Sfogliando un numero del «Tijdschrift van het Koninklijk Nederlandsch Aardrijkskundig Genootschap» (Rivista della Reale Società Olandese di Geografia), pubblicato a Leida nel 1889, ci si imbatte in un’osservazione destinata ad assumere, col senno di poi, un significato ben più profondo di quanto il suo autore potesse immaginare.
In questa edizione emerge il contributo di Rogge, H. C. ( (1889). Reizen in en publicaties over de koloniën. A. Oost-Indisch Archipel. In C. M. Kan & J. E. C. A. Timmerman (Eds.), Tijdschrift van het Koninklijk Nederlandsch Aardrijkskundig Genootschap (2e serie, Deel VI, pp. 530ss. Leiden: E. J. Brill.) dedicato ai viaggi e alla letteratura geografica sulle colonie, che offre uno spaccato sorprendentemente moderno del funzionamento del sistema coloniale. Non perché il suo autore intendesse formulare una teoria del potere, ma proprio per il motivo opposto; Rogge descrive con assoluta naturalezza quello che per lui costituiva il normale rapporto tra conoscenza e amministrazione del territorio.

L’opera prende avvio da una semplice osservazione, ovvero la difficoltà, secondo l’autore, di distinguere la letteratura di viaggio dagli studi geografici; Rogge osserva che la maggior parte delle pubblicazioni nasceva dall’esperienza diretta di funzionari, militari, naturalisti o studiosi che avevano soggiornato nelle colonie. Pertanto, le esplorazioni e la produzione scientifica procedevano insieme, alimentandosi reciprocamente.
Dietro questa considerazione apparentemente bibliografica si nasconde però un cambiamento ben più profondo. Durante il periodo della Compagnia Olandese delle Indie Orientali (VOC), la conoscenza del territorio era rimasta sostanzialmente limitata alle coste. Le carte nautiche raggiungevano spesso un elevato livello di precisione, mentre l’interno delle isole restava in gran parte sconosciuto e, in alcuni casi, persino precluso all’esplorazione. Del resto, una compagnia commerciale aveva soprattutto bisogno di controllare porti, rotte marittime e centri di scambio.
Con il passaggio delle colonie all’amministrazione diretta dello Stato olandese, all’inizio del XIX secolo, la situazione cambiò radicalmente. Le Indie non erano più considerate soltanto un nodo commerciale, e le coltivazioni, le piantagioni e lo sfruttamento delle risorse minerarie trasformarono la conoscenza dell’entroterra in una necessità politica ed economica.
L’autore lo afferma senza alcuna esitazione:
In primo luogo va osservato che, quando i possedimenti passarono sotto il controllo dello Stato, essi assunsero un carattere diverso rispetto ai giorni della Compagnia: non erano più intesi esclusivamente per il commercio, ma anche per le culture e l’attività mineraria; essi acquisirono un’importanza tale per cui la conoscenza dell’interno divenne un articolo sempre più richiesto.
Rogge, H.C. (1889). Reizen… cit., p. 530.
In poche righe emerge uno dei principi fondamentali del colonialismo moderno. La geografia cessava di essere una disciplina meramente descrittiva per diventare uno strumento di governo, e cartografare un territorio significava individuarne le risorse, pianificare infrastrutture, controllare le popolazioni e consolidare la presenza dello Stato. Ogni nuova informazione contribuiva ad aumentare la capacità dell’amministrazione coloniale di esercitare il proprio potere.

Ancora più significativa è la spiegazione che l’autore offre riguardo al modo in cui questa conoscenza veniva prodotta. La scoperta dell’interno dell’arcipelago, osserva, fu il risultato della collaborazione tra militari, funzionari coloniali, naturalisti, missionari e ingegneri minerari.
Le parole utilizzate da Rogge sono particolarmente eloquenti:
Inoltre, i trattati con i sovrani indigeni e le numerose guerre che, a seguito del turbamento dell’autorità olandese in Europa, portarono a nuovi viaggi e spedizioni, aprirono la strada a territori fino ad allora inesplorati. Oltre a questi viaggi di carattere politico e militare, meritano una menzione speciale i viaggi di servizio dei funzionari, che a volte hanno contribuito enormemente alla conoscenza dell’interno, così come all’aspetto sociale ed economico della popolazione; al contempo, questi viaggi di esplorazione ricevettero una notorietà ancora più generale grazie all’indirizzo impresso dalle società e dalle associazioni, sia scientifiche che di altro genere (…)
Rogge, H.C. (1889). Reizen… cit., p. 530.
Si tratta di annotazioni che oggi potrebbero apparire rivelatrici, ma che nel 1889 erano formulate come una semplici constatazioni; in realtà, esse restituiscono con straordinaria chiarezza il funzionamento dello Stato coloniale, in cui la produzione del sapere non era affidata esclusivamente agli studiosi, bensì all’intero apparato imperiale.
Il caso di Aceh costituisce forse l’esempio più eloquente di questa dinamica. L’autore ricorda che, quando gli inglesi restituirono Sumatra ai Paesi Bassi nel 1819, il controllo olandese si limitava a pochi insediamenti costieri. L’interno dell’isola rimaneva largamente sconosciuto, e anche dopo lo scoppio della guerra di Aceh, nel 1873, vaste aree del sultanato continuavano a rimanere inesplorate.
Eppure, proprio il conflitto contribuì in maniera decisiva ad ampliare la conoscenza del territorio. Il blocco navale, la presenza delle navi da guerra, l’occupazione di numerosi punti lungo la costa e i continui spostamenti dei funzionari coloniali permisero di raccogliere una quantità crescente di informazioni geografiche. L’autore aggiunge un’osservazione di particolare interesse, quando afferma che tali operazioni portarono alla realizzazione di rilievi del teatro di guerra, alla produzione di eccellenti carte nautiche delle coste di Sumatra e alla pubblicazione di studi dedicati tanto al territorio quanto alle popolazioni locali.
È significativo che Rogge scriva:
Sebbene l’interno dell’Atjeh propriamente detto sia rimasto finora inesplorato, il blocco costiero, la permanenza delle navi da guerra e delle truppe in più di una rada e località costiera, nonché i viaggi di alcuni funzionari nelle zone limitrofe, hanno comunque gettato molta luce sulle coste e sulle foci dei fiumi. Inoltre, essi hanno dato luogo a rilievi del teatro di guerra $^2$) e alla compilazione delle eccellenti carte nautiche, che tra l’altro hanno mostrato quasi l’intera Sumatra sotto una luce del tutto nuova; (…)
Rogge, H.C. (1889). Reizen… cit., pp. 533-534.
È un passaggio di straordinaria importanza, in quanto testimonia che la guerra non produceva soltanto conquiste militari, ma anche mappe, rilievi topografici, descrizioni etnografiche e nuove conoscenze scientifiche; l’avanzata dell’esercito olandese coincideva con l’avanzata della geografia.

Lo stesso schema si ritrova nel Paese Batak e nell’area del Lago Toba. Dopo aver ricordato le esplorazioni di studiosi come Franz Junghuhn e il contributo dei missionari tedeschi, l’autore sottolinea come siano state soprattutto le spedizioni militari contro il sacerdote-re di Bakara, avviate nel 1878, a favorire l’apertura della regione e la sua cartografia. Ancora una volta, la conquista e la conoscenza procedono insieme.
Accanto ai militari, un ruolo fondamentale spettava, poi, ai funzionari coloniali. I loro frequenti viaggi di servizio producevano informazioni preziose sulla composizione delle comunità locali, sulle attività economiche, sulle istituzioni indigene e sulle condizioni sociali delle popolazioni. Quei rapporti amministrativi, insieme agli studi di geologi, naturalisti e missionari, venivano pubblicati dalle società scientifiche di Batavia, trasformando l’esperienza del governo coloniale in sapere accademico.
È proprio questo intreccio tra amministrazione, ricerca scientifica e controllo territoriale a rendere la fonte del 1889 straordinariamente attuale. L’autore non propone alcuna riflessione critica né intende giustificare il colonialismo, ma descrive semplicemente quello che considera il normale funzionamento dell’impero olandese, ed è proprio questa apparente neutralità a conferire al documento un valore eccezionale.
La celebre massima secondo cui “sapere è potere” trova nelle Indie Orientali Olandesi una delle sue espressioni più concrete. Si tratta di un caso in cui cartografia, etnografia, geologia, statistica e amministrazione non erano attività autonome, ma strumenti complementari di un medesimo progetto politico; prima di poter governare un territorio era necessario misurarlo, descriverlo e comprenderlo. Pertanto, la conoscenza non seguiva la conquista, ma ne costituiva una componente essenziale.
Forse è proprio questo l’aspetto più sorprendente della fonte. L’autore del 1889 non poteva immaginare che, oltre un secolo più tardi, storici e filosofi avrebbero individuato nel rapporto tra sapere e potere uno dei temi centrali degli studi sul colonialismo. Scrivendo ben prima delle riflessioni di Michel Foucault, Edward Said o James C. Scott, egli non elaborava una teoria del dominio imperiale, raccontava semplicemente la realtà amministrativa del suo tempo.
Per questo motivo il documento assume oggi un significato che va ben oltre le intenzioni del suo autore. Non è uno storico contemporaneo a sostenere che geografia, cartografia ed etnografia fossero strumenti del potere coloniale, ma un geografo dell’Ottocento che descrive, con assoluta naturalezza, come militari, funzionari, missionari, naturalisti e ingegneri collaborassero alla progressiva conoscenza del territorio. La guerra produce mappe, i funzionari raccolgono informazioni, gli studiosi le trasformano in sapere scientifico e le istituzioni coloniali le utilizzano per amministrare l’arcipelago.
È proprio questa inconsapevolezza a rendere la testimonianza tanto preziosa, in quanto il colonialismo non viene celebrato né messo in discussione, ma raccontato nel suo funzionamento quotidiano. Gli altri aspetti della conquista rimangono sullo sfondo, assorbiti dal linguaggio della geografia, della ricerca e dell’amministrazione.
Pertanto, una fonte apparentemente tecnica, destinata agli studiosi dell’epoca, finisce per offrirci, a oltre un secolo di distanza, una delle testimonianze più limpide di come la produzione del sapere fosse parte integrante della costruzione del potere coloniale.

