Tra le fonti più preziose per comprendere la storia dell’islam indonesiano in epoca coloniale non figurano soltanto documenti amministrativi, atti governativi o programmi politici, ma anche materiali apparentemente più ordinari, come i sermoni religiosi pubblicati sulla stampa. Un esempio particolarmente significativo è rappresentato dalla khutba (sermone) per l’ʿId al Fiṭr (rottura del digiuno) pubblicata sul settimanale Bandera Islam il 2 aprile 1927. Lungi dall’essere una semplice esortazione spirituale legata alla conclusione del Ramadan, il testo si configura come un vero e proprio strumento di mobilitazione politica, destinato a promuovere una visione islamo-nazionalista della società e del futuro delle Indie Orientali Olandesi.
Among the most valuable sources for understanding the history of Indonesian Islam during the colonial period are not only administrative records, government documents, and political programmes, but also seemingly more ordinary materials, such as religious sermons published in the press. A particularly significant example is the khutba (sermon) for ʿĪd al-Fiṭr (the Festival of Breaking the Fast) published in the weekly newspaper Bandera Islam on 2 April 1927. Far from being a simple spiritual exhortation linked to the end of Ramadan, the text emerges as a genuine instrument of political mobilisation, intended to promote an Islamic-nationalist vision of society and of the future of the Dutch East Indies.
Tot de meest waardevolle bronnen voor het begrijpen van de geschiedenis van de Indonesische islam in de koloniale periode behoren niet alleen administratieve documenten, overheidsstukken en politieke programma’s, maar ook ogenschijnlijk meer alledaagse bronnen, zoals religieuze preken die in de pers werden gepubliceerd. Een bijzonder betekenisvol voorbeeld is de khutba (preek) voor ʿĪd al-Fiṭr (het Suikerfeest, het einde van de vastenmaand) die op 2 april 1927 werd gepubliceerd in het weekblad Bandera Islam. Verre van een eenvoudige spirituele aansporing ter gelegenheid van het einde van de ramadan te zijn, presenteert deze tekst zich als een werkelijk instrument van politieke mobilisatie, bedoeld om een islamitisch-nationalistische visie op de samenleving en op de toekomst van Nederlands-Indië uit te dragen.
Oltre la Predicazione Religiosa
L’elemento che colpisce immediatamente il lettore è la scelta dell’autore di allontanarsi dai temi tradizionalmente associati alla festa dell’ʿId al Fiṭr. Lo stesso sermone dichiara esplicitamente di non voler trattare le questioni relative al digiuno, alla zakat o agli aspetti rituali della celebrazione; al loro posto viene introdotto un tema completamente diverso, la necessità di perseguire la libertà del popolo e l’organizzazione politica della comunità musulmana, come si evince dal testo del sermone:
(…)in questa predica non parleremo delle norme e della sapienza del digiuno, né tratteremo della zakat e della fitra. In questa khutba desideriamo invece ricordare una questione importante, il nostro movimento per conquistare la libertà del popolo (…)
Choetbah pada id’ al-fitr, Sermone per (la festa) dell’Eid al Fitr, Bandera Islam, 2 aprile 1927, p. 1.

Questa impostazione rivela una precisa strategia comunicativa, secondo cui il linguaggio religioso viene utilizzato non come fine, ma come veicolo per trasmettere un messaggio politico. La khutba assume così la funzione di una piattaforma di propaganda destinata a raggiungere un pubblico vasto, sfruttando l’autorevolezza del discorso religioso per legittimare un programma di azione collettiva. In tale prospettiva, la pratica dell’islam non viene presentata esclusivamente come un insieme di obblighi individuali, ma come il fondamento di un progetto sociale e nazionale, presentato come obbligo religioso, come dovere di un ‘vero musulmano’.
La Costruzione di un Islam Militante
Uno dei temi centrali del testo è la contrapposizione tra la (presunta) grandezza dell’islam delle origini e la (altrettanto presunta) decadenza del mondo musulmano contemporaneo; l’autore richiama il versetto coranico che definisce i credenti come la “migliore comunità” e sostiene che i primi musulmani riuscirono a trasformare il mondo grazie alla loro fedeltà ai comandamenti divini.
Secondo questa ricostruzione ideale,
(…) la comunità islamica, nei suoi primi tempi, diede nuova vita a un mondo che sembrava trovarsi in agonia, riempiendolo di una forza e di una grandezza mai conosciute prima dell’avvento dell’Islam.
La storia delle origini dell’Islam testimonia come tribù e popoli differenti riuscirono a diventare un’unica famiglia umana, vivendo insieme nell’amore reciproco. Ciò che prima appariva come un sogno divenne una realtà concreta.
Chiunque studi la storia dell’Islam di quell’epoca rimarrà stupito dalle profonde trasformazioni realizzate dai musulmani, specialmente nei campi che oggi chiameremmo democrazia e giustizia sociale.
Choetbah pada id’ al-fitr, cit.
Si tratta dell’interpretazione teologica classica, che si sostituisce alla storia concepita come indagine scientifica, e, quando l’autore afferma ‘chiunque studi la storia dell’islam’, si riferisce ad una ‘storia’ religiosa, ideale, che supporta i testi sacri e da essi deriva, e, che, per definizione, non può contraddire il dogma islamico.

La crisi presente viene invece attribuita all’abbandono di un supposto ‘islam autentico’, un artificio retorico comune nell’islam, che serve come premessa necessaria per dare una definizione particolarmente significativa del credente ideale; secondo questa visione, in effetti, non è sufficiente professare la fede o compiere meccanicamente i rituali religiosi. Al contrario, il ‘vero islam’, necessita comprensione, moralità e azione concreta; emblematica è la metafora del grammofono, utilizzata per sostenere che una semplice ripetizione di formule religiose non costituisce vera appartenenza all’islam.
L’obiettivo di questa argomentazione è quello di trasformare il musulmano da praticante passivo a soggetto impegnato nella trasformazione della società; l’islam viene dunque presentato come una forza dinamica e mobilitante, capace di guidare il rinnovamento morale e politico della comunità, in un momento che viene percepito come segnato dalla ‘decadenza’ e dalla ‘oppressione’.
Ancora, si consideri il testo del 1927;
(…) Una comunità musulmana che non sia in grado di applicare la legge dell’Islam alla propria vita collettiva non realizza pienamente l’ideale islamico.
Per raggiungere questo obiettivo è necessaria la libertà del popolo, cioè la libertà nazionale.
Perciò ogni musulmano ha il dovere di impegnarsi pienamente nell’attività politica per conquistare la libertà nazionale.
Choetbah pada id’ al-fitr, cit.
La natura politico-religiosa di questo sermone è evidente, e costituisce un esempio molto interessante di propaganda islamo-nazionalista, o nazionalismo islamico, specialmente quando si considera che esso è stato pubblicato in piena epoca coloniale.
Nazionalismo e Panislamismo nella Stessa Visione
L’aspetto più interessante del documento è probabilmente il tentativo di conciliare due dimensioni che spesso vengono considerate separate, il nazionalismo e il panislamismo; da un lato, il sermone insiste sulla necessità della Nationale Vrijheid, la libertà nazionale, considerata una condizione indispensabile per la piena realizzazione della vita islamica. Dall’altro, il testo richiama costantemente l’unità dell’umma (la comunità islamica) e il progetto di una cooperazione internazionale tra i popoli musulmani.
Questa duplice prospettiva riflette una caratteristica tipica di una parte dell’attivismo islamico degli anni Venti del secolo scorso, secondo cui la liberazione politica delle popolazioni musulmane non viene vista come un obiettivo in contrasto con l’unità del mondo islamico, ma come il primo passo verso una più ampia solidarietà transnazionale. Non a caso, il sermone esprime sostegno al Congresso Islamico (Mu’tamar al-‘Alam al-Islami) della Mecca e presenta il Partij Sarekat Islam Hindia-Timoer (Partito Sarekat Islam delle Indie Orientali) come parte integrante di un più vasto movimento islamico mondiale.
Ancora, si consideri brevemente il sermone;
Nel nostro Paese esiste già da molti anni un’organizzazione che lotta per la libertà nazionale, in particolare per i musulmani dell’Indonesia: il Partai Sarekat Islam Hindia-Timur (Partito Sarekat Islam delle Indie Orientali, ndr).
Questo partito si considera parte del più ampio movimento islamico mondiale che aspira all’unità dell’intera umma (comunità islamica, ndr).
Choetbah pada id’ al-fitr, cit.
Il collegamento tra Sarekat Islam e il movimento pan-islamista è dunque esplicito e presentato come organico, naturale, non come una contrapposizione.
Una Fonte Privilegiata per Comprendere l’Islam Politico
Dal punto di vista storiografico, il valore di questa khutba(h) risiede soprattutto nella sua capacità di mostrare il modo in cui una parte delle élite musulmane cercava di interpretare il rapporto tra religione e politica verso la fine degli anni Venti del secolo scorso. Il testo, ovviamente, non costituisce una fonte attendibile per ricostruire la storia dell’islam delle origini, che viene evocata in forma idealizzata e funzionale all’argomentazione. Esso rappresenta piuttosto una testimonianza diretta della cultura politica islamo-nazionalista dell’epoca, un’impostazione che permea ancora il panorama culturale indonesiano.
La scelta di utilizzare una predica dell’ʿId al-Fiṭr come strumento di mobilitazione rivela inoltre la volontà di integrare il messaggio politico all’interno delle pratiche religiose quotidiane; in questo modo, la propaganda non si presenta come un discorso separato dalla fede, ma come una sua naturale estensione.
Proprio per questa ragione la khutba pubblicata da Bendera Islam il 2 aprile 1927 costituisce una fonte di straordinario interesse, in quanto essa non racconta semplicemente ciò che accadeva nelle Indie Orientali Olandesi, ma mostra come una parte del movimento islamico immaginava il futuro della comunità musulmana e il percorso verso la sua emancipazione politica.
Nel suo complesso, questo testo costituisce un esempio organico di populismo islamico, la cui struttura generale viene riproposta con un’infografica riassuntiva.

Come si vede chiaramente, si tratta di una fonte eccezionale, sfuggita alla censura grazie al suo linguaggio ‘religioso’ e non direttamente minaccioso per le autorità coloniali; nel 2026, questo documento permette di ricostruire il pensiero di Sarekat Islam e dei suoi sostenitori. Il sermone del 1927 contiene inoltre elementi che caratterizzano ancora parte del dibattito attuale sulla relazione tra islam e potere politico, e, per questo motivo, esso è incredibilmente attuale.
Letture Consigliate
- Noer, D. (1973). The modernist Muslim movement in Indonesia, 1900–1942. Oxford University Press.
- Shiraishi, T. (1990). An age in motion: Popular radicalism in Java, 1912–1926. Cornell University Press.
- Formichi, C. (2012). Islam and the making of the nation: Kartosuwiryo and political Islam in twentieth-century Indonesia. Brill.

