Islam”. A causa
dei suoi sermoni televisivi, che han-
no enorme successo e hanno deter-
minato in India un incredibile nu-
mero di adesioni all’Islàm, le Au-
torità indiane, benché egli condan-
ni il settarismo e la violenza, han-
no chiesto all’Interpol di arrestar-
lo, accusandolo di terrorismo.
Zakir Naik. Predicatore dell’Islam, Il Messaggero dell’Islam, 207, 2017, p. 26.

Il profilo prodotti dal Centro Islamico di Milano e Lombardia insiste sulla Islamic Research Foundation, fondata da Naik nel 1991, alla quale viene attribuito l’obiettivo di «fare informazione, affinché le persone abbiano una “visione corretta dell’Islam”». È probabilmente questa espressione a rendere più comprensibile il significato complessivo dell’articolo. Naik non viene presentato soltanto come un predicatore capace di raggiungere un pubblico vasto, ma come un soggetto impegnato a correggere la conoscenza dell’islam attraverso la divulgazione.
Si tratta di un personaggio dai tratti problematici, a cui è stata vietata la predicazione in diversi Paesi a ragione del loro carattere radicale, e tali problematiche erano ben note già nel 2017; la presentazione di Naik come una sorta di martire da parte del Messaggero dell’Islam, che lo qualifica come ‘predicatore dell’Islam’ è dunque significativa.
Nel mondo islamico la predicazione non ha come funzione quella di informare in senso neutrale, ma di controllare la narrazione, correggendo quelle che si ritengono errate; non sorprende, dunque, il riferimento all’espressione «visione corretta», che colloca il discorso su un piano più ampio, quello della rappresentazione pubblica dell’islam.
Il problema diventa quindi quello di stabilire quale immagine della religione debba essere considerata ‘autentica’ e quale, invece, secondo questa visione, il risultato di ignoranza, manipolazione o propaganda.
Lo stesso profilo biografico contribuisce a costruire questa immagine. I libri citati riguardano il rapporto fra islam e scienza, il confronto fra Corano, Bibbia e Torah e la figura di Maometto; la sua attività televisiva viene descritta come capace di affrontare «tutte le tematiche islamiche» e di farlo con precisione.
Le controversie che lo riguardano sono presenti, ma vengono inserite successivamente nel racconto e accompagnate dalla precisazione secondo cui Naik «condanna il settarismo e la violenza»; tuttavia, la storia di questo personaggio contrasta con questa narrazione ideale.
In una nota conferenza risalente al 1998, il giovane Naik pronunciava queste parole:
Se bin Laden sta combattendo i nemici dell’Islam, io sono dalla sua parte. Se sta terrorizzando l’America—il terrorista, il più grande terrorista—io sono con lui. Ogni musulmano dovrebbe essere un terrorista. Il fatto è che se sta terrorizzando il terrorista, sta seguendo l’Islam.
Adrija Bose, 10 Times ‘Islamic Preacher’ Zakir Naik Proved That He Promoted Anything But Peace,10 Volte in cui il ‘Predicatore Islamico’ Zakir Naik ha provato di promuovere tutt’altro che la pace’, Huffington Post, 7 Luglio 2016.
Ciò nonostante, per Il Messaggero dell’Islam, Zaik è un comunicatore e interprete autentico dell’islam, ed è proprio questo elemento a rendere significativa la sua presenza nello stesso numero che denuncia la decontestualizzazione del Corano.
Naik, infatti, non costruisce la propria comunicazione evitando i passi coranici più controversi. Al contrario, nelle sue conferenze utilizza frequentemente gli stessi versetti che costituiscono oggetto delle discussioni sull’islam contemporaneo. Il procedimento consiste spesso nel citare il testo e successivamente proporne una lettura fondata sul contesto storico, sulla distinzione fra situazioni specifiche e principi generali oppure sul confronto con altri passi coranici.
Non è necessario stabilire qui se ogni singola interpretazione proposta da Naik sia corretta o meno, né sarebbe metodologicamente corretto identificare automaticamente la sua contestualizzazione con la decontestualizzazione denunciata dalla rivista. Si nota, tuttavia, che la stessa operazione contestata ai ‘nemici dell’islam’, quella di selezionare un versetto, citarlo e determinarne il significato attraverso un contesto interpretativo, può assumere significati completamente diversi a seconda dell’autorità attribuita a chi la compie.
Quando il versetto viene utilizzato da un autore considerato ostile all’islam, la selezione può essere descritta come propaganda, mentre la stessa operazione, compiuta da una persona riconosciuta come competente e portatrice della ‘versione corretta’, viene presentata come informazione e come restituzione del ‘vero islam’. È qui che la questione della contestualizzazione diventa una questione di autorità.
Chi può interpretare l’Islam?
Il problema posto dal numero 207 del 2017 non consiste quindi semplicemente nel rapporto fra il testo coranico e il suo contesto, ma nel decidere chi abbia il diritto di stabilire quale sia il contesto pertinente e quale interpretazione debba derivarne.
La polemica contro la propaganda anti-islamica contiene già, implicitamente, una risposta. Se alcuni soggetti vengono accusati di manipolare il Corano perché ne utilizzano singole ayat senza considerare le circostanze della rivelazione, significa che il significato autentico del testo non è ritenuto immediatamente disponibile a qualsiasi lettore.
È necessario possedere gli strumenti adeguati per ricostruirlo, e, di conseguenza, non tutte le letture del Corano si trovano sullo stesso piano; alcune vengono considerate espressione di conoscenza, altre di ignoranza o di propaganda.
Il profilo di Naik si inserisce perfettamente in questa logica. La sua autorevolezza non deriva tanto dalla conoscenza dei testi, quanto dalla capacità di trasformare tale conoscenza in comunicazione pubblica; in questo senso, la televisione, i libri e i dibattiti diventano strumenti attraverso i quali una determinata interpretazione può raggiungere un pubblico internazionale.
La sua funzione, nella rappresentazione proposta dal Messaggero dell’Islam, è dunque quella di mettere a disposizione del pubblico una lettura corretta di ciò che l’islam è realmente.
Si delinea dunque una distinzione fra l’islam e la sua rappresentazione. L’Islam viene concepito come una realtà dotata di un significato autentico, mentre le sue rappresentazioni possono essere ‘corrette’ oppure ‘deformate’. La polemica contro gli avversari riguarda precisamente il secondo livello: essi non vengono accusati soltanto di criticare l’islam, ma di costruirne deliberatamente una rappresentazione falsa attraverso la selezione dei testi. L’attività del divulgatore riconosciuto assume invece la funzione opposta: correggere quella rappresentazione e ricondurla al significato autentico.
È una struttura discorsiva che permette di comprendere perché la parola «informazione» assuma un peso così rilevante. Informare, in questo contesto, non significa semplicemente fornire elementi che il lettore potrà poi valutare autonomamente. Significa stabilire quali elementi siano pertinenti, quale contesto debba essere preso in considerazione e quale interpretazione consenta di arrivare alla «visione corretta»; l’informazione, intesa in questo senso, diventa quindi inseparabile dall’autorità interpretativa.
Il numero 207 del 2017 non afferma esplicitamente che il Centro Islamico di Milano e Lombardia possieda formalmente un monopolio sull’interpretazione dell’islam, ma compie questa operazione in maniera implicita, imponendo un monopolio discorsivo. Presentando Zakir Naik come rappresentante del ‘vero islam’, Il Messaggero dell’Islam sta scegliendo una precisa interpretazione della religione islamica, e il Centro Islamico di Milano e Lombardia si pone dunque come interprete autorevole per i musulmani.
Prima viene spiegato al lettore che il problema della propaganda anti-islamica consiste nella decontestualizzazione dei versetti coranici e nell’incapacità, o nella volontà, di ricostruirne correttamente il significato storico; poche pagine dopo viene presentato un predicatore televisivo come autorevole fonte di «informazione» il cui obiettivo dichiarato è offrire una «visione corretta dell’Islam».
Il discrimine non è quindi semplicemente l’uso o il non uso del contesto, ma l’autorità riconosciuta a chi quel contesto lo ricostruisce e ne determina il significato.
La questione diventa allora più ampia della figura di Zakir Naik, che rappresenta soltanto uno degli esempi attraverso i quali il periodico rende visibile il proprio modo di concepire l’autorità religiosa. Emerge infatti una precisa concezione dello spazio pubblico, nel quale la pluralità delle rappresentazioni dell’islam non viene considerata semplicemente come un dato del confronto pubblico, ma come un problema da ricondurre entro una distinzione fra rappresentazioni corrette e rappresentazioni distorte.
Anzi, l’articolo si spinge oltre, e, dopo aver elencato una serie di opere scritte da Naik, il testo non si limita a sottolinearne la conoscenza dell’islam, ma estende la sua competenza ai testi fondamentali delle tre religioni monoteistiche:
Questi e numerosi altri sono i titoli,
dai quali traspare la sua profonda
conoscenza a tutto campo dei testi
sacri fondamentali delle tre cosid-
dette < Religioni monoteistiche>,
che si riallacciano al culto mono-
teistico e monolatrico del profe-
ta Ibrāhīm/ Abramo, su lui la pace,
in ordine alfabetico e pure storico
[Ebraismo, Cristianesimo e Islam]
secondo una visione distorta del-
la realtà, essendo vero che l’Islàm è
l’unica religione dell’Onnipotente, (…)
Zakir Naik. Predicatore dell’Islam, cit., p. 27.

Il passaggio è significativo per almeno due ragioni. La prima riguarda ancora una volta l’estensione dell’autorità attribuita a Naik: dalla conoscenza dell’islam si passa alla «profonda conoscenza a tutto campo» dei testi sacri fondamentali di ebraismo, cristianesimo e Islam. La sua competenza viene quindi presentata come una competenza comparativa, capace di comprendere anche le tradizioni religiose con le quali l’islam viene messo a confronto.
La seconda riguarda però il modo in cui questa conoscenza viene immediatamente ricondotta all’interno di una precisa gerarchia teologica. L’articolo accetta inizialmente la classificazione delle tre «Religioni monoteistiche», ma la definisce subito come una «visione distorta della realtà», perché «è vero che l’islàm è l’unica religione dell’Onnipotente». La conoscenza delle altre religioni, dunque, non conduce a una loro autonomia rispetto all’islam: esse vengono comprese all’interno di una concezione nella quale l’Islam costituisce la forma autentica e definitiva del monoteismo.
Anche qui, ciò che interessa non è stabilire la fondatezza teologica dell’affermazione, ma osservare la posizione dalla quale viene pronunciata. Naik viene presentato come qualcuno che possiede gli strumenti per conoscere i testi fondamentali delle tre tradizioni e, allo stesso tempo, per correggere la classificazione attraverso la quale esse vengono comunemente presentate. Non è soltanto un interprete dell’islam: è un interprete autorizzato a parlare anche delle altre religioni e a stabilire quale sia il loro corretto rapporto con l’islam.
Il dettaglio acquista particolare rilievo se lo si accosta all’articolo «Fuori Contesto». In quel caso, il problema sarebbe sorto dal fatto che soggetti esterni all’islam pretendevano di ricavare dal Corano un’immagine della religione che la rivista considera falsa. Qui, invece, un predicatore musulmano viene accreditato di una conoscenza sufficiente non soltanto a spiegare i propri testi sacri, ma anche quelli delle altre due grandi tradizioni monoteistiche.
In entrambi i casi, la questione centrale riguarda dunque l’autorità interpretativa: chi viene riconosciuto come legittimato a stabilire che cosa una religione sia realmente e, di conseguenza, a correggere le rappresentazioni che altri ne danno.
È a questo livello che il caso di Naik smette di essere una semplice biografia apologetica e diventa una finestra sulla concezione più generale espressa dal periodico e dal Centro Islamico di Milano e Lombardia nel 2017. L’autorevolezza non viene attribuita soltanto a chi conosce il proprio testo religioso, ma a chi è ritenuto capace di stabilirne il significato corretto e di valutare, dalla medesima posizione interpretativa, anche le tradizioni religiose con cui esso viene confrontato.
Il numero 207 del 2017 non presenta dunque semplicemente il Centro Islamico di Milano e Lombardia come un soggetto impegnato nella divulgazione dell’islam. Lo presenta, attraverso la scelta degli interpreti, la distinzione fra rappresentazioni corrette e scorrette e la delegittimazione degli interpreti esterni, come un’autorità capace di stabilire quale interpretazione dell’islam debba essere considerata autentica. Il riferimento ad altri numeri del periodico, nei quali il Centro interviene (1984) anche su questioni propriamente religiose come la zakat, permette di collocare questa funzione all’interno di un ruolo più ampio: quello di un’autorità islamica informale, che opera nello spazio sociale senza coincidere con un’autorità statale.
Letture Consigliate
- Kuiper, M. J. (2026). Reforming Muslims in modernity: The rise of televangelists and the case of Zakir Naik. In E. Hamdeh & N. J. DeLong-Bas (Eds.), The Oxford handbook of Islamic reform (pp. 489–510). Oxford University Press.
- Klemkaite, L. (2017). From imams to the new preachers: Leaderships in the interpretation of Islam in Europe. Revista CIDOB d’Afers Internacionals, (115), 141–160.
- Allievi, S. (2026). European Islam and the Italian case: Tendencies and specificities. Contemporary Islam, 20, 257–274.

