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Quando si parla di islamizzazione dell’Italia, il dibattito pubblico tende spesso a concentrarsi sugli sviluppi più recenti, ovvero l’immigrazione di massa degli anni Novanta, la costruzione delle grandi moschee, le controversie sull’integrazione e il rapporto tra islam e istituzioni italiane. Eppure, osservando le fonti prodotte dalle stesse organizzazioni islamiche, emerge un dato interessante, che mostra come il processo di radicamento dell’islam nel contesto italiano fosse già stato pensato e pianificato diversi anni prima che la presenza musulmana assumesse le dimensioni attuali, come si può apprezzare dall’infografica realizzata per questo articolo.

(Infografica realizzata da Salvatore Puleio per Islam E Dintorni, tutti i diritti riservati, 2026)

Tra le testimonianze più significative vi è Il Messaggero dell’Islam, periodico del Centro Islamico di Milano, pubblicato a partire dai primi anni Ottanta. Più che una semplice rivista religiosa, esso rappresenta un laboratorio di idee, un luogo di elaborazione culturale e, soprattutto, uno strumento attraverso il quale una comunità ancora numericamente modesta cercava di costruire la propria legittimità nello spazio pubblico italiano.

Un editoriale del novembre 1982, significativamente intitolato Una moschea per Milano, offre una chiave di lettura particolarmente illuminante; a prima vista potrebbe sembrare una normale richiesta rivolta all’amministrazione comunale affinché venga autorizzata la costruzione di un luogo di culto.

Una lettura più attenta, tuttavia, rivela un progetto assai più ampio, che si estende ben oltre la richiesta di un luogo di culto, in quanto nell’editoriale, l’autore (che non si firma) precisa infatti che la moschea non dovrebbe essere «solamente» un luogo in cui si svolgono i rituali islamici.

L’autore dell’editoriale specifica che (maiuscolo originario)

Sì, i musulmani chiedono una MOSCHEA PER MILANO: non di fronte al fine di poter, finalmente, avere un LUOGO DI ADORAZIONE per i residenti, ma anche per offrire alle migliaia di correligionari dell’ISLAM, che durante l’anno, tutti gli anni, vengono a Milano per motivi di affari, lavoro, studio ecc. un PUNTO DI APPOGGIO per le loro esigenze rituali e spirituali.

A questo scopo non è necessaria una MOSCHEA «mega», avente sul pinnacolo del Minareto non la Mezzaluna, ma il simbolo dei Petro-dollari, con profusioni di marmi, alabastri ed arabeschi; basta molto meno!

Editoriale, Una Moschea per Milano, Il Messaggero dell’Islam, 20 Novembre 1982, p. 1.

Essa viene presentata come un “punto di appoggio” destinato a soddisfare le ‘esigenze rituali e spirituali’ dei musulmani residenti, ma anche delle migliaia di correligionari che ogni anno raggiungono Milano per motivi di lavoro, studio o affari. La moschea assume quindi la funzione di centro comunitario, punto di riferimento stabile e infrastruttura destinata a organizzare la presenza islamica sul territorio.

L’aspetto più interessante, tuttavia, emerge nelle righe successive, in quanto l’editoriale afferma che il Centro Islamico di Milano costituisce «l’unico ed esclusivo rappresentante dei musulmani a Milano» e che, proprio in virtù di tale ruolo (secondo la dottrina islamica, come afferma l’autore), dovrebbe essere l’interlocutore delle istituzioni cittadine. La richiesta di una moschea diventa così anche una richiesta di riconoscimento politico e istituzionale esplicito da parte di una comunità ancora marginale che nel 1982 era oggetto di curiosità.

Riporto esplicitamente il passaggio de Il Messaggero dell’Islam (novembre 1982, p.1);

L’unico ed esclusivo rappresentante dei Musulmani a Milano è, secondo il diritto islamico, il CENTRO ISLAMICO, in quanto PRIMA organizzazione islamica funzionante sul territorio.

Quindi soltanto il Centro può validamente rappresentare gli interessi della Comunità Islamica Milanese di fronte agli Amministratori della Città.

È questo il passaggio che merita maggiore attenzione. Nel 1982 la comunità musulmana in Italia era ancora relativamente limitata, in quanto non erano ancora avvenute le grandi ondate migratorie provenienti dal Nord Africa, dall’Albania e dall’Asia meridionale che avrebbero trasformato il panorama religioso italiano negli anni e decenni successivi. Eppure, una parte dell’associazionismo islamico mostrava già una notevole consapevolezza strategica. Vale la pena ricordare, a tale proposito, che ‘Il Messaggero dell’Islam’ è stato fondato da Rosario Pasquini (noto come Sheikh Abdur Rahman), uno dei primi italiani convertiti all’islam in Italia, che a partire dal 1990 diventerà una delle figure più note dell’UCOII, destinata negli anni successivi a diventare la principale organizzazione islamica italiana e oggetto di un intenso dibattito pubblico.

Poiché Pasquini fu il fondatore e principale animatore del Messaggero dell’Islam, è plausibile che l’orientamento espresso nell’editoriale rifletta la linea culturale e strategica da lui promossa, anche se il testo non reca alcuna firma esplicita.

Quello che emerge dall’editoriale è un progetto che non si limitava a richiedere assistenza per una minoranza religiosa esistente, ma cercava di creare le condizioni affinché quella presenza potesse consolidarsi, organizzarsi e dialogare con le istituzioni da una posizione di crescente autorevolezza; in questa prospettiva, parlare di islamizzazione non significa necessariamente evocare scenari conflittuali o interpretazioni ideologiche. Da un punto di vista fenomenologico e descrittivo, esso indica il processo attraverso il quale l’islam costruisce progressivamente le proprie strutture, i propri spazi, i propri strumenti culturali e le proprie forme di rappresentanza (e legittimazione) all’interno di una società. Il Messaggero dell’Islam testimonia precisamente questo processo, la volontà di rendere l’islam una presenza permanente, visibile e socialmente riconosciuta nel contesto italiano.

La moschea, in questa prospettiva, assume un valore che trascende la sua funzione cultuale, e diventa un simbolo di stabilità, un centro di aggregazione, un luogo di formazione religiosa e culturale, ma anche un elemento di interlocuzione con il potere pubblico. Non è casuale che l’editoriale richiami il carattere internazionale di Milano, il suo ruolo economico e la necessità che una città moderna ospiti una grande moschea, in quanto l’argomento non è soltanto religioso, ma anche e soprattutto urbanistico, culturale e politico.

Rileggere oggi questo documento, a oltre quarant’anni di distanza, induce inevitabilmente a riflettere. Molti dei temi allora prospettati, la costruzione di moschee, la rappresentanza delle comunità islamiche, il rapporto con le amministrazioni locali, la presenza dell’Islam nello spazio pubblico, sono divenuti questioni centrali del dibattito nazionale. Questo non significa necessariamente che gli sviluppi successivi fossero inevitabili, oppure che esistesse un progetto unitario condiviso dall’intero universo islamico, realtà estremamente eterogenea per provenienze, orientamenti teologici e modelli organizzativi.

Significa, però, riconoscere che alcune organizzazioni avevano elaborato con largo anticipo una visione di lungo periodo, destinata a svilupparsi nel corso dei decenni successivi, che dal 1974, anno di fondazione del Centro Islamico di Milano, arriva al 2026, quando la presenza islamica nello spazio pubblico italiano e milanese appare incomparabilmente più ampia e strutturata.

Per lo storico e il lettore interessato a comprendere questo fenomeno, il valore di queste fonti risiede proprio nella loro capacità di restituire la prospettiva originale degli attori, e mostrare come il radicamento dell’islam in Italia non sia stato soltanto il risultato di dinamiche migratorie, ma anche il frutto di una paziente costruzione associativa, culturale e istituzionale. Comprendere questo percorso non implica necessariamente condividerlo o contestarlo, ma, più semplicemente, comprendere come si forma una presenza religiosa destinata a incidere, nel tempo, sul tessuto sociale e sul dibattito pubblico di un Paese.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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