Nel 2023, la rivista islamica malese Cahaya ripropone la presunta conversione di Napoleone Bonaparte all’islam durante la campagna d’Egitto del 1798.
L’articolo presenta il generale francese come un uomo che avrebbe riconosciuto la superiorità del monoteismo coranico rispetto al cristianesimo, fino a immaginare la fondazione di un governo mondiale conforme ai principi del Corano. Il documento è interessante non tanto per la tesi sostenuta, priva di adeguati riscontri documentari, quanto per il procedimento attraverso il quale una figura eminente della storia europea viene incorporata in una narrazione religiosa contemporanea.
Non siamo di fronte a una testimonianza coeva agli avvenimenti, né a una nuova scoperta archivistica, ma a una pubblicazione del XXI secolo che raccoglie materiali di epoche differenti e li ricompone in una prospettiva apologetica.
Il contesto storico è noto. Nel 1798 Napoleone invase l’Egitto con l’obiettivo di colpire gli interessi britannici e consolidare la presenza francese nel Mediterraneo orientale; per ottenere il consenso della popolazione musulmana e delegittimare il potere mamelucco, il generale adottò un linguaggio rispettoso dell’islam, richiamandosi ad Allah e al profeta Muhammad nei proclami rivolti agli abitanti.
Questa condotta rientrava nella strategia politica della spedizione: presentarsi come protettore della religione locale era uno strumento per facilitare il governo del territorio conquistato, una strategia usata anche da Mussolini, acclamato come ‘Spada dell’Islam’. Il fatto che Napoleone conoscesse alcuni aspetti dell’islam, ne riconoscesse la forza sociale e ne utilizzasse il linguaggio non dimostra, ovviamente, una sua adesione personale alla fede islamica; è proprio questo passaggio, dal comportamento politico alla convinzione religiosa, che l’articolo trasforma in una certezza senza documentarlo adeguatamente.
La costruzione si fonda su citazioni attribuite a Napoleone, riprese da pubblicazioni successive: la rivista Genuine Islam di Singapore, nell’ottobre 1936, il libro Satanic Voices — Ancient and Modern di David M. Pidcock, del 1992, e Bonaparte et l’Islam di Christian Cherfils, del 1914.
L’autore, in effetti, non pone in dubbio la conversione del generale francese, ma la pone come premessa dell’intero articolo:
Apakah yang membuatkan Napoleon Bonaparte
lebih memilih Islam daripada agama lamanya,
Kristian?Che cosa spinse Napoleone Bonaparte a preferire l’Islam alla sua precedente religione, il cristianesimo?
Syed Mahadzir, Syed Ibrahim, Islamnya Napoleon Bonaparte, Cahaya, Pembimbing Remaja Cemerlang, JAKIM, 1, 2023, p. 19.

Questi riferimenti vengono dunque accostati come se costituissero conferme indipendenti della conversione, senza ricostruire con precisione la provenienza delle dichiarazioni, le eventuali dipendenze fra gli autori e il loro rapporto con le fonti primarie. La ripetizione di una citazione attraverso pubblicazioni successive non ne garantisce l’autenticità: per dimostrarla occorrerebbe risalire ai documenti originali e verificarne il contesto. In assenza di tale lavoro, le dichiarazioni riportate devono essere considerate attribuzioni da sottoporre a verifica, non prove conclusive.
Particolarmente rivelatore è il richiamo alle memorie di Louis Antoine Fauvelet de Bourrienne, segretario di Napoleone, pubblicate nell’edizione curata da R. W. Phipps nel 1889.
La testimonianza del segretario di Napoleone, citata dalla stessa rivista offre infatti un’interpretazione sostanzialmente opposta a quella che Cahaya intende sostenere:
It has been alleged that Bonaparte, when in Egypt,
took part in the religious ceremonies and worship
of the Mussulmans; but it cannot be said that he
celebrated the festivals of the overflowing of the
Nile and the anniversary of the Prophet. The Turks
invited him to these merely as a spectator; and the
presence of their new master was gratifying to the
people.
But he never committed the folly of ordering any
solemnity. He neither learned nor repeated any
prayer of the Quran, as many persons have asserted;
neither did he advocate fatalism polygamy, or any
other doctrine of the Quran. Bonaparte employed
himself better than in discussing with the Imans the
theology of the children of Ismael.
The ceremonies, at which policy induced him to be
present, were to him, and to all who accompanied
him, mere matters of curiosity. He never set foot
in a mosque; and only on one occasion, which
I shall hereafter mention, dressed himself in the
Mahometan costume. He attended the festivals to
which the green turbans invited him. His religious
tolerance was the natural consequence of his
philosophic spirit.È stato sostenuto che Bonaparte, durante la sua permanenza in Egitto, prendesse parte alle cerimonie religiose e al culto dei musulmani; ma non si può affermare che celebrasse le feste legate alla piena del Nilo e l’anniversario del Profeta. I turchi lo invitavano a queste manifestazioni soltanto in qualità di spettatore, e la presenza del loro nuovo padrone era gradita alla popolazione.
Egli, tuttavia, non commise mai la follia di ordinare alcuna celebrazione solenne. Non imparò né recitò alcuna preghiera del Corano, contrariamente a quanto molti hanno sostenuto; né si fece promotore del fatalismo, della poligamia o di qualsiasi altra dottrina coranica. Bonaparte aveva cose più importanti da fare che discutere di teologia con gli imam, i dotti religiosi dei figli di Ismaele.
Le cerimonie alle quali partecipava per ragioni politiche erano, per lui e per tutti coloro che lo accompagnavano, semplici occasioni di curiosità. Non mise mai piede in una moschea e soltanto in un’occasione, che descriverò più avanti, indossò l’abito musulmano. Partecipava alle feste alle quali lo invitavano gli uomini dai turbanti verdi. La sua tolleranza religiosa era una conseguenza naturale del suo spirito filosofico.
Islamnya Napoleon Bonaparte, cit., p. 21.

Bourrienne, in effetti, descrive il rispetto mostrato da Napoleone verso l’islam come una necessità politica e spiega che il generale si comportava, in alcune occasioni, come un musulmano perché governava una popolazione islamica. Le conversazioni sulla conversione, la partecipazione ad alcune cerimonie e le dichiarazioni favorevoli alla religione locale sarebbero state funzionali al consolidamento del potere francese.
Secondo il memorialista, Napoleone avrebbe adottato un linguaggio analogo in qualsiasi altra regione del mondo, adattandosi alle credenze della popolazione governata. Le memorie di Bourrienne richiedono, come ogni testimonianza retrospettiva, una valutazione critica; ma non possono essere utilizzate senza confrontarsi con il loro contenuto esplicito. L’articolo accosta la fonte alla propria tesi senza risolvere la contraddizione, mostrando come la selezione delle testimonianze possa prevalere sulla loro interpretazione complessiva.
La campagna di Siria e Palestina del 1799 rende ancora più evidente la necessità di distinguere fra retorica religiosa e pratica politica. L’articolo riporta un proclama attribuito a Napoleone, aperto con la formula «Nel nome di Allah, il Clemente, il Misericordioso», nel quale il generale promette protezione agli abitanti e rispetto per l’islam; anche in questo caso, l’autenticità e la trasmissione del testo specifico richiederebbero una verifica documentaria.
La successiva conquista di Giaffa, accompagnata dall’uccisione di migliaia di prigionieri ottomani, ricorda inoltre che il linguaggio della protezione religiosa coesisteva con la violenza di una campagna imperiale. Napoleone fallì poi nel tentativo di conquistare Acri e fu costretto a ritirarsi; questi avvenimenti non permettono di dedurre automaticamente le sue convinzioni personali, ma impediscono di leggere la retorica filoislamica al di fuori delle esigenze concrete della guerra e della conquista.
La narrazione raggiunge il suo punto culminante nelle citazioni attribuite a Napoleone attraverso Cherfils. L’islam viene presentato come il compimento universale del monoteismo annunciato dai profeti precedenti, mentre il cristianesimo è descritto come una tradizione che avrebbe alterato il messaggio originario di Gesù.
A questa rappresentazione si aggiunge l’idea che Napoleone avrebbe avuto l’intenzione di riunire i saggi del mondo per fondare un governo conforme ai principi del Corano; il conquistatore europeo viene così trasformato nel potenziale artefice di un ordine politico universale islamico.
La fonte è esplicita a questo proposito:
At another place in his book he quotes Napoleon as
having said, ‘I hope that in the near future I will have
the chance to gather together the wise and cultured
people of the world and establish a government that
I will operate (in accordance with the principles
written in Quran al-karim.)In un altro passo della sua opera, (Cherfils, ndr) cita Napoleone che avrebbe detto: «Spero che nel prossimo futuro avrò l’opportunità di riunire le persone sagge e colte del mondo e di istituire un governo che guiderò in conformità con i principi contenuti nel Sacro Corano».
Islamnya Napoleon Bonaparte, cit., p. 21.

Il passaggio è significativo: non si rivendica più soltanto la presunta simpatia di Napoleone per l’islam, ma si reinterpretano le sue ambizioni imperiali come anticipazione di un progetto religioso; finché tali dichiarazioni non saranno ricondotte a testimonianze primarie verificabili, esse non possono dimostrare né una conversione né un simile programma politico.
Il procedimento adottato dagli autori di Cahaya è quello di un’appropriazione retrospettiva del prestigio storico. Elementi reali — la spedizione d’Egitto, l’interesse per le istituzioni religiose locali, l’uso di un linguaggio islamico — vengono selezionati e riorganizzati in una sequenza nella quale l’interesse diventa ammirazione, l’ammirazione convinzione e la convinzione conversione.
La grandezza di Napoleone conferisce così prestigio alla narrazione religiosa che lo rivendica, mentre la presunta conversione viene utilizzata per confermare la (altrettanto presunta) superiorità dell’islam. Il fenomeno non è limitato a Napoleone, ma è tipico della retorica islamica, che spesso reinterpreta le figure del passato per inserirle nelle proprie genealogie culturali.
Un precedente significativo è la complessa identificazione di Alessandro Magno con Dhū l-Qarnayn, il personaggio della sura (capitolo) XVIII del Corano, sviluppatasi attraverso una lunga tradizione esegetica e letteraria. Il caso di Napoleone è diverso: non una tradizione sedimentata nel corso dei secoli, ma una rivista contemporanea che presenta come fatto biografico una conversione non dimostrata.
È proprio la data di pubblicazione a rendere Cahaya un documento significativo. Nel 2023, materiali provenienti da pubblicazioni del 1914, del 1936 e del 1992 vengono riproposti senza un confronto critico sufficiente con le contraddizioni delle fonti.
La modernità del supporto non implica quella del metodo storico: citazioni, riferimenti bibliografici e ricostruzioni militari dettagliate non sostituiscono la verifica documentaria e la corretta collocazione delle fonti. L’articolo permette quindi di osservare una specifica forma di divulgazione apologetica islamica nella quale il prestigio di un personaggio storico viene subordinato a una rappresentazione identitaria.
Il suo interesse non risiede nella dimostrazione della fede personale di Napoleone, ma nel bisogno di rivendicarne la grandezza attraverso una presunta adesione religiosa. Il conquistatore francese diventa così, a posteriori, un testimone della ‘verità’ islamica: non attraverso una dimostrazione storica, ma mediante una narrazione che riorganizza il passato affinché confermi una conclusione già stabilita e non discutibile.
Il caso di Cahaya mostra come una narrazione apologetica possa subordinare l’esame delle fonti alla necessità di confermare una verità religiosa presupposta. La presunta conversione di Napoleone non viene dimostrata, ma assunta come punto di partenza e sostenuta attraverso citazioni selezionate, anche quando il loro contenuto contraddice la tesi.
Il dato più significativo non è dunque ciò che Napoleone avrebbe creduto, ma il modo in cui una pubblicazione contemporanea costruisce e trasmette una rappresentazione ideale del passato, senza confrontarsi con le contraddizioni presenti nei materiali che essa stessa propone.


