Tra le espressioni che hanno segnato la riflessione della Chiesa cattolica di Bandung, poche sono tanto efficaci quanto dari altar ke pasar – “dall’altare al mercato”. Il motto, reso celebre dal vescovo Alexander Djajasiswadja, OSC, non nasce come uno slogan, ma come un invito pastorale; la fede celebrata attorno all’altare deve trovare compimento, secondo questa visione, nella vita quotidiana, nel luogo dove le persone si incontrano, lavorano, dialogano e costruiscono la società. L’espressione, ricordata anche nel numero di luglio 2026 di Majalah Komunikasi, rivista della diocesi di Bandung, trae origine da una originale intuizione di padre Bertus Blessing, OSC, poi ripresa più volte da mons. Alexander nelle sue omelie e nei suoi interventi pubblici.

L’immagine è semplice, ma racchiude una profonda visione ecclesiale. L’altare rappresenta la liturgia, la preghiera e la comunione della Chiesa, mentre il mercato non indica soltanto il luogo degli scambi economici, bensì lo spazio della convivenza concreta, dove uomini e donne di religioni, culture e condizioni diverse condividono la stessa vita. Per mons. Alexander, il cristiano non può fermarsi all’altare, ma è chiamato a uscire, a incontrare l’altro, a collaborare per il bene comune e a testimoniare il Vangelo nel cuore della società.
Si consideri questo passaggio:
Questa espressione, che in realtà era nata da una battuta estemporanea di Padre Bertus Blessing, OSC, fu ripresa da Mons. Alexander in diverse occasioni. Evidentemente, Mons. Alexander sentiva che c’era qualcosa di carente nella nostra vita ecclesiale. Il suo intento era quello di sottolineare l’importanza che la vita di preghiera vissuta attorno all’altare si traducesse poi nella vita reale, in mezzo al mercato.
Antonius Subianto Bunjamin, Dari altar ke pasar. Agar tak kesasar (Dall’altare al mercato. Per non smarrirsi), Majalah Komunikasi, 549, Luglio 2026, p. 13.
Questa intuizione acquista un significato ancora più interessante se la si osserva nella prospettiva della storia della Chiesa cattolica in Indonesia; più che un’idea isolata, dari altar ke pasar sembra rappresentare una nuova tappa di un percorso iniziato diversi decenni prima.
Negli anni della lotta per l’indipendenza, il grande protagonista fu mons. Albertus Soegijapranata, e il suo celebre motto, “100% cattolico, 100% Indonesiano”, rispondeva a una esigenza, quella di essere pienamente cattolici e indonesiani. In un’epoca in cui il cattolicesimo era spesso percepito come un’eredità del periodo coloniale, Soegijapranata affermò con forza che l’identità cristiana e la fedeltà alla nuova Repubblica non erano in contraddizione, ma si rafforzavano reciprocamente. Il cattolico era chiamato a partecipare con convinzione alla costruzione della nazione, apportando le specificità della propria tradizione religiosa.
Con il passare dei decenni, tuttavia, il contesto cambiò, e la Chiesa non dovette più dimostrare la propria appartenenza alla nazione indonesiana; la sfida divenne un’altra, quella di scegliere quale presenza testimoniare in una società pluralista, caratterizzata dall’incontro quotidiano tra comunità religiose differenti.
È in questo nuovo scenario che il pensiero di mons. Alexander appare come una naturale evoluzione dell’intuizione di Soegijapranata, e, se il primo motto riguardava soprattutto l’identità, il secondo riguarda la missione; in altre parole, non è più sufficiente essere pienamente cattolici e indonesiani. Dari altar ke pasar indica la necessità di vivere questa identità nella società, accettando il dialogo, la collaborazione e perfino il confronto rispettoso con chi professa una fede diversa.
Non è casuale che mons. Alexander fosse noto per le sue visite ai pesantren e per l’amicizia coltivata con numerosi leader musulmani; il “mercato” non è uno spazio neutrale, ma il luogo dove la fede incontra la complessità della storia, ed è lì, secondo la visione ecclesiale cattolica contemporanea che il Vangelo diventa cultura dell’incontro, servizio e costruzione della pace.

Questa prospettiva anticipa, per molti aspetti, l’immagine della “Chiesa in uscita” proposta da Papa Francesco nell’esortazione Evangelii Gaudium, dove i credenti sono invitati a non chiudersi nei propri spazi, ma a camminare nelle strade del mondo, anche a costo di “sporcarsi i piedi”. L’altare rimane il cuore della vita cristiana, ma proprio dall’Eucaristia dovrebbe nascere la responsabilità di trasformare la società attraverso la testimonianza concreta del credente cattolico.
Questa espressione testimonia la volontà di evangelizzare con discrezione, in un Paese a stragrande maggioranza musulmana, in cui ogni parola deve essere attentamente calibrata per non innescare l’intervento delle autorità e la rigida applicazione della legge sulla blasfemia. Anche se l’islam non viene mai citato espressamente, è agevole ipotizzare che il “mercato” rappresenta il luogo in cui i credenti cattolici sono chiamati a confrontarsi con una società profondamente influenzata dalla progressiva islamizzazione dello spazio pubblico.
È nello spazio pubblico, infatti, che si intrecciano le relazioni con la maggioranza musulmana, le sfide del pluralismo religioso e la necessità di testimoniare la propria fede senza rinunciare al dialogo. In questa prospettiva, dari altar ke pasar non è soltanto un invito a uscire dalle mura della chiesa, ma un’esortazione rivolta ai cattolici a tradurre la fede celebrata nella liturgia in una presenza responsabile, prudente e costruttiva nella vita quotidiana.
Dari altar ke pasar, dunque, diventa il linguaggio che i credenti cattolici devono imparare a parlare in un contesto in cui la testimonianza della fede passa anzitutto attraverso le relazioni e nel quale un linguaggio apertamente conflittuale potrebbe facilmente tradursi in accuse di blasfemia o di offesa alla religione.

