Dalla Mecca a Giacarta: come la traduzione di una fatwa saudita sulla “cristianizzazione” non solo alimenta paure religiose, ma contribuisce a erodere l’islam nusantara e a mettere in discussione il modello di convivenza pluralista su cui si fonda l’Indonesia contemporanea.
From Mecca to Jakarta: how the circulation of Saudi fatwas on “Christianisation” is not merely a response to external threats, but a powerful vector that is reshaping — and straining — Indonesia’s distinctive Islamic tradition and its fragile religious pluralism.
Van Mekka naar Jakarta: hoe de verspreiding van Saudische fatwa’s over “kristenisasi” niet alleen angst zaait, maar ook bijdraagt aan de erosie van de islam nusantara en het pluralistische model van samenleven dat de Indonesische samenleving kenmerkt.
Una Fatwa Saudita per il Pubblico Indonesiano
Tra i numerosi articoli pubblicati dalle reti salafite indonesiane, uno in particolare merita attenzione per il suo valore come fonte storica e sociologica. Si tratta della traduzione in lingua indonesiana di una fatwa della Commissione Permanente per la Ricerca Scientifica e l’Ifta dell’Arabia Saudita, diffusa attraverso il portale Muslim.or.id con il titolo “Waspada terhadap sarana-sarana kristenisasi”, “Attenzione agli strumenti della cristianizzazione”.
A una prima lettura, il testo sembra affrontare un tema ben noto, il rapporto tra islam e cristianesimo e il timore che attività educative, assistenziali e mediatiche possano essere utilizzate come strumenti di conversione religiosa; tuttavia, osservato con maggiore attenzione, il documento rivela un interesse ulteriore. In effetti, esso non riguarda tanto il cristianesimo indonesiano, quanto piuttosto il modo in cui determinate idee religiose circolano all’interno del mondo musulmano contemporaneo.

La fatwa non nasce infatti in Indonesia, non è il prodotto di un dibattito sviluppatosi a Giacarta, a Yogyakarta o a Makassar, ma è stata elaborata da autorevoli studiosi sauditi e successivamente tradotta, selezionata e proposta a un pubblico indonesiano. In altre parole, il documento non testimonia soltanto una preoccupazione nei confronti della cosiddetta kritenisasi (cristianizzazione), ma anche il percorso attraverso cui un’interpretazione religiosa elaborata in Medio Oriente viene trasferita in un contesto culturale molto diverso.
Da questo punto di vista, la domanda che emerge non riguarda esclusivamente il fenomeno della cristianizzazione. Essa investe piuttosto la natura stessa dell’autorità religiosa nell’islam contemporaneo e i processi attraverso cui determinate letture della realtà acquisiscono legittimità ben oltre il luogo in cui sono state originariamente formulate.
La Circolazione Transnazionale delle Idee Religiose
L’Indonesia possiede una delle tradizioni islamiche più ricche e articolate del mondo musulmano. Per secoli l’islam locale si è sviluppato attraverso l’interazione tra insegnamenti provenienti dal Medio Oriente e realtà culturali dell’arcipelago, dando origine a forme religiose profondamente radicate nel contesto indonesiano. Per questa ragione, si parla, in alcuni circoli, di islam nusantara, ovvero di islam nazionale, la celebre formulazione di Nahdlatul Ulama che cattura proprio le particolarità dell’islam indonesiano.
Negli ultimi decenni, tuttavia, l’intensificazione dei collegamenti con il Medio Oriente ha favorito la diffusione di nuove correnti religiose. Migliaia di studenti indonesiani hanno frequentato università saudite, mentre libri, riviste, traduzioni e piattaforme digitali hanno contribuito a rendere accessibili idee provenienti da centri religiosi situati a migliaia di chilometri di distanza.
In questo quadro, la traduzione di una fatwa saudita non rappresenta un episodio isolato, ma costituisce parte integrante di un fenomeno più ampio, caratterizzato dalla formazione di reti transnazionali attraverso cui dottrine, interpretazioni e modelli religiosi circolano rapidamente da un Paese all’altro.
Quello che colpisce nel caso della fatwa sulla cristianizzazione è che essa viene presentata come una guida valida anche per il contesto indonesiano, senza dare ulteriori spiegazioni. Le categorie interpretative elaborate in Arabia Saudita vengono implicitamente considerate applicabili a una società che possiede una storia, una composizione religiosa e una struttura sociale profondamente differenti.

Non si tratta necessariamente di un processo imposto dall’esterno, ma, al contrario, esso avviene spesso attraverso una scelta volontaria di individui e gruppi che riconoscono negli studiosi sauditi una particolare autorevolezza. È proprio questa adesione spontanea che rende il fenomeno particolarmente interessante per l’analisi storica e sociologica.
Il traduttore indonesiano è un ulama che si è formato alla Mecca, e che, dunque, ha assorbito per anni le idee e l’interpretazione islamica offerta in Arabia Saudita; tuttavia, egli si limita a tradurre l’editto religioso, proponendolo come applicabile anche al contesto indonesiano.
Arabizzazione o Universalizzazione dell’Islam?
Quando si osservano questi processi emerge inevitabilmente il tema dell’arabizzazione, un termine, tuttavia, che deve essere utilizzato con prudenza; parlare di arabizzazione potrebbe suggerire un semplice trasferimento di elementi culturali arabi in Indonesia, mentre il fenomeno appare molto più complesso.
Per molti aderenti alle correnti salafite, il riferimento agli studiosi sauditi non viene percepito come un’imitazione della cultura araba, ma come un ‘ritorno’ ad una sorta di ‘islam autentico’, ‘originale’; tale percezione implica necessariamente una qualche corruzione del messaggio ‘vero’, che deve essere dunque ‘depurato’.
In questa prospettiva, quella che viene adottata non sarebbe una cultura particolare, quella araba, ma una forma universale di religiosità depurata dalle influenze locali; da un punto di vista storico, tuttavia, la distinzione tra religione e cultura non è sempre così netta. Ogni interpretazione religiosa nasce all’interno di un contesto specifico e porta inevitabilmente con sé alcune delle sue sensibilità, delle sue priorità e delle sue categorie mentali, che conferiscono un particolare carattere alla tradizione islamica indonesiana.

La fatwa sulla cristianizzazione offre un esempio significativo di questo meccanismo, in quanto essa riflette preoccupazioni maturate all’interno di un determinato ambiente religioso e storico. Quando tali preoccupazioni vengono trasferite in Indonesia, senza una mediazione culturale, finiscono per influenzare anche il modo in cui i musulmani indonesiani interpretano la propria realtà.
Più che di arabizzazione in senso stretto, potrebbe essere dunque opportuno parlare di mediorientalizzazione dell’autorità religiosa, nel caso dei salafiti indonesiani; quella che viene importata non è soltanto una dottrina, ma anche (e soprattutto) un insieme di criteri attraverso cui leggere il mondo, identificare le minacce e definire le priorità religiose.
Dalla Paura della Conversione alla Trasformazione dello Sguardo
Il vero interesse della fatwa non risiede nella sua denuncia di una supposta cristianizzazione, ma deriva dal fatto che essa permette di osservare un processo più profondo, la trasformazione dello sguardo attraverso cui una comunità interpreta la realtà circostante.
Ogni tradizione religiosa sviluppa infatti una propria sensibilità nei confronti di determinati fenomeni. Alcuni aspetti vengono enfatizzati, altri passano in secondo piano, e le preoccupazioni che occupano il centro del dibattito in un determinato Paese non coincidono necessariamente con quelle presenti altrove.
Quando una fatwa saudita viene tradotta e diffusa in Indonesia, non viene trasmesso soltanto un insieme di norme o di raccomandazioni, ma soprattutto una visione del mondo; è quest’ultima a regolare e determinare la percezione del rapporto tra religione, società e alterità religiosa. In questo senso, il documento rappresenta una finestra privilegiata per comprendere come si costruiscono le percezioni collettive all’interno delle reti islamiche globali.

La questione fondamentale, pertanto, non è stabilire se la cristianizzazione costituisca o meno una minaccia reale. Dal punto di vista storico e sociologico, in effetti, risulta più interessante comprendere perché questa rappresentazione della realtà venga considerata significativa e quali percorsi ne abbiano favorito la diffusione.
Paradossalmente, una fatwa che invita a vigilare contro l’influenza religiosa esterna diventa essa stessa una testimonianza dell’intensa circolazione transnazionale delle idee. E proprio qui emerge la domanda più stimolante, che ovviamente non viene riconosciuta dai salafiti; ci si dovrebbe chiedere se l’adozione di una lente interpretativa saudita per interpretare la realtà indonesiana sia una reazione alla cristianizzazione oppure una manifestazione di quel più ampio processo di trasferimento culturale e religioso che molti definiscono, con tutte le necessarie cautele, arabizzazione.
Implicazioni della Fatwa per l’Indonesia
La domanda posta in precedenza non è affatto banale, in quanto la semplice trasmissione di un verdetto religioso straniero, proposto come sorgente autorevole anche per l’Indonesia, ha delle implicazioni precise per il contesto a cui viene trasferito; nel caso in esame, si tratta del rapporto tra la maggioranza islamica e la minoranza cristiana. In un Paese in cui domina una visione (abbastanza) moderata delle relazioni con le minoranze cristiane, alimentata da Nahdlatul Ulama, la proposta di fatawa di questo genere indica la volontà di modificare la percezione comunenemente accettata.
Il documento assume che i cristiani stiano cercando attivamente di convertire i musulmani mediante i servizi sanitari, educativi e i media, e che questa dinamica, la kristenisasi, debba essere contrastata; in effetti, non ci si limita ad una semplice analisi, ma si propongono soluzioni che non sono compatibili (nelle loro implicazioni) con la Pancasila. Il linguaggio stesso della fatwa è derogatorio e basato su una logica complottistica (grassetto mio);
« Essi vogliono spegnere la luce (della religione) di Allah con le loro bocche (parole), ma Allah continua a perfezionare la Sua luce, anche se i miscredenti la odiano » (cit. del corano, ndr)
Questo è il complotto dei cristiani per ingannare i musulmani, qual è dunque l’obbligo dei musulmani nell’affrontarlo? Come affrontare gli attacchi che vengono ciecamente diretti contro l’Islam e i musulmani? Certo, una grande responsabilità ricade sulle spalle dei musulmani, sia individualmente che collettivamente, del popolo e del governo, nell’affrontare il flusso di cristianizzazione che si accanisce su ogni individuo di questa comunità, grande o piccolo, uomo o donna! (omissis).
Muhammad Wasitho, Fatwa degli Ulama: Attenzione ai mezzi di cristianizzazione, Muslim.or.id, 19 Maggio 2014.
Parole come ‘complotto’, ‘ingannare’, ‘attacchi’, ‘flusso di cristianizzazione’, rimandano ad un registro più militare che religioso, e, in effetti, il salafismo percepisce sé stesso (a prescindere da questo tema particolare) come una lotta per ristabilire la ‘verità originale’.
Dopo aver accettato l’analisi del contesto saudita anche per l’Indonesia, vengono riproposte raccomandazioni pratiche, come:
Il blocco di tutti i canali di diffusione di prodotti cristianizzati, come film, volantini, riviste e così via, avviene negandone l’ingresso e imponendo severe sanzioni ai trasgressori.
Fornire informazioni ai musulmani sui pericoli della cristianizzazione e sui suoi mezzi, prendendo le distanze da essa e impedendo loro di caderne intrappolati.
Nessun individuo o famiglia musulmana dovrebbe recarsi in paesi infedeli se non per motivi di estrema urgenza, come cure mediche o per acquisire conoscenze fondamentali che non possono essere apprese nei paesi islamici, essendo pronti ad affrontare i vari dubbi e le calunnie rivolte ai musulmani.
Muhammad Wasitho, Fatwa degli Ulama: Attenzione ai mezzi di cristianizzazione, Muslim.or.id, 19 Maggio 2014.
Il linguaggio usato è proprio dell’ambiente saudita, anche recente, in cui la presenza di elementi ultra-conservatori legittimava espressioni come ‘Paesi infedeli’, un’espressione aliena al contesto indonesiano, che, al contrario, si basa sulla Pancasila e su una certa tolleranza per le altre confessioni religiose.
Per questa ragione, un linguaggio di questo genere non è generalmente accettato in Indonesia, e viene considerato come una violazione di una idea minima di convivenza religiosa; la prima raccomandazione, poi, che vorrebbe imporre sanzioni ai ‘trasgressori’ è inapplicabile in uno Stato secolare, e presuppone che la shariah sia parte (o quantomeno influenzi direttamente) il diritto positivo in materia religiosa.
Probabilmente, lo scopo di chi ha tradotto e proposto questa fatwa era quello di modificare la percezione di queste problematiche, rivolgendosi ad un pubblico che conosceva e accettava questa visione radicale dell’islam, una minoranza che però nel corso degli anni recenti sta diventando più numerosa.
Più che una semplice testimonianza delle paure suscitate dalla cristianizzazione, questa fatwa rappresenta dunque un esempio concreto di come categorie interpretative elaborate in Arabia Saudita possano essere trasferite, tradotte e rese significative all’interno della società indonesiana. Il documento non rivela soltanto quello che alcuni salafiti pensano dei cristiani, ma anche come una parte dell’islam indonesiano contemporaneo continui a ridefinire sé stessa attraverso riferimenti religiosi provenienti da ambienti esterni, con conseguenze precise sul dibattito nazionale sulla convivenza religiosa e sul pluralismo.
Letture Consigliate
- Wasitho, M. (2014, 19 maggio). Fatwa Ulama: Waspada terhadap sarana-sarana kristenisasi. Fatwa degli Ulama: Attenzione ai Mezzi di Cristianizzazione. Muslim.or.id
- Febriansyah, D., & el-Alami, D. S. (2021). Moderate Islam vis-a-vis Salafism in Indonesia: An ideological competition. Walisongo: Jurnal Penelitian Sosial Keagamaan, 29(1), 55–78.
- Maharani, M. D. (2025). Salafism in Indonesia: Ideology, identity, and politics. ITR: Indonesian Journal of Theology and Religious Studies.

