Vent’anni dopo la proclamazione dell’indipendenza, la rivoluzione indonesiana continuava a essere presentata non come un evento concluso, ma come una missione storica ancora in corso. Attraverso una testimonianza coeva del 1965 emerge una visione nella quale nazionalismo, religione, anticolonialismo e leadership carismatica si fondono in un’unica narrazione, attribuendo all’Indonesia una speciale vocazione nel destino dell’umanità e a Soekarno il ruolo di guida della rivoluzione.
Twenty years after the proclamation of independence, Indonesia’s revolution was still portrayed not as a completed historical event but as an ongoing mission. A contemporary source from 1965 reveals a worldview in which nationalism, religion, anti-colonialism and charismatic leadership merged into a single narrative, assigning Indonesia a special role in the destiny of humanity and Sukarno the position of guide and interpreter of the revolution.
Twintig jaar na de onafhankelijkheidsverklaring werd de Indonesische revolutie nog steeds niet voorgesteld als een afgesloten historische gebeurtenis, maar als een voortdurende missie. Een eigentijdse bron uit 1965 laat zien hoe nationalisme, religie, antikolonialisme en charismatisch leiderschap samensmolten tot één samenhangend verhaal, waarin Indonesië een bijzondere rol kreeg toebedeeld in het lot van de mensheid en Soekarno werd voorgesteld als de gids en vertolker van de revolutie.
Una Testimonianza Coeva
Nel 1965, a vent’anni dalla proclamazione dell’indipendenza, la rivoluzione indonesiana continuava a essere presentata non come un evento concluso, ma come un processo storico ancora in corso; un articolo pubblicato nel 1965 su Parama Arta, testata giavanese di cultura e politica, testimonia questa narrazione pubblica.

Il testo di Darmosugondo costituisce un esempio particolarmente significativo della costruzione del mito rivoluzionario nell’Indonesia di Soekarno, poiché mostra come la rivoluzione venga trasformata da fatto politico contingente a principio fondativo della nazione, investito di una dimensione storica, morale e persino religiosa.
Fin dalle prime righe emerge uno degli elementi centrali della retorica rivoluzionaria soekarniana, la sacralizzazione della patria, secondo cui l’Indonesia non è descritta semplicemente come uno Stato nato dalla lotta anticoloniale, ma come un ‘mandato di Dio’.
Si consideri questo estratto (maiuscolo originale);
NON dimentichiamo nemmeno per un secondo che questa patria indonesiana è un MANDATO DI DIO a noi affidato, questo è il messaggio che il Presidente Bung Karno ci ha rivolto. Un messaggio da un Eroe dell’Islam e della Libertà, un messaggio dal Grande Leader della Rivoluzione la cui intera vita è stata e sarà sempre offerta al cospetto della Madre Patria e della Nazione Indonesiana.
Darmosugondo, Situasi Revolusi, Lo Stato della Rivoluzione, Parama Arta, Maggio 1965, p. 1.
Secondo questa narrazione, la legittimità della nazione non deriva soltanto dalla volontà popolare o dalla vittoria politica contro il colonialismo, ma viene elevata a livello trascendente; di conseguenza, la fedeltà alla patria assume il carattere di un dovere religioso e morale. La rivoluzione stessa viene inserita all’interno di un disegno provvidenziale, trasformandosi in una missione affidata da Dio al popolo indonesiano.
Questa dimensione religiosa appare particolarmente interessante perché non si presenta in termini puramente confessionali, e, sebbene il testo definisca Sukarno un ‘Eroe dell’Islam’, il riferimento a Dio viene formulato in modo universalistico, compatibile con la filosofia della Pancasila e con la necessità di integrare le diverse comunità religiose dell’arcipelago.
Il richiamo al ‘puro senso di umanità’ e alla validità universale del messaggio rivoluzionario permette infatti di superare le divisioni confessionali, inserendo la rivoluzione in una cornice etica che pretende di valere per l’umanità intera;
Si parla di puro senso di umanità, di un comando di Dio Onnipotente, in accordo con qualsiasi religione in questo mondo.
Il fatto che sia proprio la nazione indonesiana a essere stata scelta da Dio come portatrice della torcia della Rivoluzione e dell’umanità non è una coincidenza o un nostro mero desiderio. Tutt’altro, questo è già il destino di Dio Onnipotente.
Darmosugondo, Situasi Revolusi, cit.
La sacralizzazione della rivoluzione si accompagna a una parallela sacralizzazione della figura di Soekarno. Il fatto che il presidente fosse ancora in vita conferisce all’argomentazione un particolare peso simbolico: l’autore non si limita a richiamare un eroe nazionale, ma si appella a un testimone vivente della rivoluzione, la cui presenza sembra fungere da conferma implicita della lettura proposta.
Una Teologia per la Nazione
Parallelamente si sviluppa una vera e propria teologia della storia nazionale, e, come riportato in precedenza, l’autore sostiene che il ruolo rivoluzionario dell’Indonesia non sia frutto del caso, ma il risultato di un destino stabilito da Dio stesso; da notare che il termine usato è ‘Tuhan’ e non ‘Allah’.
Sebbene tale distinzione possa apparire marginale a un osservatore esterno, nel contesto indonesiano essa assume una rilevanza specifica. Tuhan, infatti, costituisce la designazione più generale e inclusiva della divinità, impiegata nel linguaggio pubblico e nazionale, mentre Allah richiama più direttamente una tradizione religiosa determinata, pur essendo utilizzato sia dai musulmani sia da numerose comunità cristiane del Paese. L’impiego di Tuhan sembra quindi coerente con l’intento di collocare il discorso rivoluzionario entro una cornice religiosa ampia e sovraconfessionale, in sintonia con l’ideologia nazionale della Pancasila, evitando di attribuire alla missione storica dell’Indonesia una caratterizzazione esclusivamente islamica o confessionale.

La storia dell’arcipelago viene riletta retrospettivamente come una preparazione alla missione rivoluzionaria contemporanea, e, prima della colonizzazione, l’Indonesia viene descritta come una civiltà elevata, caratterizzata da una cultura raffinata, da forme di governo ‘giuste’ e dalla capacità di accogliere differenti religioni. Questa rappresentazione idealizzata del passato precoloniale svolge una funzione essenziale, quella di dimostrare che la rivoluzione non ha creato la grandezza della nazione, ma ne ha semplicemente restaurato la natura autentica.
La colonizzazione occupa invece il ruolo della parentesi storica negativa, senza eccezioni, e non sorprende che il colonialismo e l’imperialismo vengano presentati come forze che hanno temporaneamente deformato il corso naturale della storia indonesiana. L’indipendenza del 1945 assume quindi il significato di una rinascita, di un ritorno alla vocazione originaria del popolo indonesiano; tale interpretazione consente di costruire una narrazione lineare e coerente, che parte dalla grandezza originaria, e si sviluppa attraverso l’oppressione coloniale, il risveglio nazionale, la rivoluzione e la missione universale.
L’Eccezionalità Indonesiana?
Un altro elemento fondamentale del mito rivoluzionario è l’idea dell’eccezionalità storica dell’Indonesia. Nel testo si sottolinea come, in meno di quarant’anni dal risveglio nazionale e in meno di vent’anni dall’indipendenza, sia stata costruita una nazione unitaria estesa da Sabang a Merauke, dotata di un solo governo, una sola lingua e una sola identità nazionale.
Questa enfasi sulla rapidità del processo di unificazione ha una chiara funzione politica. L’Indonesia viene presentata come un modello di successo per tutti i popoli del mondo coloniale, dimostrando che la frammentazione etnica, linguistica e religiosa può essere superata attraverso il nazionalismo rivoluzionario.
È proprio qui che la rivoluzione indonesiana viene proiettata oltre i confini nazionali, con Darmosugondo che afferma come la rivoluzione dell’Indonesia è ormai diventata la rivoluzione dell’umanità intera; si tratta di una formulazione che riflette pienamente l’orizzonte ideologico degli ultimi anni dell’era di Soekarno. L’Indonesia non viene più rappresentata come una semplice nazione postcoloniale, ma come l’avanguardia dei popoli oppressi del mondo, e la sua esperienza storica diventa un esempio universale.

I riferimenti presenti nella vignetta satirica rafforzano ulteriormente questa dimensione internazionale. Gli acronimi KAA, KIAA e GANEFO richiamano infatti alcuni dei principali strumenti attraverso cui Soekarno cercò di costruire una leadership globale del Terzo Mondo. La Conferenza Asia-Africa (KAA) di Bandung del 1955 aveva rappresentato il momento simbolico della solidarietà afroasiatica; il progetto della Conferenza Islamica Asia-Africa (KIAA) tentava di estendere tale solidarietà nel mondo musulmano, mentre i GANEFO costituivano una sfida diretta all’ordine sportivo internazionale dominato dall’Occidente. Tutti questi elementi convergevano nella contrapposizione tra NEFOS (New Emerging Forces) e OLDEFOS (Old Established Forces), una delle categorie più caratteristiche del pensiero politico soekarniano negli anni Sessanta.
Al centro di questa costruzione ideologica emerge inevitabilmente la figura del leader, con Soekarno che viene descritto come il ‘Grande Leader della Rivoluzione’, una personalità eccezionale la cui vita è interamente consacrata alla patria; il testo si avvicina qui a una concezione carismatica e quasi divinizzata del potere. Non è casuale che l’autore sostenga come ogni grande epoca storica richieda un ‘grande leader’ designato da Dio. La rivoluzione viene così personalizzata nella figura di Soekarno, che assume il ruolo di interprete privilegiato del destino storico nazionale.
Questa centralità del leader rivela una caratteristica fondamentale del mito rivoluzionario indonesiano del 1965. La rivoluzione non è concepita come un processo concluso con la conquista dell’indipendenza, ma come una mobilitazione permanente che necessita di una guida costante. Dichiarare che ‘la rivoluzione non è ancora finita’ significa mantenere aperto l’orizzonte della trasformazione politica e sociale, ma anche preservare la legittimità del sistema guidato da Soekarno, che proprio nel 1965 inizierà la sua parabola discendente.
Alla vigilia degli eventi che avrebbero portato alla sua caduta, il mito rivoluzionario appare dunque nel pieno della sua forza. Esso combina nazionalismo, religione, anticolonialismo, universalismo umanitario e culto del leader in una narrazione coerente che attribuisce all’Indonesia una missione storica eccezionale. In tale quadro, la rivoluzione non è soltanto il passato della nazione, ma il suo presente permanente e il fondamento della sua pretesa di guidare il mondo postcoloniale verso un nuovo ordine internazionale.
Letture Consigliate
- Darmosugondo. (1965, maggio). Situasi Revolusi. Parama Arta, 1–3.
- Herbert Feith. (2007). The Decline of Constitutional Democracy in Indonesia. Equinox Publishing.
- Say Jye Quah. (2025). An anatomy of worldmaking: Sukarno and anticolonialism from post-Bandung Indonesia. American Journal of Political Science.

