malesia islam shariah selangor islamismo
   Tempo di Lettura 10 minuti

Il 5 novembre 2026 il quotidiano malese Utusan Malaysia pubblica un resoconto dal titolo «Saya bertaubat, tidak ulangi syirik» (Mi pento, non ripeterò lo shirk), dedicato a una decisione del Tribunale inferiore della Shariah di Gombak Barat, nello Stato di Selangor.

La vicenda riguarda un giovane musulmano accusato di aver partecipato a pratiche rituali appartenenti a una religione non islamica, condotta contestata ai sensi della sezione 4(1) dell’Enactment of Syariah Criminal Offences del Selangor del 1995.

Il testo legislativo recita:

SELANGOR ENACTMENT NO. 9 OF 1995

BAHAGIAN II KESALAHAN YANG BERHUBUNG DENGAN ‘AQIDAH

4. Pemujaan Salah

(1) Mana-mana orang yang memuja alam semula jadi atau melakukan apa-apa perbuatan yang menunjukkan pemujaan atau rasa hormat kepada mana-mana orang, binatang, tempat atau benda dengan apa-apa cara yang menyalahi Hukum Syara’ adalah melakukan suatu kesalahan dan apabila disabitkan boleh didenda tidak melebihi tiga ribu ringgit atau dipenjarakan selama tempoh tidak melebihi dua tahun atau kedua-duanya.

LEGGE DEL SELANGOR N. 9 DEL 1995

PARTE II REATI RELATIVI ALLA ‘AQIDAH

4. Culto improprio

(1) Chiunque veneri la natura oppure compia qualsiasi atto che manifesti venerazione o rispetto nei confronti di una persona, di un animale, di un luogo o di una cosa, in qualsiasi modo contrario alla Hukum Syarak (legge islamica), commette un reato e, in caso di condanna, può essere punito con un’ammenda non superiore a tremila ringgit, con la reclusione per un periodo non superiore a due anni, oppure con entrambe le pene.

Legge n. 9 del 1995, Stato Malese di Selangor.

Il caso offre un’occasione per osservare alcuni aspetti del sistema penale islamico all’interno dell’ordinamento statale malese. La legge in esame, la n. 9 del 1995, attribuisce rilevanza penale a violazioni della shariah, come accade in altri Stati federati, quale Sabah.

Il resoconto del quotidiano permette anzitutto di comprendere come determinate condotte vengano interpretate dalle autorità religiose e giudiziarie. Secondo quanto riferito da Utusan Malaysia, nel corso dell’udienza, il giudice Mohd. Faizal Habib avrebbe sottolineato che la partecipazione a pratiche di culto estranee all’islam non costituisce una semplice infrazione, poiché coinvolge direttamente l’akidah, la professione di fede, e il tauhid, il principio dell’unicità divina.

Il comportamento viene pertanto ricondotto alla categoria dello shirk, ovvero l’associazione ad Allah di altre divinità, considerata una violazione fondamentale della dottrina islamica.

La questione assume particolare rilevanza se inserita nel quadro istituzionale del Selangor, uno degli Stati malesi dotati di una propria legislazione sui reati contro i precetti islamici e di strutture giudiziarie della Shariah. In Malesia, infatti, l’amministrazione delle questioni islamiche è in larga misura affidata alle autorità dei singoli Stati, secondo un sistema nel quale tribunali religiosi (shariah courts), dipartimenti degli affari islamici e istituzioni di consulenza religiosa svolgono funzioni distinte ma complementari. La vicenda documentata da Utusan Malaysia mostra concretamente come questa articolazione possa intervenire anche sulla condotta religiosa individuale.

Un elemento particolarmente significativo riguarda la natura del provvedimento. In applicazione della sezione 54(1) della legislazione del Selangor, il tribunale può sostituire le pene detentive e pecuniarie con un percorso di rieducazione o consulenza religiosa presso un centro specializzato, per una durata non superiore a sei mesi. Nel caso riportato dal quotidiano, il giudice dispone tre mesi di permanenza presso il Pusat Pemurnian Akidah Baitul Iman; la stessa pubblica accusa aveva richiesto l’applicazione di questa disposizione, motivandola con la necessità di un accompagnamento religioso continuativo.

Non si tratta, dunque, soltanto di una modalità alternativa di esecuzione della pena. La rieducazione islamica assume una funzione propriamente religiosa: l’obiettivo dichiarato è intervenire sulla formazione dottrinale dell’individuo e ricondurne la condotta entro i principi riconosciuti come corretti dalle autorità islamiche. La giustizia religiosa non si limita a sanzionare un comportamento, ma dispone anche strumenti destinati a correggerlo, attraverso un percorso istituzionalizzato di ‘recupero’ di quello che viene considerato il corretto credo.

Questa impostazione permette di cogliere una caratteristica importante dell’organizzazione islamica malese. La religione non rappresenta esclusivamente un riferimento identitario o una dimensione della vita privata, ma costituisce anche un ambito regolato da istituzioni pubbliche dotate di specifiche competenze normative e giudiziarie. La tutela dell’ortodossia islamica, in questo contesto, diventa una responsabilità che coinvolge direttamente l’apparato statale, sebbene attraverso le strutture proprie dell’amministrazione islamica.

Il resoconto di Utusan Malaysia offre pertanto una testimonianza concreta del rapporto tra legislazione statale, autorità religiosa e identità islamica nella Malesia contemporanea. Al centro non vi è soltanto la condotta di un singolo individuo, ma un modello istituzionale nel quale la conservazione dei fondamenti dottrinali dell’islam viene considerata una materia di interesse pubblico e affidata anche all’intervento della giustizia.

Questa vicenda permette di osservare come, nonostante la Malesia non sia formalmente configurata come uno Stato islamico, il suo ordinamento presenti diversi elementi che avvicinano il funzionamento delle istituzioni pubbliche a quello di un sistema nel quale la legge religiosa esercita una funzione normativa e giudiziaria. La presenza di un apparato giudiziario della shariah, competente a sanzionare condotte ritenute contrarie ai precetti islamici e a disporre percorsi di rieducazione religiosa, costituisce una delle manifestazioni più evidenti di questa configurazione.

Il caso del Selangor ne offre una testimonianza concreta, ma non si tratta di un unicum in Malesia, in cui sono presenti diverse leggi che inseriscono codici penali islamici nella propria legislazione, applicabili, teoreticamente, solamente ai musulmani; lo Stato di Sabah possiede un codice esteso, in cui diverse condotte contrarie (o considerate tali) ai precetti islamici, vengono considerate reati perseguibili dalle autorità.

Si consideri questo esempio dal Codice Penale Islamico di Sabah, relativo alla partecipazione alla preghiera settimanale del venerdì, considerata obbligatoria dal diritto islamico (grassetto e corsivo originali):

PART IV
OFFENCES

Failure to perform Friday prayer or prayer five times a day.


48. (1) Any male who has attained puberty and who fails to attend Friday Prayer in the
mosque of his kariah for three consecutive occasions without uzur syarie shall be guilty of an
offence and shall, on conviction, be liable to a fine not exceeding one thousand ringgit or to
imprisonment for a term not exceeding six months or to both.


(2) Any Muslim who without uzur syarie intentionally disregards his obligation to
perform prayer five times a day, shall be guilty of an offence and shall, on conviction, be
liable to a fine not exceeding one thousand ringgit or to imprisonment for a term not
exceeding six months or to both.

PARTE IV – REATI

Mancata partecipazione alla preghiera del venerdì o omissione delle cinque preghiere quotidiane.

48. (1) Qualsiasi uomo che abbia raggiunto la pubertà e che, senza una giustificazione riconosciuta dalla legge islamica (uzur syarie), non partecipi alla preghiera del venerdì presso la moschea della propria kariah (circoscrizione o comunità territoriale) per tre occasioni (settimane, ndr) consecutive, commette un reato e, in caso di condanna, è passibile di un’ammenda non superiore a mille ringgit (circa 220 Euro al tasso di cambio attuale, ndr), della reclusione per un periodo non superiore a sei mesi, oppure di entrambe le pene.

(2) Qualsiasi musulmano che, senza una giustificazione riconosciuta dalla legge islamica (uzur syarie), trascuri intenzionalmente l’obbligo di eseguire le cinque preghiere quotidiane, commette un reato e, in caso di condanna, è passibile di un’ammenda non superiore a mille ringgit, della reclusione per un periodo non superiore a sei mesi, oppure di entrambe le pene.

Syariah Criminal Offences Enactment. 1995, Codice Penale Islamico, Stato di Sabah, 1995.

In questo caso, la condotta perseguita riguarda direttamente l’osservanza individuale delle pratiche religiose: non soltanto la partecipazione alla preghiera collettiva del venerdì, ma anche l’adempimento delle cinque preghiere quotidiane. La loro omissione intenzionale, in assenza di una giustificazione riconosciuta dalla legge islamica, viene configurata come un illecito penalmente perseguibile, con la possibilità di una sanzione pecuniaria fino a mille ringgit (circa 220 euro) oppure della reclusione fino a sei mesi.

Si tratta di un esempio significativo di come, in diverse legislazioni statali malesi, l’osservanza dei precetti islamici non rimanga confinata alla sfera della coscienza individuale, ma diventi oggetto di disciplina giuridica e di intervento delle autorità pubbliche.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *