Una riflessione a partire da Islam Memasuki Zaman Baru (L’Islam è Entrato in una Nuova Era) (Justisia, 13(5), 1998)
Nel 1998, in una fase di profonda instabilità economica e politica che avrebbe condotto in pochi mesi alla caduta del presidente Soeharto, la rivista indonesiana Justisia pubblicò un articolo dal titolo significativamente programmatico: Islam Memasuki Zaman Baru (“L’Islam entra in una nuova era”).
Il testo, apparso nel corso della crisi finale del Nuovo Ordine, costituisce una fonte di particolare interesse per comprendere le trasformazioni che attraversavano il mondo islamico indonesiano alla vigilia della Reformasi; questo nuovo corso storico, in effetti, non ha avuto conseguenze solamente politiche, ma anche sociali in senso più ampio.
L’articolo muove da una constatazione centrale, e ritiene che gli anni Novanta avrebbero segnato l’emersione di una nuova configurazione dell’islam indonesiano, caratterizzata non tanto da un incremento puramente quantitativo della religiosità, quanto dalla comparsa di una classe media musulmana istruita, urbana e culturalmente influente. Secondo l’autore, l’Islam non appariva più confinato alle tradizionali strutture sociali rurali o alle organizzazioni religiose storiche, ma iniziava a occupare stabilmente gli spazi dell’università, della burocrazia, del giornalismo, dell’imprenditoria e della produzione intellettuale.

In altre parole, si osservava una progressiva islamizzazione dello spazio pubblico, un fenomeno che il regime di Soeharto aveva cercato di contenere, ma che stava riemergendo in un momento di profonda crisi del Nuovo Ordine, una crisi che fu irreversibile, e che portò effettivamente alla Reformasi.
Questa interpretazione riflette una delle dinamiche più rilevanti dell’Indonesia tardo-soehartiana, in quanto, per gran parte della propria esistenza, il regime del Nuovo Ordine aveva mantenuto un atteggiamento ambivalente nei confronti dell’Islam politico. Anche se la religione veniva riconosciuta come componente fondamentale dell’identità nazionale, ogni forma di mobilitazione politica autonoma fondata sull’islam era percepita come un potenziale fattore di destabilizzazione.
L’imposizione della Pancasila quale principio ideologico unico (asas tunggal) per partiti e organizzazioni sociali durante gli anni Ottanta rappresentò l’espressione più evidente di questa strategia di controllo, che aveva come obiettivo la conformazione culturale della società, e non una semplice centralizzazione burocratica.
Tuttavia, proprio mentre il regime sembrava aver neutralizzato l’Islam politico tradizionale, si sviluppava progressivamente una nuova élite musulmana istruita, richiamata dall’articolo del 1998, di cui si può leggere un breve estratto;
Questo cambiamento (dell’islam indonesiano, ndr) non può essere separato dall’influenza di vari intellettuali musulmani, che dall’altro lato svolgono anche il ruolo di figure e leader della comunità. Figure come Abdurrahman Wahid e Amien Rais, ad esempio, non sono solo conosciuti come leader delle più grandi organizzazioni islamiche del paese ma sono anche come intellettuali che hanno visioni critiche sulla condizione sociale, culturale, politica e morale della loro nazione.
Così, anche con le figure di Nurcholish Madjid e Jalaluddin Rahmat, che non si sono presentati come leader delle organizzazioni islamiche, ma sono riusciti a emergere come figure della comunità capaci di articolare bene ciò di cui la comunità e la nazione hanno bisogno.
Dani Muhtada, Islam Memasuki Zaman Baru, L’Islam è entrato in una nuova era, Justisia, 13(5), 1998, p. 62.
L’articolo richiama, appunto, figure come Nurcholish Madjid, Abdurrahman Wahid, Amien Rais e Ahmad Wahib, intellettuali che contribuirono in maniera decisiva alla ridefinizione del rapporto tra islam, modernità e Stato nell’Indonesia contemporanea. Pur provenendo da percorsi differenti, tali personalità condividevano l’idea che l’islam dovesse confrontarsi criticamente con le sfide della modernizzazione, del pluralismo e della trasformazione sociale, e non semplicemente limitarsi ai dibattiti teologici.
Uno degli aspetti più significativi del testo consiste nella distinzione operata tra il nuovo islam urbano emergente e le precedenti forme di attivismo islamico. L’autore (Dani Muhtada) osserva infatti come la forza dell’islam degli anni Novanta non risiedesse più esclusivamente nei partiti politici o nelle strutture organizzative tradizionali, ma nella capacità di produrre egemonia culturale attraverso i media, le istituzioni educative, le reti professionali e i circuiti intellettuali. In altri termini, l’islam veniva interpretato sempre più come fenomeno culturale e sociale diffuso, piuttosto che come semplice progetto politico confessionale.

In tale contesto, la fondazione dell’ICMI (Ikatan Cendekiawan Muslim Indonesia) nel 1990 costituì un passaggio cruciale. L’associazione degli intellettuali musulmani, sostenuta indirettamente dallo stesso Soeharto, favorì infatti l’integrazione di settori dell’élite islamica nei meccanismi amministrativi e tecnocratici dello Stato. Molti osservatori interpretarono questa apertura come il tentativo del regime di ridefinire la propria base di legittimazione politica in una fase di progressivo indebolimento dell’asse tradizionale tra presidenza e apparato militare.
L’articolo di Justisia, tuttavia, non assume un tono celebrativo, e, accanto alla constatazione dell’ascesa sociale e culturale dell’islam, emergono anche elementi di preoccupazione riguardo ai rischi di superficializzazione della religione all’interno della sfera pubblica. L’autore sottolinea infatti la possibilità che l’identità islamica venga progressivamente trasformata in simbolo estetico, strumento di mobilitazione politica o elemento di consumo culturale. Si tratta di un’osservazione particolarmente significativa se riletta alla luce delle dinamiche che avrebbero caratterizzato l’Indonesia post-1998, segnata dalla crescente mediatizzazione della religione e dalla commercializzazione dei simboli islamici.
Da un punto di vista storico, il valore del testo risiede anche nella sua collocazione cronologica. Pubblicato nel momento conclusivo del regime di Soeharto, esso testimonia il passaggio da una fase caratterizzata dal controllo statale dell’islam politico a un’epoca di pluralizzazione degli attori religiosi e di democratizzazione dello spazio pubblico. La “nuova era” evocata dall’articolo non coincideva pertanto soltanto con una trasformazione religiosa, ma con una più ampia ridefinizione del rapporto tra società civile, religione e potere nell’Indonesia contemporanea.
A distanza di oltre venticinque anni, la riflessione proposta da Justisia conserva una notevole attualità. Molti dei processi allora individuati (l’ascesa della classe media musulmana, la centralità culturale dell’islam urbano, la crescente influenza degli intellettuali islamici e l’ambivalenza tra spiritualità e politicizzazione) continuano infatti a rappresentare elementi fondamentali per comprendere l’evoluzione della società indonesiana contemporanea.
Più che descrivere semplicemente un cambiamento religioso, il testo del 1998 sembra dunque registrare l’ingresso definitivo dell’islam indonesiano nella modernità politica e culturale globale, con tutte le tensioni e le contraddizioni che tale trasformazione inevitabilmente comporta. Da questo punto di vista, l’articolo in esame precede e informa il dibattito attuale sul rapporto tra la religione maggioritaria, lo Stato e la società; gli elementi fondamentali erano già presenti prima della reformasi, che ha accelerato i processi in corso.

