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Nel 1986, Il Messaggero dell’Islam dedica un articolo alla pace e all’incontro interreligioso di Assisi promosso da Giovanni Paolo II. Una testimonianza dell’esclusivismo religioso e della polemica islamica nei confronti del cristianesimo.

In 1986, Il Messaggero dell’Islam published an article on peace and the interfaith gathering in Assisi promoted by Pope John Paul II. A historical document revealing religious exclusivism and Islamic polemics against Christianity.

In 1986 wijdt Il Messaggero dell’Islam een artikel aan vrede en de interreligieuze gebedsbijeenkomst in Assisi, georganiseerd op initiatief van paus Johannes Paulus II. Een historische bron die religieus exclusivisme en islamitische polemiek tegenover het christendom blootlegt.


La Pretesa Islamica sulla Pace

Nel 1986, Il Messaggero dell’Islam, periodico islamico pubblicato in Italia, dedica un articolo intitolato «La Pace» al rapporto fra religione, società contemporanea e conflitti. Il riferimento bibliografico della copia esaminata è Il Messaggero dell’Islam, 4(7), 1986: il documento, risalente a maggio (Ramadan secondo il calendario islamico) affronta anche la giornata mondiale di preghiera per la pace convocata da Giovanni Paolo II ad Assisi il 27 ottobre 1986, iniziativa che diventa il bersaglio di una dura polemica.

Il testo costituisce una testimonianza significativa di una concezione religiosa nella quale la pace, pur presentata inizialmente come aspirazione universale dell’umanità, viene ricondotta in modo esclusivo all’adesione rigorosa all’islam; in questo quadro, il cristianesimo non è considerato semplicemente una tradizione teologica distinta, ma viene descritto attraverso categorie che ne negano la legittimità religiosa. L’iniziativa del Papa, anziché essere riconosciuta come un tentativo di collaborazione fra credenti, viene interpretata come un’impostura.

La fonte è esplicita a tale proposito:

Il ritrovamento della «vera umanità» dell’uomo porta con sé la pace.

E per il ritrovamento della vera qualità umana, Iddio, (omissis) ha dato all’uomo precise direttive, obbedendo alle quali l’uomo può ritrovare la vera identità e la pace.

Queste direttive sono contenute nel Corano, che Iddio ha rivelato agli uomini tutti per mezzo del Profeta Muhàmmad, (omissis).

L’obbedienza alle direttive divine si chiama «islàm» e quindi la «pace» dipende soltanto dalla scelta islamica dell’uomo, la quale è la sola capace di portargli la pace con Dio, la pace con gli uomini, la pace con la natura.

Ciò perché in nessun’altra condizione l’animo umano viene educato ad una completezza paragonabile a quella dello spirito gratificato da una visione del mondo e da una linea di condotta, che ne è l’espressione nel mondo dei comportamenti, in cui senza sforzo si può comprendere la provenienza da una fonte disinteressata ed attendibile in senso assoluto.

Tale è la condizione degli animi di coloro che procedono sulla strada dell’Islàm.

Quando l’uomo mette in pratica il Codice di comportamento proveniente da Dio, la sua esistenza individuale e la vita della società sono scevre da egoismo, prevaricazione, oppressione, sfruttamento, avarizia, sopruso e sono ricche di rispetto per la dignità umana, di amore fraterno, di generosità, di solidarietà, di giustizia e di pace.

La Pace, Il Messaggero dell’Islam, Centro Islamico di Milano e Lombardia, 4(7), 1986, p. 2.

È proprio questa contrapposizione fra universalità proclamata ed esclusività rivendicata a costituire il nucleo del documento.

L’articolo si apre con un’affermazione che difficilmente potrebbe apparire controversa: «Tutta l’umanità aspira alla pace ed ogni uomo sente profondamente il bisogno di realizzarla». La pace viene presentata come un’esigenza costitutiva della natura umana, ma la sua assenza viene ricondotta alla lontananza dell’uomo da Dio e alle strutture di potere che governerebbero le società contemporanee.

Il quadro che ne deriva è radicale. I conflitti fra uomini e donne, genitori e figli, classi sociali, razze, religioni e culture vengono ricondotti all’azione di chi detiene il potere e manipola le relazioni umane a proprio vantaggio; permissivismo, edonismo, consumismo e ricerca del successo diventano manifestazioni di una società che sarebbe dominata dall’effimero e dall’illusione.

L’autore arriva a evocare un «potere occulto» che manovrerebbe i destini del mondo e descrive alcol, droga e forme di spiritualità non conformi alla propria concezione religiosa come «camere della morte».

Non siamo di fronte a una semplice critica morale della modernità. Il testo riunisce fenomeni eterogenei entro una spiegazione complessiva, nella quale la lontananza da Dio costituisce la causa fondamentale dei mali individuali e collettivi; l’autore si premura di specificare che il Dio a cui sta facendo riferimento è solamente quello islamico.

La complessità sociale viene così subordinata a una lettura religiosa totalizzante, e la soluzione arriva in termini inequivocabili, ma coerenti con il quadro ideologico, secondo cui ‘La pace’ dipende soltanto dall’adesione all’islam. L’autore non afferma che l’islam possa contribuire alla pace o che la sua concezione religiosa offra una via per perseguirla, ma che sia la sola e unica strada per ottenerla.

Un valore universale viene così trasformato in una prerogativa confessionale. La pace appartiene a tutta l’umanità come aspirazione, ma la sua realizzazione viene riservata a una sola religione. Le altre tradizioni non sono semplicemente considerate differenti, ma errate, e vengono escluse dalla possibilità di conseguire autenticamente ciò che il testo proclama come un bisogno comune a tutti gli uomini.


Assisi: La preghiera Interreligiosa come Impostura

È nella parte dedicata a Giovanni Paolo II che l’articolo espone con maggiore chiarezza le conseguenze della propria impostazione suprematista.

Parlando del Pontefice, l’autore afferma:

Anche il Papa, con i suoi viaggi in lungo e in largo per il pianeta, si è dimostrato un abile show-man in questa società dello spettacolo, dello star-system e delle tele-novelas, ha voluto entrare nell’arena pacifista, organizzando ad Assisi, per l’autunno prossimo venturo, una esibizione ecumenica di «preghiera per la pace» a cui, pare abbia intenzione di invitare i rappresentanti di tutte le fedi religiose.

La Pace, cit., p. 2.

Il Papa viene definito un abile show-man, collocato nella «società dello spettacolo» e accusato di voler entrare nell’arena pacifista organizzando ad Assisi una manifestazione di preghiera interreligiosa; l’iniziativa di Assisi è descritta come un’esibizione ecumenica, mentre il pacifismo e l’antimilitarismo vengono liquidati come strumenti di manipolazione delle masse.

La critica non si limita a contestare le modalità dell’incontro o a esprimere riserve sulla possibilità di una preghiera comune. Il testo nega che l’iniziativa possa costituire un autentico contributo alla pace, perché essa non si fonda sull’adesione esclusiva all’islam.

La posizione sui rappresentanti musulmani è ancora più esplicita. L’autore afferma che nessun musulmano parteciperà alla manifestazione e aggiunge che eventuali esponenti islamici presenti non rappresenterebbero l’islam, bensì ‘sé stessi e la propria ignoranza’.

La delegittimazione è preventiva. Un musulmano che partecipi all’iniziativa non viene riconosciuto come qualcuno che possa esprimere una diversa interpretazione del rapporto fra fede e pace: viene escluso dalla rappresentanza legittima della propria religione. La possibilità di un dissenso interno viene sostituita dall’accusa di ignoranza, un meccanismo di delegittimazione usato anche all’interno del mondo islamico, come si osserva per i salafiti, che spesso accusano altri musulmani di non avere una corretta conoscenza della religione.

L’apparente contraddizione con l’esordio dell’articolo è evidente. Se la pace è un’esigenza fondamentale dell’intera umanità, ci si chiede per quale ragione un evento di preghiera a cui partecipano credenti di diverse tradizioni religiose dovrebbe essere necessariamente un’impostura. La risposta del testo è già contenuta nella sua premessa, ed è coerente con la dottrina islamica, secondo cui solamente l’islam può realizzare la pace autentica; l’iniziativa interreligiosa viene quindi respinta non sulla base di un risultato concreto, ma perché non corrisponde al presupposto dottrinale dell’autore.


Il Cristianesimo come Bestemmia

Il testo passa quindi dalle accuse rivolte al Papa a una contestazione diretta delle dottrine cristiane. Vengono richiamate le affermazioni coraniche contro la divinità di Gesù, la sua filiazione divina e la Trinità, accuse, che, se rivolte in senso speculare, avrebbero comportato problemi sociali e legali per il suo autore in qualunque Paese a maggioranza islamica.

La differenza fra la concezione islamica di Gesù come Messia e profeta e la fede cristiana in Gesù Cristo, Figlio di Dio, viene presentata in termini di bestemmia.

L’autore domanda:

Come potrà Iddio accogliere la preghiera di coloro che lo bestemmiano?

Iddio ha dato agli uomini la via per raggiungere la Pace e questa via è la pratica dell’Islàm.

La Pace, cit., p. 2.

La domanda non è un semplice espediente retorico, ma serve a escludere a priori la legittimità della preghiera cristiana e del cristianesimo, applicando il giudizio teologico all’iniziativa di Assisi; se la professione di fede cristiana viene classificata come bestemmia, la preghiera dei cristiani non può essere riconosciuta come autentica invocazione di Dio.

Anche la Chiesa cattolica viene definita una «setta», con il Papa collocato al vertice della «setta cattolica». La scelta terminologica non è neutra, ma riduce una tradizione religiosa storica a una categoria polemica, contestandone la legittimità.

Naturalmente, il cristianesimo e l’islam formulano affermazioni incompatibili su questioni centrali come la Trinità, la natura di Gesù e la rivelazione; il dissenso dottrinale è un dato teologico, non di per sé una manifestazione di ostilità. Ciò che caratterizza questo documento è il passo ulteriore: la differenza viene utilizzata per delegittimare l’interlocutore e negare valore religioso al suo tentativo di pregare per la pace.

Il testo non si limita a sostenere che i cristiani siano in errore secondo la teologia islamica dell’autore. Li colloca al di fuori delle condizioni necessarie per una preghiera autentica, rendendo impossibile riconoscere all’iniziativa interreligiosa qualsiasi valore spirituale condiviso.


Il Suprematismo della Pace Islamica

La conclusione dell’articolo riassume l’intera argomentazione. Poiché, secondo l’autore de Il Messaggero dell’Islam, soltanto l’islam sarebbe in grado di garantire la pace, l’iniziativa del Papa non può essere considerata un tentativo legittimo di perseguirla.

La pluralità religiosa non viene accolta come una condizione nella quale differenti comunità possano cercare un obiettivo comune: diventa il segno dell’impossibilità di raggiungerlo autenticamente.

L’autore afferma:

Noi non siamo contrari alla «Pace», ma siamo contrari ad ogni forma d’impostura.

La Pace, cit., p. 2.

La frase acquista il suo pieno significato soltanto alla luce del testo precedente. L’autore non rifiuta la pace, ma ne ridefinisce il significato e ne rivendica il monopolio; non contesta soltanto alcune convinzioni cristiane, ma le utilizza per negare la legittimità religiosa della preghiera cristiana. Non esprime semplicemente dissenso nei confronti del Papa, ma presenta la sua iniziativa come una manipolazione.

Il suprematismo islamico che emerge da queste pagine consiste precisamente in questa gerarchia: una sola religione è riconosciuta come autentica via alla pace, mentre le altre vengono private della capacità di perseguirla realmente. L’universalità del valore proclamato non si traduce in una disponibilità al confronto, ma nella pretesa di subordinare tutte le altre tradizioni a un’unica soluzione confessionale.

Questa pretesa di esclusività non riguarda soltanto il rapporto con le altre religioni. Il documento presenta la posizione espressa non come una semplice interpretazione personale, né come una delle possibili letture dell’Islam, ma come l’unica posizione legittima. Le dottrine cristiane sono definite blasfeme, la Chiesa cattolica è liquidata come una «setta» e la preghiera dei suoi fedeli viene posta sotto il segno dell’impostura; l’autore nega che Dio possa accogliere la preghiera di coloro che, secondo la sua interpretazione, lo bestemmiano.

La stessa logica viene applicata all’interno della comunità musulmana. I partecipanti islamici all’incontro di Assisi non sono riconosciuti come rappresentanti della propria fede: l’autore li considera persone ignoranti, prive di una corretta conoscenza dell’islam. Il dissenso non viene quindi ammesso come una diversa interpretazione religiosa, ma liquidato come ignoranza. Chi riconosce la legittimità di un’iniziativa interreligiosa viene espulso, sul piano retorico, dal novero di coloro che possono parlare in nome dell’islam.

Non siamo dunque davanti a una semplice opposizione al dialogo interreligioso. Il testo afferma una gerarchia religiosa assoluta, nella quale l’islam detiene il monopolio della verità e della pace, mentre le altre fedi sono considerate false e chi, tra i musulmani, non aderisce a questa impostazione viene delegittimato. La pace è proclamata universale, ma la sua legittimità viene monopolizzata dall’islam.

È questa la concezione suprematista che attraversa l’intero documento: il bene viene ricondotto all’adesione all’islam, mentre ciò che si colloca al di fuori di esso viene associato all’errore, alla falsità e all’impostura. La pace, dunque, non costituisce un terreno comune sul quale le diverse tradizioni religiose possano incontrarsi, ma diventa il criterio attraverso il quale una sola di esse pretende di giudicare e subordinare tutte le altre.


Letture Consigliate

  • Griffith, S. H. (2008). The church in the shadow of the mosque: Christians and Muslims in the world of Islam. Princeton University Press.
  • Adang, C., Ansari, H., Fierro, M., & Schmidtke, S. (Eds.). (2015). Accusations of unbelief in Islam: A diachronic perspective on takfīr. Brill.
  • Arkoun, M. (2002). The unthought in contemporary Islamic thought. Saqi Books.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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