In un Iran saldamente musulmano sciita, le scuole cristiane (armene, assire e missionarie) sotto i Pahlavi (1925-1979) furono isole di modernità tollerata: chiuse da Reza Shah per persianizzazione forzata (1936-1938), riaperte e moltiplicate da Mohammad Reza Shah in un compromesso controllato che formò élite miste senza mai sfidare l’egemonia islamica sancita dalla Costituzione del 1906-1907.
In a solidly Shia Muslim Iran, Christian schools (Armenian, Assyrian, and missionary) under the Pahlavis (1925-1979) were tolerated islands of modernity: closed by Reza Shah for forced Persianization (1936-1938), reopened and expanded by Mohammad Reza Shah in a controlled compromise that trained mixed elites without ever challenging the Islamic hegemony enshrined in the 1906-1907 Constitution.
In een stevig sjiitisch-islamitisch Iran waren christelijke scholen (Armeens, Assyrisch en missionair) onder de Pahlavi’s (1925-1979) getolereerde eilanden van moderniteit: gesloten door Reza Shah voor gedwongen persificatie (1936-1938), heropend en vermenigvuldigd door Mohammad Reza Shah in een gecontroleerd compromis dat gemengde elites opleidde zonder de islamitische hegemonie, vastgelegd in de Grondwet van 1906-1907, ooit uit te dagen.
L’Identità Islamica Persistente dell’Iran Monarchico
Nel cuore di un Paese la cui identità collettiva, dalla conquista araba del VII secolo in poi, non ha mai cessato di essere profondamente musulmana, sciita dopo la svolta safavide del XVI secolo, le comunità cristiane autoctone (armene e assire-caldee) e le missioni occidentali hanno rappresentato per secoli una presenza minoritaria, tollerata ma sempre subordinata al quadro giuridico e culturale dell’Islam.

Si tratta di una realtà che spesso viene ignorata, e si tende a pensare che il periodo monarchico della Persia/Iran sia stato una sorta di interruzione dell’egemonia culturale e istituzionale dell’islam; invece, la Costituzione del 1906, e soprattutto il Supplemento dell’anno successivo, rendono chiara la natura dello Stato.
Si consideri, a tale proposito, questo breve estratto (enfasi mia nella traduzione);
Art. 1. The official religion of Persia is Islam, according to the orthodox Ja’fari doctrine of the Ithna ‘Ashariyya (Twelve Imams), which faith the Shah of Persia must profess and promote.
Art. 2. At no time must any legal enactment of the Sacred National Consultative Assembly, established by the favour and assistance of His Holiness the Imama of the Age (may God Hasten his glad Advent!), the favour of His Majesty the Shahinshah, of Islam (may God multiply the like them!), and the whole people of the Persian Nation, be at variance with the sacred rules of Islam or the laws established by His Holiness the Best of Mankind (on whom and on whose household be the Blessings of God and His Peace).
Art. 1. La religione ufficiale della Persia è l’Islam, secondo la dottrina ortodossa Ja’fari degli Ithna ‘Ashariyya (Dodici Imam), che il Shah di Persia deve professare e promuovere.
Art. 2. In nessun momento alcun atto legislativo dell’Assemblea Nazionale Consultiva Sacra, istituita con il favore e l’assistenza di Sua Santità l’Imam dell’Epoca (che Dio affretti il suo lieto avvento!), il favore di Sua Maestà lo Scià degli Scià, dell’Islam (che Dio moltiplichi simili!), e di tutto il popolo della Nazione Persiana, deve essere in contrasto con le sacre regole dell’Islam o le leggi stabilite da Sua Santità il Migliore dell’Umanità (su cui e sulla cui famiglia siano le Benedizioni di Dio e la Sua Pace).
THE SUPPLEMENTALARY FUNDAMENTAL LAWS OF OCTOBER 7, 1907, Foundation for Iranian Studies.
L’aggiunta costituzionale prevedeva poi che fosse un organo di sapienti islamici a poter determinare, e nel caso rigettare, le leggi e le disposizioni in contrasto con la legge islamica; pertanto, non è possibile avere dubbi sulla natura islamica dello Stato iraniano durante la fase ‘monarchica costituzionale’. La Costituzione, sebbene rappresentava un progetto ambizioso di riforma e di parziale limitazione del sovrano, in realtà conferiva un potere ancora maggiore ed esplicito al clero sciita.
Semmai, si trattava della concessione di maggiori diritti, notevoli per l’epoca e la latitudine, ma non certamente di una sconfessione o di una rottura con il passato islamico; questo è un aspetto che spesso viene sottovalutato, ma che le fonti coeve restituiscono nella sua realtà storica.
E’ proprio in questo quadro legale islamico di maggiore libertà ‘controllata’ che hanno potuto operare le minoranze, sia etniche che religiose, e non in opposizione ad esso; esse erano di fatto protette dallo statuto di dhimmī (‘gente del Libro’), e hanno trovato nelle istituzioni scolastiche un duplice strumento.
Esse hanno potuto preservare la propria lingua, fede e identità etnica, e al tempo stesso inserirsi nel processo di modernizzazione nazionale promosso dalla dinastia Pahlavi (1925-1979); le scuole cristiane non furono mai un corpo estraneo capace di intaccare l’egemonia islamica. Al contrario, esse furono piuttosto un laboratorio selettivo di occidentalizzazione, frequentato in misura crescente anche da élite musulmane, ma sempre entro i confini di una Persia che rimaneva, nella sua essenza demografica e sociale, politica e spirituale, irrimediabilmente musulmana.
La Stretta Centralizzatrice di Reza Shah (1925-1941)
L’ascesa al trono di Reza Shah Pahlavi segnò una svolta brutale verso la persianizzazione forzata e la laicizzazione dello Stato; la stragrande maggioranza della popolazione restava ancorata a un islam sciita duodecimano che permeava ogni aspetto della vita quotidiana, dalle moschee ai tribunali, dal calendario alle norme familiari.
Pertanto, il nuovo sovrano vide nelle scuole delle minoranze e delle missioni straniere un pericolo per l’unità nazionale; nel 1932 l’istruzione elementare venne sottratta agli stranieri, nel 1934 i missionari americani vennero espulsi dall’Azerbaigian e nel 1936-1938 tutte le scuole armene (oltre ad un centinaio di istituzioni scolastiche sparse tra Teheran, Isfahan Tabriz, Urmia e le città meridionali) furono chiuse dalle autorità.
Il motivo addotto era l’obbligo del persiano come unica lingua d’insegnamento e la lotta alle ‘influenze esterne’, ma la motivazione reale era il modello kemalista turco, applicato in una società che, nonostante le concessioni costituzionali del 1906, non intendeva concedere alle minoranze cristiane spazi di autonomia che potessero apparire come enclave confessionali in un Paese musulmano.

Le istituzioni missionarie presbiteriane americane, anglicane britanniche e cattoliche francesi (Lazzaristi e Suore della Carità) subirono la stessa sorte; il celebre Alborz College di Teheran, fondato nel 1873 come American College e cresciuto fino a diventare un istituto di arti liberali accreditato nel 1928, venne nazionalizzato nel 1940. I suoi edifici, i laboratori scientifici e la biblioteca diventarono proprietà dello Stato iraniano e lo stesso processo si ripete per le scuole femminili Bethel e le istituzioni cattoliche come il Collège Saint-Louis e l’École Jeanne d’Arc.
Per le comunità armene e assire, che avevano visto in quelle scuole il baluardo della propria sopravvivenza culturale dopo i massacri ottomani e la prima guerra mondiale, fu un trauma profondo che non si è mai risolto completamente. Eppure, anche in questa fase repressiva, teoricamente laica, il carattere musulmano dell’Iran non venne mai messo in discussione; le misure di Reza Shah non nascevano da un’ostilità antireligiosa tout court. Al contrario, lo Shah ha cercato di forgiare un’identità nazionale persiana profondamente radicata nella storia pre-islamica e, al contempo, compatibile con il dominio sciita.
Si tratta di un’apparente ambivalenza, che conferma il carattere sciita, che non si limita(va) agli aspetti religiosi, ma era più profondo e si estendeva alla cultura ed alla società; in tale ambito, le scuole cristiane furono sacrificate alla causa perseguita dal sovrano. In effetti, in un Paese musulmano, esse rappresentavano un’anomalia tollerata ma non più sostenibile in forma autonoma.
L’Età ‘Aurea’ e l’Integrazione Controllata sotto Mohammad Reza Shah (1941-1979)
L’abdicazione forzata di Reza Shah nel 1941 e l’ascesa del figlio Mohammad Reza aprirono una stagione di relativa tolleranza, che si estese anche all’ambito educativo, in un Iran ancora prevalentemente e profondamente musulmano. La maggiore libertà degli anni Sessanta, con la celebre ‘Rivoluzione Bianca’, avrebbe modernizzato l’economia senza intaccare il monopolio spirituale dello sciismo.

E’ in questo ambito di maggiore tolleranza e modernizzazione del Paese che le scuole cristiane vennero riaperte e moltiplicate; entro gli anni Settanta le comunità armene gestivano circa 500 scuole e biblioteche (secondo alcune fonti, ma il numero potrebbe essere inferiore) in tutto il Paese, affiancate da oltre 300 chiese, mentre le istituzioni assire e caldee ripresero slancio nelle regioni nord-occidentali.
Le missioni cattoliche francesi mantennero sette scuole a Teheran più due asili e sette scuole elementari in altre città; le chiese presbiteriane americane, pur avendo perso l’Alborz (rimasto statale ma aperto a studenti di ogni confessione), continuarono a operare sotto supervisione iraniana.
Queste istituzioni divennero il simbolo di un compromesso storico, in cui le minoranze cristiane accettarono la sovranità assoluta dello Shah e la supremazia culturale persiana in cambio di spazi per insegnare la propria lingua e religione, seppure in orari limitati e con programmi approvati dal Ministero dell’Educazione.
L’Alborz, ormai scuola di Stato, continuò a formare l’élite del Paese, composta da musulmani sunniti e sciiti, armeni, assiri, ebrei e zoroastriani, che avrebbe occupato posti chiave nell’amministrazione, nell’industria petrolifera e nella diplomazia. Le scuole femminili cristiane, allo stesso tempo, giocarono un ruolo pionieristico nell’emancipazione delle donne iraniane, anticipando di decenni le riforme del velo e del divorzio volute dallo Shah.
Tali cambiamenti, tuttavia, seppure notevoli, non riuscirono (né avevano l’intento) di scalfire o modificare il carattere islamico dell’Iran; i cristiani, rappresentati in Parlamento con deputati riservati, restavano una esigua minoranza, politicamente irrilevanti, pari ad una percentuale inferiore all’1,5% della popolazione totale.
Le scuole, a differenza di quanto accadde altrove, non servirono (indirettamente) a convertire i musulmani, ma come un ponte naturale per l’occidentalizzazione delle élite sciite fedeli al regime. Mohammad Reza Shah le utilizzò come vetrina di modernità e tolleranza verso l’Occidente, senza però mai mettere in discussione il pilastro sciita della monarchia.
Le chiese restavano aperte, i club armeni di Teheran e Isfahan ospitavano l’alta società, ma il vino era vietato ai musulmani e le conversioni dall’Islam punite e circondate da un tabù sociale rimasto immutato. Si trattava di una tolleranza calcolata, funzionale al progetto di un Iran che si poneva come ‘grande civiltà’ che guardava all’Europa senza rinnegare la propria anima millenaria musulmana.
Eredità e Ambivalenza
Quando la rivoluzione islamica del 1979 pose fine al periodo monarchico, le scuole cristiane vennero drasticamente ridimensionate, e molte di esse vennero nazionalizzate o chiuse, mentre le comunità si ridussero per emigrazione.
Ciò nonostante, proprio il periodo dei Pahlavi aveva dimostrato che in Iran, nonostante il radicamento secolare dell’islam sciita in 14 secoli, le minoranze cristiane potevano prosperare solo nella misura in cui accettavano di rimanere isole culturali entro una maggioranza musulmana non negoziabile.
Per questa ragione, le scuole non diventarono mai uno strumento di evangelizzazione o proselitismo; esse potevano esistere (e in una certa misura prosperare) in quanto si basavano su un patto implicito che riconosceva e che (soprattutto) non metteva in discussione la supremazia islamica.
Per queste ragioni, le scuole cristiane (sia protestanti che cattoliche) furono lo specchio di una modernizzazione che, con la dinastia Pahlavi, seppe essere al tempo stesso audace e rispettosa dei confini religiosi profondi della nazione. In questo senso, esse rappresentano ancora oggi una delle pagine più raffinate e complesse della storia iraniana contemporanea, nonché la prova che la Persia/Iran poteva aprirsi al mondo senza mai rinnegare la propria storia e cultura, ancorate all’islam.
Letture Consigliate
- Berberian, H. (2025). ‘We became plucked’: Reza Shah’s education policy and the Armenian community of Iran. In H. E. Chehabi (Ed.), Political, social and cultural history of modern Iran: Essays in honour of Ervand Abrahamian (pp. 308–333). Edinburgh University Press.
- Ahmed, D., & Abbasi, M. Z. (2023). Islamic constitutionalism. In Democracy under God: Constitutions, Islam and human rights in the Muslim world (pp. 13–25). Cambridge University Press.
- Moaddel, M. (1986). The Shi’i ulama and the state in Iran. Theory and Society, 15(4), 519–556.

