corano rasm
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Il Corano, nella forma in cui lo conosciamo oggi – completo di vocali (harakāt), punti diacritici (iʿjām) e segni di lettura – è il risultato di un processo storico complesso che si è esteso per diversi secoli; mentre la tradizione islamica afferma che il testo fu rivelato tra il 610 e il 632 d.C. e standardizzato già sotto il califfo Uthman intorno al 650, gli studi storici e paleografici rivelano un quadro più articolato. Al centro di questo processo devono essere posti due elementi fondamentali: il rasm (lo scheletro consonantico privo di vocali e segni diacritici) e le qira’at (le varie tradizioni di lettura). Le intrinseche ambiguità del rasm resero indispensabile una lettura canonica, che trovò la sua forma definitiva proprio tra il IX e il X secolo, in piena epoca abbaside, in un contesto di consolidamento politico e religioso del califfato.

The Qur’an, in the form in which we know it today – complete with vowels (ḥarakāt), diacritical points (iʿjām) and reading signs – is the result of a complex historical process that unfolded over several centuries. While Islamic tradition maintains that the text was revealed between 610 and 632 CE and was already standardised under Caliph Uthman around 650, historical and palaeographic studies reveal a more nuanced picture. At the centre of this process are two fundamental elements: the rasm (the consonantal skeleton devoid of vowels and diacritical marks) and the qirāʾāt (the various traditions of reading). The inherent ambiguities of the rasm made an authoritative canonical reading indispensable. This reading found its definitive form precisely between the 9th and 10th centuries, during the height of the Abbasid era, in a context of political and religious consolidation of the Caliphate.

De Koran, in de vorm zoals wij hem vandaag kennen – compleet met vocalen (ḥarakāt), diacritische punten (iʿjām) en leestekens – is het resultaat van een complex historisch proces dat zich over meerdere eeuwen heeft voltrokken. Terwijl de islamitische traditie stelt dat de tekst werd geopenbaard tussen 610 en 632 n.Chr. en reeds onder kalief Uthman rond 650 werd gestandaardiseerd, tonen historische en paleografische studies een genuanceerder beeld. Centraal in dit proces staan twee fundamentele elementen: het rasm (het consonantische skelet zonder vocalen en diacritische tekens) en de qirāʾāt (de verschillende leestradities). De inherente ambiguïteiten van het rasm maakten een gezaghebbende canonieke lezing onmisbaar. Deze lezing bereikte haar definitieve vorm precies tussen de 9e en 10e eeuw, in de bloeiperiode van het Abbasidische kalifaat, in een context van politieke en religieuze consolidatie van het kalifaat.


Il Rasm: Un Testo Intrinsecamente Ambiguo

Il termine rasm indica il tracciato di base delle lettere arabe senza vocali brevi, senza punti diacritici che distinguono consonanti omografe (come ب ت ث ن ي o ف ق) e senza segni di raddoppiamento (shadda) o di assenza di vocale (sukun). Nei manoscritti più antichi, scritti in stile hijazi o kufico precoce, questo scheletro consonantico era spesso l’unico elemento presente.

Questa scrittura “defettiva” crea un alto grado di ambiguità, in quanto la stessa sequenza di lettere può essere vocalizzata in modi diversi, producendo parole, tempi verbali, soggetti o significati differenti. Ad esempio, la sequenza كتب (ktb) può essere letta come kataba («egli ha scritto»), kutub («libri»), kitāb («libro») o kutiba («è stato scritto»). In alcuni casi l’ambiguità è ancora più radicale: la sequenza غلب in Q 30:2-3 può essere vocalizzata come ghulibat («sono stati vinti») oppure come ghalabat («hanno vinto»), invertendo completamente il senso del verso (e quindi della sua interpretazione teologica).

Tre lettori competenti in arabo classico, posti di fronte allo stesso rasm, e senza alcuna indicazione di lettura canonica, potrebbero facilmente giungere a tre interpretazioni diverse e, in certi punti, contraddittorie. Possono cambiare il soggetto, la voce attiva/passiva, il tempo verbale o persino l’identità del parlante; anche se il contesto aiuta a ridurre le possibilità assurde, non le elimina del tutto. In decine di versi l’ambiguità rimane significativa, soprattutto su questioni teologiche, giuridiche o narrative che oggi sono considerate centrali per la dottrina islamica.

Questa caratteristica non è un difetto accidentale, ma riflette lo stadio iniziale della scrittura araba, derivata dal nabateo e ancora in via di sviluppo nel VII secolo. Il rasm era uno strumento mnemonico più che un testo autosufficiente, specialmente considerando che lo stesso Quran significa recitazione; la vera “lettura”, quella considerata canonica e ortodossa dipendeva dalla trasmissione orale (qirā’a), affidata ai recitatori qualificati.


La Necessità di una Lettura Canonica

Proprio perché il rasm da solo non bastava a fissare un significato univoco, emerse presto l’esigenza di standardizzare le letture; la tradizione islamica parla di sette ahruf (modi o forme di ‘rivelazione’) ammessi dal Profeta, ma già sotto Uthman si impose un unico rasm consonantico per evitare divisioni tribali. Tuttavia, anche dopo questa standardizzazione, le varianti di vocalizzazione e di interpretazione continuarono a proliferare, contribuendo alla potenziale ambiguità del testo.

Tra l’VIII e il X secolo, mentre l’impero islamico si espandeva e si consolidava sotto la dinastia abbaside (750-1258), la varietà delle qira’at divenne un problema pratico e politico; decine di tradizioni di lettura circolavano nelle diverse province, alcune legate a Medina, altre a Mecca, Kufa, Basra o Damasco. Alcune varianti cambiavano solo la pronuncia o aggiungevano sfumature, ma altre influenzavano il significato in modo più sostanziale, come cambi di soggetto, di intensità verbale o di implicazione giuridica.

Fu in questo contesto che, nel 936 d.C. (324 dell’Egira), lo studioso di Baghdad Abu Bakr Ibn Mujahid (m. 936) compì un’opera decisiva; egli selezionò sette qira’at (metodi di lettura) e le dichiarò canoniche nel suo trattato Kitab al-Sab’ fi al-Qira’at. Le sette letture prescelte erano attribuite a lettori eminenti del II e III secolo islamico (Nafi’ di Medina, Ibn Kathir della Mecca, Abu Amr di Basra, ecc.). La scelta, tuttavia, non fu puramente filologica, in quanto Ibn Mujahid operò sotto l’influenza, e probabilmente su incarico delle autorità abbasidi, che vedevano nella standardizzazione uno strumento di unità religiosa e politica.

Successivamente, Ibn al-Jazari (m. 1429) ampliò il canone a dieci letture, ma le sette di Ibn Mujahid rimasero il nucleo principale. Solo dopo questa canonizzazione le varianti accettate iniziarono a essere considerate, in molti ambienti, come tutte “rivelate” e trasmesse per tawatur (trasmissione massiccia e ininterrotta).


Il Consolidamento nel IX-X secolo: Epoca Abbaside

Il IX e soprattutto il X secolo rappresentano il momento decisivo per la forma attuale del Corano. Fu allora che:

  • Si completò l’aggiunta sistematica dei segni vocalici (harakāt) e dei punti diacritici (iʿjām).
  • Si standardizzò la grafia in stile naskh e si perfezionò il sistema di Abu al-Aswad al-Du’ali (VII secolo), poi raffinato da al-Khalil ibn Ahmad e altri grammatici.
  • Si fissò la divisione in sure e versetti e si sviluppò il tafsir (commento) sistematico.

Questo non fu un processo neutro, in quanto l’epoca abbaside fu caratterizzata dal consolidamento del potere centrale dopo la rivoluzione che aveva rovesciato gli Umayyadi, e Baghdad divenne il centro culturale e politico dell’impero. Standardizzare la recitazione del Corano significava rafforzare l’unità della comunità islamica in un territorio vastissimo, contenere le divergenze regionali e legittimare l’autorità califfale come garante dell’ortodossia.

La canonizzazione delle qira’at avvenne quindi in un contesto di consolidamento politico e ideologico. Limitare le letture a sette (poi dieci) non fu solo un’operazione filologica, ma servì a imporre una certa uniformità, a escludere letture considerate “eccessivamente divergenti” e a creare un testo recitabile uniforme che potesse essere insegnato nelle madrasse e usato nelle moschee di tutto l’impero.

Attualmente, la lettura più diffusa nel mondo islamico è quella di Hafs su Asim (una delle sette canoniche), mentre in Nord Africa prevale spesso Warsh su Nafi’. Tra queste due letture esistono migliaia di differenze, alcune delle quali influenzano il significato o l’enfasi teologica, anche se la tradizione le considera tutte valide.


Un Testo Vivo, non Congelato nel VII Secolo

Le ambiguità del rasm resero necessaria una lettura canonica autorevole, in quanto senza di essa, lo stesso scheletro consonantico avrebbe potuto generare interpretazioni divergenti, rischiando di frammentare la comunità. La soluzione trovata tra IX e X secolo, in piena epoca abbaside, fu la fissazione di un sistema di vocalizzazione e di un canone limitato di qira’at, sostenuto dal potere politico e dall’autorità degli studiosi.

Questo processo non implica necessariamente che il Corano “sia stato inventato” nel IX secolo, come sostengono alcune tesi revisioniste estreme, ma nemmeno che esso circolasse (più o meno nella forma attuale) durante il VII secolo, come afferma la tradizione islamica. Il nucleo consonantico (rasm) appare già relativamente stabile nei manoscritti (parziali) del VII-VIII secolo. Tuttavia, la forma completa che oggi viene recitata e letta, con vocali, punti e segni di lettura, deriva da un lungo lavoro di raffinamento e standardizzazione che raggiunse la sua maturità proprio nel X secolo.

E’ proprio questo processo di redazione graduale, giunto a piena maturità nel IX e X secolo, con la selezione delle modalità di lettura considerate canoniche (per i musulmani), ad essere negato dalla tradizione islamica, oltre che da alcuni studiosi che si adottano una lettura non adeguatamente critica delle fonti islamiche.

Pertanto, è possibile trovare contributi storici che propongono una data di maturità redazionale del Corano (che implica anche la sua recitazione canonica) verso il VII-VIII secolo; tuttavia, si tratta di una scelta che non si accorda con quanto emerso negli ultimi anni sulla redazione del testo coranico. Ritenere che la presenza di rasm parziali e coevi a Muhammad (sempre che la datazione sia corretta) sia sufficiente a dimostrare la presenza di un canone pienamente formato costituisce un errore di valutazione fondamentale.

Il Corano emerge dunque come un testo vivo, che si evolve nel corso di almeno tre secoli, prima di arrivare alla formulazione attuale, considerando che il testo viene letto proprio con i segni diacritici fissati nel IX-X secolo. Il rasm, da questo punto di vista, può essere considerato una sorta di proto-Corano, ma non un testo completo e definitivo, come invece avviene dal IX-X secolo, in epoca abbaside.

La scelta dei segni interpretativi, fondamentali per leggere il testo ‘correttamente’ (secondo le intenzioni dei compilatori/mandanti), è stata dettata da una commistione di ragioni politiche e religiose, e questo dato non deve essere sottovalutato o derubricato come secondario. Al contrario, il dibattito sull’islam ‘politico’ dovrebbe essere rivisto proprio in funzione di questa caratteristicha fondamentale del testo sacro per eccellenza dell’islam.


Letture Consigliate

  • Sinai, N. (2017). The Qur’an: A historical-critical introduction. Edinburgh University Press.
  • George, A. (2010). The rise of Islamic calligraphy. Saqi Books.
  • Nasser, S. H. (2021). The second canonization of the Qurʾān (324/936): Ibn Mujāhid and the seven readings. Brill.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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