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L’Indonesia viene spesso presentata come un modello di pluralismo religioso, fondata sui principi del Pancasila, che riconosce ufficialmente diverse confessioni e garantisce, almeno sul piano costituzionale, la libertà di religione e di espressione. Allo stesso tempo, però, lo Stato attribuisce un valore fondamentale alla kerukunan umat beragama, l’armonia tra le comunità religiose, considerata una condizione indispensabile per la stabilità nazionale.

È proprio nel delicato equilibrio tra questi due principi che emerge una delle questioni più complesse del panorama indonesiano contemporaneo; si tratta di determinare fino a che punto è possibile criticare pubblicamente l’islam senza oltrepassare il confine dell’offesa religiosa.

La domanda assume oggi una rilevanza ancora maggiore per effetto della rivoluzione digitale. Se un tempo il proselitismo era facilmente riconoscibile nella figura del missionario che distribuiva opuscoli o organizzava incontri destinati a una specifica comunità, Internet ha radicalmente modificato lo scenario.

Un articolo pubblicato su un sito di divulgazione, un saggio accessibile online o un video caricato su YouTube sono, per loro natura, consultabili da chiunque; un testo scritto in Italia (e/o in italiano) può essere tradotto automaticamente, condiviso sui social network e letto da migliaia di utenti indonesiani, indipendentemente dalle intenzioni dell’autore.

Questo fenomeno mette in discussione categorie giuridiche e culturali elaborate in un’epoca in cui la comunicazione aveva confini geografici ben definiti; se ogni contenuto è potenzialmente universale, ci si può chiedere se sia ancora possibile distinguere con chiarezza tra libera espressione, ricerca, divulgazione e proselitismo.

(Immagine creata con AI a scopi illustrativi)

In linea di principio, la risposta sembrerebbe positiva, in quanto la ricerca accademica gode ancora di un significativo spazio di libertà; le università indonesiane, comprese quelle islamiche, ospitano da anni studi dedicati al radicalismo, al pluralismo religioso, alle tensioni tra Islam e democrazia, ai diritti delle minoranze e ad altri temi spesso controversi. Non risultano casi di particolare rilievo nei quali un articolo scientifico sottoposto a revisione tra pari (peer-review) sia stato perseguito semplicemente per aver sviluppato una critica documentata dell’Islam.

Da questo punto di vista, la forma accademica continua, almeno in parte, a costituire una garanzia che tutela la libertà di ricerca, anche all’interno di istituzioni dichiaratamente islamiche; le difficoltà emergono, piuttosto, quando il linguaggio della ricerca esce dall’università e diventa comunicazione pubblica.

Un caso emblematico è quello di Ade Armando, docente di Scienze della Comunicazione presso l’Università dell’Indonesia, più volte denunciato per presunta blasfemia in relazione ad alcuni post pubblicati sui social media; le sue riflessioni, dedicate a questioni religiose e culturali, furono interpretate da diversi gruppi islamici come offensive nei confronti dell’islam.

Nel 2018, il docente aveva pubblicato sul suo profilo Facebook, un post dal titolo ‘Azan tidak suci’, ‘L’Azan (chiamata alla preghiera islamica) non è santa’; per questa dichiarazione, era stato denunciato per blasfemia, come riportato dalle principali testate giornalistiche del Paese.

Denny (l’avvocato che ha denunciato Ade alla Polizia Metropolitana di Jakarta, ndr) ha affermato che la dichiarazione di Ade riguardo alla chiamata alla preghiera era errata. Perché la chiamata alla preghiera consiste in parole sacre di Allah.

(…)

Non solo, Denny ha anche chiesto al rettorato dell’Università dell’Illinois di riconsiderare la nomina di Ade come docente nel campus. Il motivo, ha continuato, è che Ade spesso fa dichiarazioni considerate blasfeme.

Il post di Ade riportato da Denny recita quanto segue: “ La chiamata alla preghiera non è sacra. La chiamata alla preghiera è solo una chiamata alla preghiera. Spesso non è melodiosa.” Quindi, è solo una cosa normale …’ La denuncia di Denny è stata registrata con il numero di polizia (…) (seguono gli estremi della denuncia e i reati contestati, ndr)

K.A. Rizqo, Ade Armando Dipolisikan soal Postingan ‘Azan Tidak Suci’, Ade Armando denunciato alla polizia per aver pubblicato il messaggio “La chiamata alla preghiera non è santa”, Detik News, 11 Aprile 2018.

Si tratta di un esempio, riferito a Ade Armando, in cui una sua dichiarazione pubblica è stata considerata offesa alla religione, ma anche violazione della legge sulle comunicazioni elettroniche; i procedimenti a suo carico si sono del resto conclusi con l’archiviazione delle indagini per mancanza di elementi conclusivi sulla sua presunta condotta delittuosa.

Il caso è interessante non tanto per il suo esito giudiziario, quanto per quello che rivela sul rapporto tra sapere e spazio pubblico, in quanto Ade Armando non venne contestato per i suoi lavori universitari, ma per il modo in cui alcune riflessioni furono trasferite all’interno di un mezzo di comunicazione potenzialmente accessibile a milioni di persone. La differenza è tutt’altro che marginale, e suggerisce che, nel contesto indonesiano, il problema non riguardi esclusivamente il contenuto di un messaggio, ma anche il luogo nel quale esso viene diffuso e il pubblico potenzialmente raggiunto.

È proprio questo aspetto a rendere particolarmente interessante il dibattito contemporaneo. Un articolo storico/critico pubblicato su una rivista divulgativa, pur mantenendo un rigoroso impianto documentario, non rimane confinato all’interno della comunità scientifica. Attraverso i motori di ricerca, i social network e i sistemi di traduzione automatica (che spesso modificano in parte il senso di un testo), esso entra nello spazio pubblico globale, dove può essere letto da credenti, studiosi, attivisti e semplici curiosi appartenenti a qualsiasi tradizione religiosa.

Ne deriva una domanda tutt’altro che secondaria per la libertà di espressione. Se un saggio documentato mette in luce criticità dell’islam contemporaneo e induce alcuni lettori a riconsiderare il proprio giudizio sulla religione, ci si può chiedere se si tratti ancora di ricerca e divulgazione oppure di una forma indiretta di proselitismo. Accettare il criterio dell’effetto, tuttavia, significherebbe attribuire carattere missionario a qualsiasi opera capace di modificare le convinzioni del pubblico. Un libro di storia, un’inchiesta giornalistica o uno studio sociologico potrebbero essere considerati strumenti di proselitismo semplicemente perché convincono qualcuno, una conclusione difficilmente conciliabile con il principio della libertà di ricerca.

(Immagine creata con AI a scopi illustrativi)

L’Indonesia sembra muoversi lungo una strada diversa, e più che sull’effetto prodotto dal contenuto, il dibattito tende a concentrarsi sulla percezione sociale del messaggio e sul rischio che esso venga ritenuto lesivo dell’armonia religiosa, anche se tale percezione non coincide necessariamente con la valutazione giuridica delle autorità. È una prospettiva comprensibile in un Paese caratterizzato da un elevato pluralismo confessionale, ma che inevitabilmente amplia il margine di interpretazione e alimenta forme di autocensura tra studiosi, giornalisti e divulgatori.

In definitiva, la vera questione non riguarda soltanto quello che un autore scrive, ma il criterio con cui una società interpreta quel testo, e nell’Indonesia contemporanea il confine tra critica documentata e offesa religiosa non appare tracciato in maniera netta e definitiva. Esso si ridefinisce continuamente nel punto d’incontro tra libertà di espressione, sensibilità della maggioranza religiosa e trasformazione digitale della comunicazione. Ed è forse proprio questa incertezza, più ancora delle norme giuridiche, a rappresentare la sfida più significativa per chiunque intenda contribuire al dibattito pubblico con strumenti di analisi, ricerca e divulgazione.

Nell’esempio citato in precedenza, le accuse non chiedevano solamente la condanna per blasfemia, ma cercavano anche di modificare una decisione presa da un’istituzione universitaria statunitense, che avrebbe dovuto considerare la condotta di Ade per revocare la sua nomina a professore.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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