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Leggendo alcuni resoconti del team missionario pubblicati nel Buletin Pillar, il magazine della Gereja Reformed Injil Indonesia (GRII), nei primi anni Duemila, è difficile non provare una sensazione di familiarità. Più che nei contenuti teologici, essa risiede nella forma narrativa con cui l’esperienza missionaria viene raccontata; il viaggio, gli incontri, la descrizione delle popolazioni locali, la ricerca dei “gruppi non raggiunti”, la gioia per le conversioni e il costante riferimento alla guida provvidenziale di Dio sono elementi che richiamano immediatamente la stampa missionaria protestante tra il XIX e il XX secolo.

Si consideri questo estratto (Buletin Pillar, 1, 2003):

Reportage del Viaggio Missionario del Team Sumatra Occidentale (13-24 maggio 2003)

La nostra prima tappa è stata la città di Pekanbaru, dove abbiamo alloggiato presso alcune famiglie di collaboratori locali provenienti da varie regioni dell’Indonesia. Qui siamo rimasti profondamente colpiti dalla determinazione e dalla costanza di questi operatori nel raggiungere i gruppi etnici ancora trascurati (UPG = Unreached People Groups, Gruppi Umani Non Raggiunti). Abbiamo imparato molto da loro, che hanno scelto di consacrare l’intera vita per coloro che si sono smarriti.

Seguire la chiamata di Dio non è mai facile, ma è pieno di gioia. È stato davvero commovente vedere i loro volti continuare a sorridere nonostante le numerose difficoltà da affrontare. Non avremmo mai immaginato che la nostra presenza potesse essere una benedizione per loro: il nostro arrivo è stato un supporto e un incoraggiamento che ha riacceso il loro entusiasmo nel ministero.

Liputan Mission Trip Tim Sumatera Barat (Reportage del Viaggio Missionario del Team Sumatra Occidentale), Buletin Pillar, 1, 2003, p. 12.

Buletin Pillar, 1, 2003, p. 12 (Foto GRII)

Si tratta di elementi, che richiamano immediatamente un genere letterario ben noto agli studiosi della storia del cristianesimo, quello dei berichten, i resoconti pubblicati dalle riviste missionarie protestanti tra XIX e XX secolo, come dimostra questo estratto di Het Zendingsblad van de Gereformeerde Kerken in Nederland (n. 12, dicembre 1922):

SOLO

1912. 1 novembre 1922.

Questo mese di ottobre completerà i primi dieci anni di lavoro missionario nella regione di Surakarta, o Solo.

Nel 1896, il dottor Scheurer aveva già curato i malati e predicato il Vangelo qui, ma il Governo lo costrinse ad andarsene poiché l’attività missionaria a Solo era vietata. Ciò nonostante, qualche frutto visibile continuò a vivere. Da allora è esistita una piccola comunità cristiana di poche famiglie, della quale ci si prendeva cura da Djokja [Yogyakarta]. E l’amore del dottor Scheurer per Solo è stato la fiamma che ha acceso il fuoco dell’amore per Solo in molti cuori in Olanda. Davvero, il suo lavoro a Solo e per Solo non è stato vano nel Signore.

Nel 1910, durante il congedo del pastore Zwaan, il pastore Bakker fondò una scuola cristiana indigena!

Het Zendingsblad van de Gereformeerde Kerken in Nederland (Il Bollettino Missionario delle Chiese Riformate Olandesi), 12, 1922, p.

Het Zendingsblad van de Gereformeerde Kerken in Nederland, n. 12, dicembre 1922, p. 185.

Naturalmente, il contesto è profondamente diverso, in quanto nel 2003 l’Indonesia è uno Stato indipendente e la GRII è una chiesa nazionale fondata e guidata da Stephen Tong, una delle figure più influenti dell’evangelicalismo riformato asiatico; non vi è alcun legame istituzionale con l’amministrazione coloniale o con le grandi società missionarie europee che operarono nelle Indie Orientali Olandesi.

Eppure, sul piano narrativo e missiologico, alcune continuità risultano sorprendenti.

Il reportage del viaggio missionario a Sumatra Occidentale del maggio 2003 rappresenta un esempio significativo. L’attenzione è rivolta ai cosiddetti Unreached People Groups (UPG), i gruppi etnici considerati ancora privi di una presenza cristiana significativa; il team descrive attività di profiling culturale, osservazione delle comunità locali, instaurazione di relazioni personali e dialoghi con gruppi musulmani, nella speranza di poter condividere il Vangelo. Le conversioni vengono accolte come motivo di gratitudine, mentre le difficoltà incontrate sul campo sono presentate come parte integrante della vocazione missionaria.

Si tratta di elementi che richiamano immediatamente la letteratura prodotta dalle società missionarie protestanti tra Ottocento e Novecento. Anche allora i bollettini e le riviste missionarie (come Het Zendingsblad) seguivano una struttura ricorrente; il viaggio verso territori lontani, l’osservazione delle popolazioni, il racconto degli incontri, la descrizione delle sfide culturali e religiose, la testimonianza della provvidenza divina e, infine, il resoconto dei risultati ottenuti.

Lo scopo non era semplicemente informare, ma edificare i lettori, rafforzarne l’identità confessionale e alimentare il sostegno morale e materiale all’opera missionaria.

Het Zendingsblad van de Gereformeerde Kerken in Nederland, n. 12, dicembre 1922, p. 185, Frontespizio.

Le analogie, tuttavia, non devono indurre a conclusioni semplicistiche, in quanto parlare di una continuità con il periodo coloniale non significa suggerire una continuità politica o istituzionale. Al contrario, la differenza principale risiede proprio nei soggetti della missione, che nel XIX e inizio del XX secolo erano prevalentemente missionari europei inviati nelle colonie, mentre nel reportage del 2003 sono cristiani indonesiani a evangelizzare altri indonesiani. La forma narrativa permane, ma gli attori storici sono cambiati.

Questa osservazione suggerisce una riflessione più ampia. Alcune categorie della missiologia protestante sembrano aver attraversato la decolonizzazione senza scomparire, e concetti quali “raggiungere” i gruppi non evangelizzati, elaborare strategie missionarie, conoscere approfonditamente la cultura locale o instaurare relazioni finalizzate all’annuncio del Vangelo continuano a costituire l’orizzonte dell’azione ecclesiale, pur essendo reinterpretati all’interno di una chiesa nazionale e in un contesto profondamente mutato.

Un ulteriore elemento di interesse emerge confrontando quel reportage con le pubblicazioni più recenti del Buletin Pillar. Oggi il magazine appare prevalentemente orientato all’approfondimento della teologia riformata, alla formazione spirituale, alla predicazione e alla vita della comunità ecclesiale; i resoconti dettagliati di attività missionarie sul modello del 2003 risultano molto meno frequenti.

Buletin Pillar, 230, Settembre 2022 (Foto GRII)

Sarebbe però improprio concludere che la vocazione missionaria della GRII sia venuta meno, ma, più prudentemente, si può osservare che è cambiato il modo in cui essa viene rappresentata nello spazio pubblico.

Questa distinzione è importante poiché la teologia della GRII continua a riconoscere la missione come parte integrante della vita della Chiesa Riformata; anche le predicazioni di Stephen Tong mantengono un linguaggio esplicito riguardo al mandato evangelico e alla necessità dell’annuncio del Vangelo. Quello che sembra mutare è soprattutto il registro comunicativo del magazine istituzionale, oggi più sobrio e meno incline a descrivere nel dettaglio strategie di evangelizzazione rivolte a popolazioni appartenenti ad altre religioni, specialmente musulmane.

Un simile cambiamento può essere letto anche alla luce dell’evoluzione del contesto indonesiano. Negli ultimi due decenni il dibattito sul proselitismo religioso è diventato progressivamente più sensibile, sia sul piano sociale che su quello normativo. Attività che nei primi anni Duemila potevano essere raccontate pubblicamente con relativa naturalezza, come l’instaurazione di relazioni finalizzate all’evangelizzazione di gruppi musulmani, oggi rischierebbero di suscitare polemiche o di essere interpretate in modo assai diverso. È quindi plausibile che una parte della trasformazione riguardi non tanto la missione in sé, quanto la scelta di comunicarla con maggiore discrezione.

Da questa prospettiva, il confronto tra il reportage del 2003 e le pubblicazioni contemporanee non documenta necessariamente una trasformazione della teologia della GRII, quanto piuttosto un’evoluzione della sua comunicazione istituzionale. L’orizzonte missionario rimane riconoscibile, ma viene espresso attraverso un linguaggio più indiretto e maggiormente centrato sulla formazione dei credenti.

In definitiva, il valore storico di questi documenti non risiede soltanto nelle informazioni che forniscono sulle attività della chiesa, ma anche nella possibilità di osservare l’evoluzione di una cultura narrativa. I resoconti del Buletin Pillar mostrano come un genere letterario nato nel mondo delle missioni protestanti del XIX secolo possa sopravvivere, adattarsi e trasformarsi in un’Indonesia ormai postcoloniale.

Più che una sopravvivenza del passato coloniale, questi documenti testimoniano la capacità della tradizione missionaria protestante di rielaborare i propri linguaggi e le proprie forme narrative all’interno di un’Indonesia indipendente, e suggerisce che la decolonizzazione politica non abbia necessariamente comportato una cesura rispetto alle culture religiose.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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