- Introduzione – Una Difficile Autonomia
- Eredità coloniale e formazione delle minoranze nel Pakistan pre-statuale
- La progressiva Islamizzazione dello Stato
- Le Dinamiche Settarie e Geopolitiche Durante la Guerra fredda
- La Crisi Post-11 Settembre e la Ridefinizione della Postura Internazionale
- L’Erosione della Reputazione Internazionale
- Conclusioni – Identità Nazionale e Modernità
- Letture Consigliate
Il Pakistan, sorto dalla partizione dell’ex India Britannica nel 1947, ha assunto posizioni che lo hanno portato ad un sostanziale isolamento diplomatico; le sue politiche sono state orientate più dalla rivalità con l’India che dallo sviluppo di uno Stato autonomo.
Pakistan, which emerged from the partition of British India in 1947, has taken positions that have led to its substantial diplomatic isolation; Its policies have been driven more by rivalry with India than by the development of an autonomous state.
Introduzione – Una Difficile Autonomia
La parabola storica del Pakistan, dalla sua genesi nel quadro tardo-coloniale dell’India britannica al progressivo isolamento diplomatico del XXI secolo, rappresenta una traiettoria complessa che intreccia ideologia nazionale, dinamiche regionali e trasformazioni interne di tipo politico, sociale e religioso. Tra gli elementi più problematici della sua identità statuale deve essere ricercato l’atteggiamento verso le minoranze religiose, con particolare attenzione per la comunità cristiana, erede di una lunga presenza nei territori del Punjab e del Sindh, a partire dai primi decenni del XIX secolo.

Le politiche restrittive adottate nei confronti di questi gruppi, che si sono intensificate a partire dagli anni Ottanta, a causa dell’islamizzazione promossa da Zia ul Haq, hanno inciso non soltanto sulla qualità della vita delle minoranze, ma anche sulla proiezione internazionale del Pakistan. Tali scelte di politica interna hanno infatti influenzato la capacità del Paese di costruire relazioni diplomatiche stabili e di attrarre cooperazione strutturale da parte dei principali attori globali.
Eredità coloniale e formazione delle minoranze nel Pakistan pre-statuale
Durante l’epoca coloniale britannica (fino al 1947), le regioni che attualmente costituiscono il Pakistan ospitavano una presenza cristiana relativamente consolidata, formata sia da convertiti locali che da segmenti connessi alla missione anglicana e presbiteriana. Il dominio britannico, pur caratterizzato da una gerarchia razziale, garantiva alle minoranze religiose uno spazio di espressione sociale e istituzionale maggiore rispetto a quello che si sarebbe manifestato nel Pakistan post-coloniale.
Il sistema dei censimenti, la legislazione sulle libertà civili e la gestione multi-confessionale delle città del Punjab favorirono l’emergere di una piccola ma significativa borghesia cristiana impiegata nell’amministrazione coloniale e nei settori educativi.
L’atto di nascita del Pakistan (1947), sancito dalla teoria delle ‘due nazioni’, che sanciva la necessità di avere una nazione indu, l’India, e una islamica, il Pakistan, possedeva dall’inizio un’ambiguità costitutiva. Da un lato, il progetto dichiarato di uno Stato per i musulmani del subcontinente, che avrebbero potuto vivere in sicurezza, a differenza di quanto avveniva in India; dall’altro, i ripetuti richiami alla necessità di tutelare le minoranze come parte integrante della nuova nazione.

Muhammad Ali Jinnah, nel celebre discorso dell’11 agosto 1947, annunciò l’intenzione di costruire un sistema politico nel quale la professione religiosa non avrebbe determinato la cittadinanza né i diritti civili.
Lo stesso Jinnah viene descritto in questi termini, prima della creazione del Pakistan,
Jinnah, on his part, in active politics since 1906, first as a ‘compulsive nationalist’ and indeed the ‘Ambassador of Unity’, and later, as the fiercest champion of Muslim interests, as exemplified by his ‘Fourteen Points’, could steward the ship that was lost. He was persuaded by Iqbal, among other Muslim leaders, to return to India, in 1934.
This was the period that, fortunately, Iqbal stepped in to help Jinnah to deal with the difficulties and shape a safe and secure future for the Muslims.
Jinnah, da parte sua, attivo in politica dal 1906, prima come ‘nazionalista compulsivo’ e anzi ‘Ambasciatore dell’Unità’, e poi come il più fiero difensore degli interessi musulmani, come esemplificato dai suoi ‘Quattordici Punti’, avrebbe potuto guidare la nave che si era persa. Fu convinto da Iqbal, tra gli altri leader musulmani, a tornare in India nel 1934.
Questo fu il periodo in cui, fortunatamente, Iqbal intervenne per aiutare Jinnah ad affrontare le difficoltà e a plasmare un futuro sicuro per i musulmani.
Sikandar Hayat, Letters of Destiny: Iqbal, Jinnah, and the Way to Pakistan, Hilal, II, 62, 2025, p. 15.
Pertanto, è chiaro che la lotta e le aspirazioni dei principali leaders nazionalisti erano concentrati sugli interessi dei musulmani, mentre le preocupazioni per le minoranze non sono presenti, se non in un secondo momento, e in maniera retorica.
Del resto, le Costituzioni del Pakistan, dal 1962 in poi, rendono evidente che si tratta di uno Stato islamico, o comunque retto dalla sharia e dai precetti islamici, coerentemente con le intenzioni dei suoi fondatori.
La progressiva Islamizzazione dello Stato
Nei primi decenni post-indipendenza, la questione delle minoranze rimase una componente inespressa del dibattito politico; le Costituzioni del 1956 e del 1962 definirono l’Islam come religione di Stato, e affermarono che le leggi non potevano contrastare con la sharia. Il mutamento decisivo, tuttavia, avvenne con il colpo di Stato del generale Muhammad Zia ul Haq nel 1977; nel tentativo di legittimare il proprio potere attraverso un’ideologia religiosa, Zia inaugurò un ambizioso programma di islamizzazione che riformulò il diritto penale, il sistema educativo e l’intero dispositivo normativo relativo alle minoranze.

Le modifiche alle leggi sulla blasfemia, rimaste immutate fino ai nostri giorni, e in particolare le sezioni 295-B e 295-C del codice penale, produssero un cambiamento irreversibile nella condizione delle minoranze cristiane. La loro natura vaga e indeterminata, resero queste norme uno strumento per abusare, e non per garantire, i diritti delle minoranze; non sorprende che tale impianto normativo sia diventato un mezzo di persecuzione diretta o indiretta, alimentando un clima di sospetto e di vulnerabilità.
Dal punto di vista sociale, la stigmatizzazione crescente dei cristiani come ‘altri’ rispetto alla narrazione nazionale di un Pakistan islamico ed esclusivo, condusse ad una progressiva segregazione nei settori meno qualificati del mercato del lavoro, con ricadute profonde sulla mobilità sociale e sulla partecipazione alla vita politica del Paese.
Invece, il Pakistan, attraverso le sue istituzioni critica spesso la gestione delle minoranze in India, a causa della politica nazionalistica di Modi, che privilegia la componente indu a discapito di quella islamica. Più realisticamente, India e Pakistan possono essere considerate speculari, ma la minoranza cristiana si trova in una posizione peggiore in Pakistan rispetto all’India, in cui la presenza dei cristiani è decisamente più radicata.
Le Dinamiche Settarie e Geopolitiche Durante la Guerra fredda
Il processo di islamizzazione non può essere compreso senza considerare l’ambito internazionale della Guerra fredda; a partire dal 1979, il Pakistan divenne uno snodo strategico per la politica statunitense dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita, nel sostenere la resistenza afghana, canalizzarono miliardi di dollari verso il Pakistan, rafforzando l’apparato militare e di intelligence, oltre a favorire la costituzione di reti religiose militanti. Tale ambiente rese ancora più difficile l’integrazione delle minoranze, non soltanto per la radicalizzazione diffusa ma soprattutto per la legittimazione implicita di un’identità nazionale modellata su una concezione esclusiva dell’Islam.
La generosa assistenza finanziaria ottenne l’effetto di attenuare, sul piano internazionale, la visibilità delle politiche restrittive interne; il Pakistan fu dunque percepito come alleato imprescindibile nella contesa globale, e tale circostanza gli garantì una sorta di ‘immunità normativa’ rispetto ai temi della libertà religiosa e dei diritti delle minoranze. La fine della Guerra fredda e la trasformazione degli assetti regionali, tuttavia, produssero un cambiamento inatteso; il Pakistan perse la sua rilevanza strategica originaria.
Per questa ragione, gli Stati Uniti d’America e l’Unione Europea iniziarono a porre una crescente attenzione ai temi della radicalizzazione e della tutela delle minoranze, inaugurando un processo di scrutinio internazionale che avrebbe lentamente indebolito la posizione diplomatica del Pakistan.
La Crisi Post-11 Settembre e la Ridefinizione della Postura Internazionale
Gli attentati dell’11 settembre del 2001 rappresentarono una frattura profonda nella politica estera pakistana; il governo di Pervez Musharraf accettò di sostenere la coalizione statunitense in Afghanistan. La scelta ambigua di sostenere e fornire assistenza attiva ad alcuni gruppi estremisti, tuttavia, erose la fiducia internazionale.
Allo stesso tempo, le politiche interne non subirono una trasformazione sostanziale, e le norme restrittive verso le minoranze rimasero intatte, oppure applicate con maggiore severità per alimentare il consenso delle frange conservatrici.
La comunità cristiana, rappresentata e percepita in modo spesso stereotipato come vicina all’Occidente, divenne (e rimane) uno dei principali bersagli degli attacchi settari, degli episodi di violenza comunitaria e di processi giudiziari controversi e ideologici. Le chiese furono oggetto di attentati, le accuse di blasfemia aumentarono e il clima di impunità rafforzò la percezione internazionale di uno Stato incapace o non pienamente disposto a proteggere le minoranze.
Dal punto di vista diplomatico, questa politica ha generato progressive pressioni da parte dell’Unione Europea, degli Stati Uniti e delle principali organizzazioni per i diritti umani, che iniziarono a legare gli aiuti economici e militari a miglioramenti significativi e verificabili nella tutela dei diritti civili.
L’Erosione della Reputazione Internazionale
A partire dagli anni 2010, il Pakistan ha iniziato a scontare gli effetti cumulativi di decenni di ambiguità strategica e restrizioni interne; il Financial Action Task Force (FATF) ha inserito il Paese nella cosiddetta ‘grey list’, formata da Paesi in cui si segnalano gravi carenze nella prevenzione del finanziamento al terrorismo. Questo posizionamento, unito alle tensioni ricorrenti con India, Afghanistan e Iran, ha delineato un quadro di crescente isolamento; sebbene il Pakistan abbia mantenuto legami stretti con la Cina attraverso il China-Pakistan Economic Corridor (CPEC), tale iniziativa non è stata sufficiente a compensare la perdita di credibilità presso gli attori occidentali.
La condizione delle minoranze cristiane ha continuato ad essere un indicatore centrale della qualità della governance pakistana; i casi mediaticamente rilevanti, da Asia Bibi ai numerosi episodi di linciaggio o violenze comunitarie, ha generato ripercussioni diplomatiche, limitando la capacità del Pakistan di presentarsi come partner affidabile in ambito commerciale, politico e culturale. In definitiva, la persistenza di politiche restrittive si è tradotta non soltanto in una crisi di immagine, ma anche in un deterioramento delle relazioni con le istituzioni finanziarie internazionali, le ONG e i governi occidentali. Tali attori hanno effettivamente mostrato una crescente riluttanza ad investire in un Paese percepito come instabile, poco inclusivo e ostile alle libertà fondamentali.
Conclusioni – Identità Nazionale e Modernità
L’evoluzione della condizione delle minoranze cristiane nel Pakistan contemporaneo costituisce un osservatorio privilegiato per comprendere il complesso rapporto tra identità nazionale, politica interna e relazioni internazionali. La progressiva islamizzazione del Paese ha creato un sistema complesso di restrizioni normative e sociali che ha di fatto ridotto gli spazi di libertà, e ha normalizzato la discriminazione, rendendola un tratto strutturale della vita civile e politica. Dal punto di vista geopolitico, tali politiche hanno contribuito ad un progressivo isolamento diplomatico del Pakistan.
Il percorso che parte dal periodo coloniale e giunge all’attuale isolamento diplomatico non rappresenta dunque una semplice sequenza di eventi, ma una trasformazione strutturale nella quale la gestione delle minoranze e la ricerca di un’identità nazionale religiosa hanno giocato un ruolo fondamentale. Il futuro del Pakistan dipenderà dalla capacità di riformare questo apparato normativo e politico, aprendo reali spazi di inclusione, e costruendo un’immagine internazionale compatibile con le esigenze di un mondo sempre più sensibile alla tutela dei diritti fondamentali.
Letture Consigliate
- Fuchs, A., & Müller, A. (2018). Democracy and religious minorities in Pakistan. Journal of South Asian Development, 13(3), 326–350.
- Weiss, A. (2019). The Politics of Religious Freedom in Pakistan. Cambridge University Press.
- Talbot, I. (2012). Pakistan: A Modern History (3rd ed.). Hurst.

