Alla fine del XIX secolo, il funzionario coloniale olandese L.W.C. van den Berg realizzò una delle prime indagini sistematiche sull’istruzione islamica nelle Indie Orientali Olandesi. Il suo rapporto rivela un mondo di pesantren (scuole religiose) ben più articolato di quanto molti europei immaginassero, fondato sullo studio della grammatica araba, del diritto islamico e delle grandi opere della tradizione musulmana.
At the end of the nineteenth century, Dutch colonial official L.W.C. van den Berg produced one of the first systematic studies of Islamic education in the Dutch East Indies. His report reveals a far more sophisticated world of pesantren (religious schools) than many Europeans assumed, centred on the study of Arabic grammar, Islamic law and the major works of the Muslim scholarly tradition.
Aan het einde van de negentiende eeuw stelde de Nederlandse koloniale ambtenaar L.W.C. van den Berg een van de eerste systematische onderzoeken naar het islamitisch onderwijs in Nederlands-Indië op. Zijn rapport toont een veel complexere wereld van religieuze scholen (pesantren) dan veel Europeanen vermoedden, gebaseerd op de studie van Arabische grammatica, islamitisch recht en de grote werken van de islamitische geleerdentraditie.
Un Sistema Educativo Radicato nella Tradizione Islamica
Nel corso del XIX secolo i pesantren costituivano il principale sistema di istruzione islamica delle Indie Orientali Olandesi, in particolare nelle regioni di Giava e Madura. Ben prima della diffusione delle scuole moderne introdotte dall’amministrazione coloniale o dai movimenti riformisti musulmani del primo Novecento, essi rappresentavano il luogo privilegiato per la formazione religiosa, la trasmissione del sapere islamico e la preparazione delle future élite religiose locali.
Il pesantren si sviluppava attorno alla figura del kyai, il maestro religioso che godeva di grande prestigio all’interno della comunità. Gli studenti, detti santri, vivevano generalmente presso il complesso scolastico e trascorrevano anni dedicandosi allo studio dei testi religiosi sotto la guida del proprio insegnante. Tale modello educativo, fondato sulla relazione personale tra maestro e discepolo, si inseriva in una tradizione largamente diffusa nel mondo islamico e contribuiva alla formazione di reti intellettuali che collegavano l’arcipelago indonesiano ai principali centri del sapere islamico.
Le informazioni più dettagliate sul curriculum dei pesantren ottocenteschi provengono dagli studi condotti da funzionari e orientalisti olandesi, tra i quali spicca L.W.C. van den Berg, autore nel 1887 di un’importante indagine sull’insegnamento islamico a Giava e Madura. Dalle sue osservazioni emerge un quadro sorprendentemente articolato e lontano dall’immagine semplicistica di scuole esclusivamente dedicate alla recitazione del Corano.

L’insegnamento comprendeva anzitutto la grammatica araba, considerata indispensabile per accedere alle fonti religiose, e testi come l’Ajurrumiyya (principi di grammatica araba) e l’Alfiyya (Il Poema dei Mille Versi) di Ibn Malik occupavano una posizione centrale nella formazione degli studenti. A questi si aggiungevano lo studio del Corano, la corretta recitazione (tajwid), la teologia (aqidah), la giurisprudenza islamica (fiqh) e numerose opere di carattere etico e spirituale.
Particolarmente importante era l’insegnamento del diritto islamico secondo la scuola shafiita, dominante nell’arcipelago. Manuali come il Taqrib (una sorta di compendio di diritto islamico) di Abu Shuja, il Fath al-Qarib (un commentario della giurisprudenza islamica) e la Safinat al-Naja (‘La Nave della Salvezza’, un manuale di giurisprudenza shafii) costituivano testi fondamentali per la formazione dei futuri insegnanti, giudici religiosi e predicatori. Attraverso questi libri i santri apprendevano le norme relative alla preghiera, al digiuno, al matrimonio, all’eredità e ad altri aspetti della vita quotidiana.
Accanto alla dimensione giuridica, un ruolo significativo era svolto dal sufismo. Le opere di Abu Hamid al-Ghazali, in particolare il celebre Ihya Ulum al-Din (La rinascita delle scienze della religione), erano largamente diffuse e contribuivano a modellare una spiritualità incentrata sulla disciplina morale, sull’autocontrollo e sulla ricerca della perfezione interiore.
Il pesantren non era dunque soltanto un centro di apprendimento dottrinale, ma anche (e soprattutto) un ambiente volto alla formazione del carattere e della vita religiosa, caratteristiche che i pesantren conservano nell’Indonesia attuale; si trattava di una rete capillare già verso la fine del XIX secolo.
Van Der Berg (1887, p.1), riferisce che,
Secondo le statistiche ufficiali (si veda, tra l’altro, il Rapporto Coloniale presentato agli Stati Generali nel 1885), il numero di scuole religiose a Giava e Madura è stimato in circa 15.000, con circa 230.000 alunni.
W.C Van Der Berg, Het Mohammedaansche Godsdienstonderwijs op Java en Madoera en de daarbij gebruikte Arabische Boeken, L’insegnamento religioso maomettano (islamico) a Giava e Madura e i libri arabi utilizzati a tale scopo, Batavia, 1887, p. 1.
Si trattava, dunque, di un reale radicamento, che avrà un’influenza fondamentale per gli sviluppi sociali e politici del XIX secolo.
Tra Mecca e Giava: La Circolazione del Sapere Islamico
Uno degli aspetti più rilevanti del sistema educativo dei pesantren era la sua integrazione all’interno di una più ampia rete transnazionale; contrariamente a quanto sembra suggerire da una rappresentazione ancora diffusa nella storiografia (specialmente in quella più datata), le scuole islamiche dell’arcipelago non vivevano in isolamento. Al contrario, esse partecipavano attivamente agli scambi intellettuali che attraversavano il mondo musulmano.
Nel XIX secolo un numero crescente di studenti provenienti dalle Indie Orientali Olandesi si recava alla Mecca per completare la propria formazione; alcuni vi rimanevano per diversi anni, studiando con autorevoli maestri dell’Hijaz (l’entità statale precedente all’Arabia saudita, corrispondeva al territorio in cui sono presenti Mecca e Medina) prima di fare ritorno nelle loro regioni d’origine. Questi percorsi contribuirono alla creazione di una fitta rete di rapporti che collegava Giava, Sumatra, il Sud-est asiatico continentale, lo Yemen e le città sante dell’Arabia.
Attraverso tali collegamenti giungevano nell’arcipelago nuovi libri, nuovi commentari e nuove interpretazioni giuridiche e teologiche. I kyai più autorevoli disponevano spesso di biblioteche considerevoli e mantenevano rapporti epistolari con studiosi residenti alla Mecca; l’insegnamento impartito nei pesantren era quindi parte integrante della tradizione intellettuale islamica globale e non una semplice espressione della cultura locale.

La lingua araba occupava una posizione centrale in questo processo, e pur essendo pochi gli studenti in grado di utilizzarla come lingua parlata, la capacità di leggere e comprendere i testi religiosi rappresentava un elemento fondamentale della formazione. Molti manoscritti erano accompagnati da traduzioni interlineari in giavanese o malese, scritte in caratteri arabi (pegon e jawi), che facilitavano l’apprendimento senza rinunciare al contatto diretto con la lingua delle fonti.
Tale sistema educativo contribuiva alla formazione di un’identità islamica che trascendeva i confini regionali. Anche se rimanevano profondamente radicati nelle società locali, i santri acquisivano la consapevolezza di appartenere a una comunità religiosa più ampia, estesa ben oltre l’arcipelago. Questo elemento avrebbe avuto importanti conseguenze anche sul piano politico e sociale.
Le Tensioni con le Autorità Coloniali Olandesi
I rapporti tra i pesantren e il governo coloniale furono caratterizzati da una costante ambivalenza, in quanto gli insegnamenti impartiti non erano politicamente neutrali. Da un lato, le autorità olandesi riconoscevano l’impossibilità pratica di limitare o sopprimere l’insegnamento islamico; la popolazione musulmana costituiva infatti la grande maggioranza degli abitanti dell’arcipelago e qualsiasi tentativo di repressione generalizzata avrebbe rischiato di provocare gravi tensioni e rivolte.
Dall’altro lato, il mondo dei pesantren suscitava una certa diffidenza negli ambienti coloniali, che non derivava dai contenuti del curriculum, essenzialmente religiosi, ma dal ruolo sociale esercitato dai kyai e dalle reti di relazioni che essi capaci di costruire.
Le grandi insurrezioni del XIX secolo contribuirono ad alimentare queste preoccupazioni. La Guerra di Giava guidata dal principe Diponegoro tra il 1825 e il 1830 vide la partecipazione di numerosi capi religiosi e studenti provenienti dagli ambienti islamici. Ancora più evidente fu il caso della lunga Guerra di Aceh, iniziata nel 1873, durante la quale molti ulama sostennero apertamente la resistenza contro la presenza coloniale degli ‘infedeli olandesi’.
Tali episodi indussero il governo olandese a osservare con crescente attenzione il mondo dell’istruzione islamica. Tuttavia, le indagini condotte dagli stessi studiosi coloniali mostrarono che la maggior parte dei pesantren non era impegnata in attività politiche organizzate. L’insegnamento quotidiano continuava a concentrarsi sul diritto islamico, sulla teologia, sul Corano e sulla giurisprudenza islamica.

Tuttavia, questo non significa che il contenuto degli studi fosse privo di implicazioni politiche. I testi giuridici e teologici affrontavano inevitabilmente temi quali la legittimità del potere, la difesa della comunità musulmana, il rapporto con i non musulmani e il concetto di jihad. Sebbene tali argomenti appartenessero al patrimonio tradizionale dell’islam e non fossero formulati specificamente contro gli olandesi, essi potevano offrire un linguaggio religioso attraverso cui interpretare l’esperienza del dominio coloniale.
Alla fine del secolo, il celebre orientalista Christiaan Snouck Hurgronje elaborò una distinzione destinata a influenzare profondamente la politica coloniale; egli riteneva che l’islam come religione doveva essere tollerato e persino protetto, mentre l’islam come forza politica doveva essere attentamente monitorato. Questa impostazione rifletteva il tentativo delle autorità coloniali di separare la dimensione religiosa da quella politica, una distinzione che nella realtà dei pesantren risultava spesso meno netta di quanto gli amministratori avrebbero desiderato.
Nel complesso, il curriculum dei pesantren del XIX secolo appare dunque principalmente orientato alla formazione religiosa e morale. Tuttavia, proprio la sua capacità di creare comunità, trasmettere identità collettive e collegare l’arcipelago alle grandi reti intellettuali del mondo islamico trasformò queste istituzioni in interlocutori inevitabili del potere coloniale. Più che scuole di opposizione politica, i pesantren furono centri di produzione culturale e religiosa la cui influenza sociale contribuì a plasmare l’evoluzione dell’Islam indonesiano e, indirettamente, la nascita delle future forme di coscienza nazionale.
Le conclusioni di Van Der Berg sono decisamente interessanti;
Non si può dire che le restanti opere arabe conosciute nell’Arcipelago siano utilizzate generalmente nell’insegnamento. Qua o là si può incontrare un insegnante che spieghi, ad esempio, il commentario di al-Baydawi sul Corano o la raccolta di tradizioni di al-Bukhari, e qualcuno potrebbe anche trattare talvolta un libro di logica (mantiq), ma tutto ciò è del tutto fortuito e non rientra nel comune insegnamento religioso. Ho voluto soltanto dare un’idea di quest’ultimo e informare in qualche modo i non esperti che visitano una scuola religiosa e vi vedono pile di libri e manoscritti arabi di che tipo di opere si tratti.
Quanto sopra riportato porterà anche, spero, qualche modifica all’idea diffusa tra molti secondo cui nelle scuole religiose indigene non si impari nient’altro che pregare e recitare il Corano a memoria. Sebbene l’insegnamento locale possa non rispondere alle esigenze di coloro che vedono il proprio ideale realizzato nell’odierno sistema educativo europeo, e sebbene possa trovarsi qua e là nelle mani di persone incompetenti o persino immorali, non è affatto così assolutamente insignificante e deprecabile come viene generalmente descritto di norma.
W.C Van Der Berg, Het Mohammedaansche… cit., p. 38.
L’autore dunque cerca di dare un quadro completo della vita intellettuale dei pesantren verso la fine del XIX secoli, avvertendo i lettori che le idee che circolavano su di essi non corrispondeva alla realtà, fotografata in maniera precisa dal funzionario coloniale.
Letture Consigliate
- Bruinessen, M. van. (1998). Studies of Sufism and the Sufi orders in Indonesia. Die Welt des Islams, 38(2), 192–219.
- Laffan, M. (2011). The new turn to Mecca: Snapshots of Arabic printing and Sufi networks in late nineteenth-century Java. Revue des mondes musulmans et de la Méditerranée, 129, 113–131.
- Azra, A. (2004). The origins of Islamic reformism in Southeast Asia: Networks of Malay-Indonesian and Middle Eastern ‘ulamā’ in the seventeenth and eighteenth centuries. Honolulu: University of Hawaii Press.

