Una fonte protestante del 1890 permette di intravedere un aspetto dell’islamizzazione delle Indie Orientali che rischia di rimanere in secondo piano quando il fenomeno viene osservato soltanto attraverso la diffusione delle conversioni, delle moschee o delle istituzioni islamiche.
Il testo, pubblicato su De Heraut (L’Araldo) con il titolo Moslemen en Christendom (I musulmani e la cristianità), affronta il problema dell’educazione dei musulmani.

L’autore respinge l’idea di una scuola realmente “neutrale” quando nei programmi e nei libri siano presenti contenuti islamici senza una corrispondente presenza dell’insegnamento cristiano; anzi, l’istruzione di questo genere viene considerata pericolosa dall’autore che non esita a ricorrere ad affermazioni nette.
Se la cristianità ha accolto in sé la verità che l’islam agisce in modo altamente nocivo su tutti i suoi fedeli e minaccia l’ordine mondiale, allora tale cristianità può vedere la salvezza soltanto in un’istruzione attraverso la quale i principi e i pensieri islamici vengano banditi dai cuori degli alunni, e tali cuori divengano ricettivi verso il Cristianesimo e la civiltà cristiana.
Zending. Moslemen en Christendom. (Missione. I musulmani e il cristianesimo), De Heraut van de Gereformeerde Kerke in Nederland, 3 Agosto 1890, p. 1.
La questione, tuttavia, va oltre la polemica scolastica, e quello che emerge è la percezione dell’islam come un processo capace di riprodursi nel tempo.

L’educazione costituisce infatti uno degli strumenti attraverso i quali una comunità trasmette ai propri figli conoscenze, valori, comportamenti e appartenenze; se una generazione viene formata all’interno di un determinato ambiente religioso, quella formazione contribuisce a rendere più probabile la continuità di quell’identità nella generazione successiva.
È precisamente questo meccanismo che sembra preoccupare l’autore protestante. La missione non può quindi limitarsi alla predicazione rivolta agli individui già adulti, ma deve intervenire nella formazione dei giovani, preparare insegnanti, produrre libri, tradurre testi nelle lingue locali e costruire una presenza educativa capace di competere con quella islamica.
In questa prospettiva, l’istruzione diventa uno dei terreni della competizione per lo spazio religioso, in quanto non si tratta soltanto di stabilire quale religione sia professata, ma di determinare quale sistema di valori contribuirà a formare le generazioni future.
La fonte mostra così anche il cristianesimo come un attore del mondo coloniale. La missione protestante non appare come una realtà confinata alla predicazione religiosa, ma come una forza impegnata nell’educazione, nella produzione del sapere, nella formazione delle élite e nella trasformazione della società. Si tratta di una fonte protestante, che permette di intravvedere la traiettoria di una parte significativa del protestantesimo olandese nelle Indie Orientali verso la fine del XIX secolo, senza le costruzioni teoriche e spesso polemiche con cui tale esperienza è stata successivamente rielaborata.
Per questa ragione, la fonte è significativa, e mostra che l’islamizzazione non si svolgeva in uno spazio vuoto, ma era un processo che altri attori potevano cercare di favorire, rallentare o contrastare.
Questo elemento consente anche di leggere con maggiore profondità analitica la storia dell’islam nell’arcipelago. L’islamizzazione non appare più come una progressione lineare destinata semplicemente a trasformare una società inizialmente non musulmana in una società musulmana. È piuttosto un processo che si sviluppa attraverso istituzioni, relazioni sociali, educazione e trasmissione culturale e che, proprio per questo, si svolge all’interno di uno spazio conteso.
È interessante osservare che una logica analoga è riconoscibile anche nel linguaggio religioso contemporaneo indonesiano. L’espressione generasi islam, per esempio, richiama l’attenzione sulla necessità di trasmettere l’identità islamica alle nuove generazioni; l’obiettivo non è soltanto preservare una presenza religiosa nel presente, ma assicurare la sua continuità nel futuro, spesso perseguita con toni notevolmente polemici.
Trattando il profilo del pesantren (collegio islamico) Darul Istiqamah, il sito web ufficiale parla apertamente di (grassetto mio):
Vi è il desiderio di creare un collegio islamico di stampo moderno, ovvero un sistema educativo e didattico al passo con i tempi e dotato di un diploma statale. L’obiettivo è formare un corpo docente nazionale che abbia fede e devozione ad Allah (omissis) che sia disciplinato, di ampie vedute e di alta qualità. In modo da diventare una generazione di musulmani in grado di servire la religione, la società e il Paese.
(…)
Il moderno collegio islamico “Darul Istiqamah” è stato fondato con l’obiettivo di contribuire all’educazione della nazione, al fine di creare una generazione di musulmani che credano e siano devoti ad Allah (omissis) …
Pesantren Darul Istiqamah, Profil Pondok.
Le condizioni storiche sono naturalmente molto diverse. Nel 1890 si trattava della competizione fra missione cristiana, comunità islamiche e amministrazione coloniale; nell’Indonesia contemporanea il quadro è quello di uno Stato indipendente e di una società nella quale convivono differenti tradizioni religiose. Il parallelismo, quindi, non riguarda gli attori né i loro obiettivi specifici, ma il meccanismo attraverso il quale le identità religiose si riproducono socialmente; ciò nonostante, si osserva il carattere egemonico dell’islam sunnita nell’ambito culturale e non solamente religioso dell’Indonesia contemporanea.
Da questo punto di vista, la fonte del 1890 offre una prospettiva interessante anche sul presente. L’islamizzazione non è soltanto qualcosa che è accaduto nel passato, ma un processo che può continuare, arrestarsi, modificarsi o essere contrastato a seconda delle condizioni nelle quali le nuove generazioni vengono formate.
La storia dell’islamizzazione diventa dunque anche la storia della competizione per formare quelle generazioni, e la scuola, ieri come oggi, è uno dei luoghi nei quali questa competizione può diventare più visibile.
In definitiva, se l’islamizzazione fosse un processo concluso e acquisito una volta per tutte, non vi sarebbe la stessa necessità di richiamare continuamente la formazione della generasi Islam, di denunciare la kristenisasi o di difendere continuamente l’identità islamica. Il fatto stesso che questi temi continuino a occupare uno spazio rilevante nel discorso religioso indica invece che l’appartenenza e la trasmissione dell’identità confessionale sono percepite come processi da mantenere e rinnovare nel tempo.
L’islamizzazione, in questa prospettiva, non è dunque un fenomeno compiuto, ma un processo dinamico, continuamente sottoposto a condizioni, reazioni e trasformazioni, come suggerisce la lunga e complessa storia dell’arcipelago.

