Il 13 febbraio 2017, in pieno giorno a Petaling Jaya, Selangor, il pastore cristiano Raymond Koh veniva sequestrato da un gruppo di uomini mascherati in un’operazione rapida e coordinata; le telecamere di sorveglianza riprendevano la scena. Tre SUV neri bloccavano l’auto del pastore, quindici individui intervenivano con precisione militare e lo portavano via. Da quel momento, di Koh non si è più avuta traccia; egli aveva 59 anni e dirigeva un’organizzazione umanitaria che aiutava comunità povere e marginalizzate.

La moglie, Susanna Liew, ha condotto per quasi nove anni una battaglia giudiziaria tenace, e nel novembre del 2025, l’Alta Corte di Kuala Lumpur ha emesso una sentenza storica; il giudice Su Tiang Joo ha stabilito che “uno o più funzionari di polizia” sono responsabili del rapimento, agendo in modo “oppressivo e arbitrario” e sotto ordini superiori. La Corte ha dichiarato lo Stato malesiano responsabile per “vicarious liability”, riconoscendo l’abduction come scomparsa forzata.
La sentenza ha ordinato al governo e alla Royal Malaysia Police di riaprire le indagini, con aggiornamenti bimestrali all’Attorney General; dal punto di vista risarcitorio, è stato previsto il pagamento di 10.000 ringgit (circa 2.400 dollari) al giorno dalla data del sequestro fino al ritrovamento di Koh. Si tratta di una somma che a fine 2025 superava i 31 milioni di ringgit, pari a oltre 6.6 milioni di dollari per danni morali e aggravati a Susanna Liew e per i costi processuali. Il totale del risarcimento ammonta ad un totale superiore di 37 milioni di ringgit (circa 8 milioni di dollari), e si tratterebbe del risarcimento più elevato della storia giudiziaria malesiana.
Il caso Koh. del resto, non è isolato, in quanto nello stesso periodo è scomparso anche l’attivista musulmano Amri Che Mat; costui era da tempo sotto la sorveglianza delle autorità sunnite per aver ‘diffuso dottrine sciite’ e la Corte ha riconosciuto responsabilità statali anche in questo procedimento.
I casi non sono purtroppo isolati, come testimonia la CNN,
In addition to Koh, Muslims-turned-Christian preachers Joshua Hilmi and his wife Ruth Hilmi disappeared mysteriously six days after Amri in 2016. The disappearances raised fears of religious vigilantism at the time in the predominantly Muslim nation.
Oltre a Koh, i predicatori musulmani convertiti al cristianesimo Joshua Hilmi e sua moglie Ruth Hilmi scomparvero misteriosamente sei giorni dopo Amri nel 2016. Le sparizioni sollevarono timori di vigilantes religiosi all’epoca nella nazione prevalentemente musulmana.
Associated Press, Malaysian court rules police and government responsible for pastor and activist abduction, Il Tribunale Malese ritiene la polizia ed il governo responsabili per il rapimento del pastore e dell’attivista, November 7, 2025.
Entrambi i casi erano stati esaminati dalla Commissione malesiana per i diritti umani (SUHAKAM), che aveva già evidenziato gravi carenze nelle indagini della polizia; prima del sequestro, Koh aveva ricevuto minacce di morte. Il pastore, inoltre, risultava sotto indagine per presunte attività di proselitismo verso musulmani, un’accusa sensibile in un Paese a maggioranza musulmana dove la conversione dall’islam è fortemente limitata e sanzionata legalmente.
La pronuncia del novembre 2025 rappresenta un precedente significativo, in quanto, per la prima volta, un tribunale malese ha attribuito direttamente allo Stato e alle forze di polizia la responsabilità di una scomparsa forzata di una figura religiosa minoritaria e visibile. Organizzazioni internazionali come USCIRF e gruppi per la libertà religiosa hanno salutato la decisione come un passo verso la trasparenza, pur sottolineando che il destino di Koh resta sconosciuto.
Proprio il rapporto USCIRF 2026 sottolinea che
Despite these significant religious freedom challenges, there were some positive developments in 2025. In November, the Federal Court ruled on the case of Pastor Raymond Koh by holding the police and government liable for his forced disappearance in 2017.
Nonostante queste significative sfide alla libertà religiosa, ci sono stati alcuni sviluppi positivi nel 2025. A novembre, la Corte Federale ha emesso una sentenza sul caso del Pastore Raymond Koh ritenendo la polizia e il governo responsabili della sua scomparsa forzata nel 2017.
USCIRF, USCIRF Annual Report, 2026, p. 72.
Il percorso giudiziario non si è concluso senza contraccolpi. Il governo ha inizialmente annunciato ricorso contro la sentenza e, nel gennaio 2026, un tribunale ha concesso la sospensione temporanea del pagamento dei danni per “rischio finanziario” allo Stato. Tuttavia, nell’aprile 2026 il governo ha ritirato l’appello relativo all’accesso al rapporto classificato della Special Task Force, permettendo alla famiglia di consultare il documento e ordinando il pagamento di 15.000 ringgit di costi. L’appello principale sulla responsabilità e sui risarcimenti rimane in corso.
Dal punto di vista analitico, il caso Koh illumina le tensioni strutturali della Malesia contemporanea, con la Costituzione che garantisce una formale libertà religiosa (art. 11), e con un dualismo tra corti civili e islamiche. A questo si deve aggiungere la crescente influenza dell’apparato islamico (JAKIM) e la sensibilità etnico-religiosa, che creano spazi di ambiguità in cui minoranze cristiane, soprattutto quelle attive in ambito sociale, possono percepire pressioni o rischi. La sentenza riconosce abusi di potere, ma non chiarisce ancora i mandanti ultimi né il movente preciso, lasciando aperto il dibattito tra motivazioni di sicurezza interna e possibili derive confessionali.

Per Susanna Liew e i figli, la battaglia continua tra la speranza di giustizia e una comprensibile frustrazione per l’assenza di risposte concrete; il caso Koh (e quelli simili) resta un test per lo stato di diritto malese. Si tratta della capacità di indagare su sé stesso, di garantire trasparenza alle forze di sicurezza e di bilanciare l’armonia interreligiosa con una reale tutela delle minoranze. Mentre le indagini sono state formalmente riaperte, il silenzio prolungato su Koh continua a pesare come monito sui limiti della tolleranza religiosa in un Paese che si propone come modello multietnico e moderato.
Koh, in effetti, risulta ancora scomparso dopo 9 anni e i risarcimenti dovuti sono ancora bloccati, in attesa del processo di appello; il pastore è considerato un martire dalle comunità protestanti e questo segna la differenza con il concetto di ‘martire’ del mondo islamico. Koh non un martire “combattente”, ma un testimone sofferente.
Questa differenza concettuale sul significato di “martire” rende il caso ancora più emblematico delle tensioni profonde che attraversano la società malese, e si collegano alle recenti polemiche sulle affermazioni dell’ex vice presidente indonesiano Kalla sul martirio nel mondo cristiano, che non corrispondono alla dottrina cristiana (né cattolica né protestante) ma al concetto ampio di questa idea nel mondo islamico.

