A quasi trent’anni dalla caduta di Soeharto, il ruolo della Polizia Nazionale Indonesiana resta al centro di un acceso dibattito tra sicurezza, democratizzazione e supremazia civile, mentre le recenti proposte di riforma riaccendono il confronto sull’eredità del Nuovo Ordine.
Nearly three decades after the fall of Soeharto, the role of Indonesia’s National Police remains at the centre of a heated debate over security, democratisation and civilian supremacy, as recent reform proposals revive questions about the legacy of the New Order.
Bijna drie decennia na de val van Soeharto staat de rol van de Indonesische Nationale Politie nog altijd centraal in het debat over veiligheid, democratisering en civiel gezag, terwijl recente hervormingsvoorstellen de discussie over de erfenis van de Nieuwe Orde nieuw leven inblazen.
Oltre la Riforma del 1998: Una Transizione Incompiuta
Nel dibattito contemporaneo sulla sicurezza in Indonesia, pochi temi risultano tanto controversi quanto il ruolo della Polizia Nazionale Indonesiana (Kepolisian Negara Republik Indonesia, Polri). A quasi trent’anni dalla caduta del regime di Soeharto, la questione continua a occupare una posizione centrale nelle discussioni sulla qualità della democrazia indonesiana, sull’equilibrio tra libertà e sicurezza e sulla persistenza di culture istituzionali ereditate dall’epoca autoritaria.
Un recente articolo pubblicato da Majalah Mahkamah, rivista indonesiana di approfondimento giuridico e politico pubblicata dalla stampa studentesca della Facoltà di Giurisprudenza dell’Universitas Gadjah Mada (UGM), ha riportato l’attenzione su una questione fondamentale, la separazione tra polizia e forze armate, avvenuta formalmente durante la stagione della Reformasi. Ci si chiede, a tale proposito, se tale processo ha realmente prodotto una forza di polizia civile, indipendente e orientata al servizio della collettività.

La riforma del settore della sicurezza (Reformasi Sektor Keamanan) nacque con l’obiettivo di smantellare il sistema costruito durante il Nuovo Ordine, nel quale la polizia era incorporata nelle Forze Armate della Repubblica di Indonesia (ABRI) e partecipava pienamente alla dottrina della dwifungsi, il principio secondo cui i militari dovevano svolgere sia funzioni di difesa sia funzioni socio-politiche e amministrative.
Da questo punto di vista, la separazione istituzionale tra TNI e Polri avrebbe dovuto segnare il passaggio da un apparato orientato al controllo politico della società a una moderna forza di polizia civile, ma il semplice cambiamento delle strutture non ha necessariamente comportato una trasformazione della cultura organizzativa. Molti osservatori sostengono che la Polri abbia conservato una significativa eredità del proprio passato militarizzato, visibile nel modo e nella proporzione dell’uso della forza, nelle modalità di gestione dell’ordine pubblico e nella concezione stessa del rapporto tra Stato e cittadino.
Il Problema dell’Indipendenza: Una Polizia Civile ma Subordinata all’Esecutivo
Uno degli aspetti più discussi riguarda la collocazione istituzionale della Polri all’interno dell’architettura dello Stato indonesiano; la legge n. 2 del 2002 stabilisce infatti che il Capo della Polizia Nazionale risponda direttamente al Presidente della Repubblica, che in Indonesia è anche a capo del governo nazionale.
Questa scelta era stata inizialmente giustificata dalla necessità di sottrarre la polizia all’influenza militare. Col passare del tempo, tuttavia, è emersa una diversa preoccupazione, in quanto la dipendenza diretta dall’esecutivo potrebbe compromettere l’autonomia dell’istituzione e favorire forme di utilizzo politico dell’apparato di sicurezza.
Il problema, del resto, non è esclusivamente indonesiano. In molte democrazie contemporanee la polizia si trova in una posizione ambigua, formalmente al servizio della legge, ma inserita all’interno di strutture governative che inevitabilmente rispondono a interessi politici. Si ricorda, a tale proposito, che anche in Italia la Polizia di Stato era inquadrata nell’ambito del Ministero della Difesa, come forza armata, e che solamente con la riforma del 1981, attuata attraverso la Legge n. 121, venne smilitarizzata e trasformata in una forza civile.

Anche in quel caso, tuttavia, la modifica dello status giuridico non comportò automaticamente l’abbandono di pratiche, culture organizzative e mentalità sviluppatesi nel corso dei decenni precedenti. E’ proprio l’esperienza italiana a mostrare come la smilitarizzazione di un corpo di polizia costituisca un processo lungo e complesso, che va ben oltre la semplice riforma normativa e coinvolge aspetti culturali, istituzionali e professionali. Questa considerazione appare particolarmente rilevante nel caso indonesiano, dove la separazione tra Polri e forze armate continua ancora oggi a essere oggetto di dibattito e di valutazioni contrastanti.
Nel caso indonesiano, tale ambiguità appare particolarmente rilevante perché si sovrappone a una tradizione storica caratterizzata da un forte centralismo statale e da un regime autoritario, che usava la Polizia come uno degli strumenti per mantenere il potere.
La recente proposta di revisione della Legge n. 2 del 2002 sulla Polri (RUU Polri), ancora oggetto di dibattito politico e parlamentare, si inserisce precisamente in questo contesto. Mentre la controversa revisione della legge sulle forze armate (UU TNI) è stata effettivamente approvata, la riforma della Polri continua a suscitare interrogativi relativi all’equilibrio tra esigenze di sicurezza, controllo democratico e supremazia civile.
I sostenitori della riforma ritengono che la polizia necessiti di strumenti più adeguati per affrontare minacce contemporanee quali il terrorismo, la criminalità transnazionale e le sfide poste dalla dimensione digitale; al contrario, numerosi osservatori, organizzazioni per i diritti umani e settori della società civile temono che alcune proposte possano tradursi in un ulteriore ampliamento delle competenze dell’istituzione senza un corrispondente rafforzamento dei meccanismi di controllo democratico, della trasparenza e della responsabilità pubblica.
Il timore è che la riforma finisca per consolidare il peso politico della Polri piuttosto che completarne la trasformazione in una forza pienamente civile, come si auspicherebbe nel contesto di una democrazia, seppure imperfetta, come quella indonesiana.
Nel marzo del 2025, a poca distanza dall’approvazione della riforma delle forze armate, la stampa indonesiana riportava che:
La Commissione per le persone scomparse e le vittime di violenza (Kontras) ha inviato una lettera alla Commissione I e alla Commissione III della Camera dei Rappresentanti (DPR) per respingere la discussione della DPR sulla revisione della legge TNI e Polri.
(…)
“Riteniamo che ciò sia molto problematico e che possa potenzialmente riportare il governo al regime del Nuovo Ordine (Orba) o al regime di Soeharto durato 32 anni”, ha affermato (Andry Yunus, resposabile della sezione legale di Kontras, ndr)
Kontras esorta la Camera dei Rappresentanti ad annullare le modifiche alle leggi TNI e Polri: possibile ritorno al nuovo ordine, Kompas, 3 Marzo 2025.
In altre parole, la questione centrale non riguarda soltanto quali poteri attribuire alla Polri, ma soprattutto chi controlla tali poteri e attraverso quali meccanismi.
Violenza, Ordine Pubblico e il Paradosso della Democrazia
L’articolo di Majalah Mahkamah sviluppa una riflessione particolarmente interessante richiamando le teorie di David Graeber e della rete anti-autoritaria CrimethInc; pur provenendo da ambienti ideologici specifici, queste prospettive sollevano interrogativi che meritano attenzione.
La democratizzazione viene spesso presentata come il contrario dell’autoritarismo. Tuttavia, nella pratica, ogni Stato democratico mantiene il monopolio legittimo della coercizione; polizia, magistratura e forze armate continuano a rappresentare gli strumenti attraverso cui l’ordine viene preservato e le decisioni politiche vengono rese effettive.
In Indonesia questo paradosso emerge con particolare evidenza. Da un lato, gli indicatori democratici mostrano progressi significativi rispetto all’epoca di Suharto, ma organizzazioni per i diritti umani come KontraS continuano a documentare episodi di uso eccessivo della forza, violenze durante le manifestazioni e pratiche che ricordano modelli di sicurezza più vicini all’autoritarismo che alla polizia di prossimità tipica delle democrazie consolidate.

La contraddizione non consiste necessariamente nel fallimento della democrazia, ma nella difficoltà di trasformare istituzioni nate in contesti autoritari. Le norme possono cambiare rapidamente, mentre le culture organizzative possiedono una maggiore rigidità e resistenza al cambiamento. Per questo motivo la riforma della polizia non può limitarsi a modifiche legislative o amministrative, ma richiede una trasformazione più profonda delle pratiche operative, della formazione del personale e del modo in cui gli agenti concepiscono il proprio rapporto con la società.
Il nodo centrale resta dunque quello della legittimità, e, in una democrazia, la polizia non è semplicemente una forza che opera all’interno di un sistema democratico, ma una polizia che riconosce il cittadino come soggetto titolare di diritti e non come potenziale minaccia da neutralizzare.
La Sfida della Nuova Riforma
Le discussioni attuali sulla revisione del quadro normativo della Polri mostrano quanto la transizione post-Soeharto sia ancora un processo aperto e parzialmente incompiuto. Le riforme degli anni Duemila hanno certamente prodotto risultati significativi, come la separazione dalle forze armate, la professionalizzazione di molti settori dell’istituzione e una maggiore integrazione con gli standard internazionali di polizia.
Tuttavia, numerosi interrogativi rimangono irrisolti, come il rapporto tra polizia e governo, e quello dell’indipendenza investigativa, che però non deve sfociare in un’istituzione eccessivamente autonoma e poco controllabile; un altro tema attuale, ancora, riguarda le modalità per rafforzare l’efficacia operativa senza ampliare il rischio di abusi.
La vera sfida della riforma non sembra essere quella di aumentare o diminuire semplicemente i poteri della Polri, ma, piuttosto, ridefinire il suo ruolo all’interno della fragile democrazia indonesiana. Se il problema principale della fase autoritaria era l’eccessiva subordinazione della sicurezza alla logica del potere politico, il rischio contemporaneo consiste nel costruire un apparato sempre più forte senza sviluppare parallelamente adeguati strumenti di controllo democratico.

Da questo punto di vista, il dibattito attuale rappresenta molto più di una discussione tecnica sulla polizia, e riflette una questione più ampia che attraversa l’intera esperienza politica dell’Indonesia post-1998; ci si chiede fino a che punto il Paese è riuscito a superare l’eredità del Nuovo Ordine e a costruire istituzioni realmente fondate sulla supremazia civile, sulla responsabilità pubblica e sul rispetto dei diritti dei cittadini.
L’articolo di Majalah Mahkamah esprime un giudizio netto a questo riguardo;
A questo punto, la RSK (riforma della sicurezza) non può limitarsi a parlare di separazione tra istituzioni civili e militari. Deve anche scardinare la cultura della violenza radicata nel sistema giudiziario e di applicazione della legge. Altrimenti, la RSK finirà per rivelarsi solo una vuota retorica, poiché la cultura militarista e l’orientamento all’uso (eccessivo della) violenza tramandati dal regime del Nuovo Ordine sono diventati un’ombra inseparabile dal corpo della Polri. Persino l’etichetta della democrazia non ha un destino migliore. Quel regime tanto agognato nel post-Nuovo Ordine si è trasformato, paradossalmente, in un boomerang e in uno strumento coercitivo.
Pasha Nalanda Nabila et al. (2025). Tragedi Demokrasi. Terulang-Berulang, Sipil Berseragam Turun-Iemurun (La tragedia della democrazia: il ritorno perpetuo dei civili in uniforme). Majalah Mahkamah, XXXVII(23), p. 27.
La risposta, come dimostra il confronto in corso sulla Polri, rimane ancora aperta, anche se le recenti riforme, come quella menzionata delle forze armate, indicano un rischioso arretramento degli strumenti democratici a favore di una crescente militarizzazione dello Stato.
Letture Consigliate
- Nalanda Nabila, P., et al. (2025). Tragedi demokrasi: Terulang-ulang, sipil berseragam turun-temurun. Majalah Mahkamah, XXXVII(23), 24-27.
- Aspinall, E., & Mietzner, M. (Eds.). (2010). Problems of democratisation in Indonesia: Elections, institutions and society. Institute of Southeast Asian Studies.

