afghanistan 2026 legittimità
   Tempo di Lettura 10 minuti

La costruzione di uno Stato non coincide con la conquista del potere. Un movimento può occupare le istituzioni, controllare il territorio e sostituire i vertici dell’amministrazione; più complesso è trasformare quel controllo in un ordine politico stabile, capace di riprodursi nel tempo e di presentare la propria autorità come legittima. In questo passaggio non intervengono soltanto le istituzioni amministrative e coercitive, ma anche la memoria, l’educazione, la religione e la definizione dei doveri attraverso i quali una società viene progressivamente ricondotta a un nuovo ordine.

L’Afghanistan offre oggi un caso particolarmente interessante. La presa di Kabul nell’agosto 2021 ha consegnato ai talebani il controllo dello Stato, ma il sistema che ne è derivato non può essere considerato semplicemente come una struttura già compiuta. In questi cinque anni l’apparato amministrativo è stato progressivamente riorganizzato, le istituzioni sono state ricondotte alla nuova autorità politica e religiosa e, parallelamente, è stato necessario costruire una rappresentazione del significato stesso di quell’autorità.

Una fonte del 2026 permette di osservare questo processo da una prospettiva particolarmente significativa. Si tratta di una khutba (sermone religioso) ufficiale dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan, predisposta dal Ministero della Guida, Hajj e Waqf e destinata ai predicatori delle moschee del centro e delle province, in dari e pashto. La data indicata è 30 Safar al-Muzaffar 1448 / 23 Asad 1405 dell’Egira solare, corrispondente al 14 agosto 2026, alla vigilia del 24 Asad, quinto anniversario della fine della presenza militare statunitense e della riconquista del potere da parte dell’Emirato.

Il titolo del sermone è già indicativo: «L’indipendenza dell’Afghanistan dall’occupazione è stata ottenuta al prezzo del sangue, e la sua difesa è un dovere religioso e nazionale per tutti noi».

La fonte lega immediatamente tre elementi che, in un ordinamento moderno, possono appartenere a sfere differenti, ossia la vittoria militare, la religione e l’autorità politica. La guerra contro la presenza straniera viene presentata come una lotta per la liberazione dell’Afghanistan, per la sostituzione della ‘incredulità’ con il tawhid, il principio dell’unicità di Dio, e delle leggi considerate incompatibili con la shariah. La vittoria del 2021 non viene presentata solamente come l’esito di un conflitto, ma come il momento nel quale, secondo la narrazione proposta, un determinato ordine religioso e politico è stato ristabilito.

La questione centrale del documento, tuttavia, non è il passato, bensì la conservazione e il consolidamento del risultato ottenuto. Il ‘sangue dei mujahidin e dei martiri’ viene trasformato in un’obbligazione nei confronti del presente; se la loro morte ha reso possibile la liberazione, conservare ciò che è stato conquistato diventa un dovere. Ed è precisamente in questo passaggio che la figura dell’Amir assume un’importanza decisiva.

La khutba afferma:

Preservare la libertà è possibile soltanto quando si obbedisce a un unico Amir e si seguono i suoi ordini, decreti, direttive e leggi.

E aggiunge:

È nostro dovere unirci nel sostegno al nostro Amir e al nostro sistema.

L’obbedienza non viene presentata semplicemente come una necessità politica, ma viene ricondotta alla religione e, contemporaneamente, alla difesa dell’indipendenza nazionale. L’Amir è il custode dell’ordine islamico, risultante dalla vittoria, la quale ha reso possibile l’indipendenza; per questa ragione, difendere l’indipendenza ottenuta coincide con la difesa del sistema e di colui che ne rappresenta il vertice.

È una concatenazione importante perché mostra come l’Emirato costruisca la propria autorità. Non viene proposta una distinzione netta fra legittimità religiosa e legittimità politica, in quanto le due dimensioni tendono a coincidere.

Questo spiega anche l’ampiezza della nozione di «tradimento» presente nella khutba. Il tradimento non consiste soltanto nell’aiutare un nemico straniero, ma è un concetto decisamente più ampio secondo questa narrazione; esso si estende infatti alla corruzione, alla negligenza nell’esercizio delle funzioni pubbliche, all’uso improprio delle risorse dello Stato, alla mancata applicazione della giustizia, alla violazione dei diritti, e alla disobbedienza alla shariah e ai decreti dell’Amir al-Muminin, oltre che alla promozione di comportamenti associati al precedente periodo di «occupazione».

Categorie che normalmente appartengono a piani diversi — illecito amministrativo, infrazione religiosa, dissenso politico e tradimento dello Stato — vengono così ricondotte a un unico ordine normativo, accomunate dalla minaccia alla continuità del sistema stesso.

È significativo anche ciò che nella khutba rimane sullo sfondo. Il documento parla di diritti e condanna la loro violazione, ma non costruisce attorno ai diritti il rapporto fra individuo e autorità, in quanto il linguaggio prevalente è invece quello del dovere: obbedire all’Amir, applicare la shariah, difendere l’indipendenza, contribuire alla ricostruzione, educare le nuove generazioni, contrastare la propaganda e mantenere l’unità.

I diritti compaiono quindi all’interno dell’ordine da preservare, più che come principio attraverso il quale definire i limiti dell’autorità; anche questo contribuisce a delineare il tipo di Stato che la fonte cerca di rappresentare, un ordine nel quale il rapporto dell’individuo con la comunità politica viene descritto soprattutto attraverso obblighi religiosi, nazionali e sociali.

La stessa logica si estende alla società nel suo complesso. L’indipendenza richiede, secondo il testo, non soltanto la difesa militare, ma anche sviluppo economico, agricoltura, industria, tecnologia, istruzione e formazione professionale. Gli ulema devono contrastare la «guerra ideologica»; i giornalisti devono combattere le «false notizie»; gli insegnanti devono formare le nuove generazioni; le madri devono ‘educare i figli allo spirito del jihad’ e della difesa della patria; medici, ingegneri e altri specialisti devono contribuire alla ricostruzione.

Questa parte del documento è importante perché mostra che la difesa dell’Emirato non viene concepita come un compito esclusivamente militare; al contrario, è l’intera società ad essere inserita nella riproduzione dell’ordine, attraverso l’educazione, il lavoro, l’informazione, la famiglia, l’economia e la formazione professionale.

Il mimbar (pulpito della moschea) assume così una funzione che va oltre la trasmissione di norme religiose, e diventa uno spazio nel quale vengono definiti il cittadino, il governante, il nemico, il comportamento amministrativo, la memoria nazionale e il futuro della comunità. La religione islamica diventa così uno dei linguaggi attraverso i quali l’ordine politico viene reso intelligibile alla società, mentre il potere politico assume, nello stesso tempo, la forma di un dovere religioso.

Il risultato è un sistema nel quale le diverse fonti di autorità tendono a convergere. La shariah costituisce il fondamento della legittimità dell’Amir, il quale a sua volta incarna l’ordine islamico instaurato con la vittoria del 2021; quest’ultima viene così integrata nella memoria nazionale come momento di liberazione e di fondazione del nuovo sistema, la cui conservazione diventa a sua volta un dovere verso quella vittoria e verso il sacrificio dei suoi protagonisti. La legittimità dell’Emirato viene quindi costruita attraverso un rapporto circolare nel quale religione, autorità politica, memoria della guerra e identità nazionale si sostengono e si rafforzano reciprocamente.

Questo non permette, naturalmente, di stabilire quanto tale rappresentazione sia condivisa dalla popolazione afghana. Una fonte prodotta dall’apparato dell’Emirato non misura il consenso e non distingue fra convinzione, adattamento, conformità e timore, ma mostra quale forma di legittimità il sistema cerca di produrre e di trasmettere.

Ed è proprio questo il punto che emerge con chiarezza. Cinque anni dopo la conquista di Kabul, il problema dell’Emirato non è più soltanto mantenere il controllo del territorio, ma trasformare una vittoria militare e politica in un ordine capace di riprodursi, e tale obiettivo non può essere ottenuto solamente mediante le istituzioni amministrative.

Occorre quindi trasformare la vittoria in una memoria condivisa capace di legittimare l’autorità presente, definire attraverso di essa i comportamenti considerati legittimi o illegittimi e trasmettere alle nuove generazioni i valori sui quali il nuovo ordine intende fondarsi, affinché l’obbedienza non rimanga soltanto un comportamento imposto, ma assuma progressivamente un proprio significato religioso, politico e sociale.

La khutba del 14 agosto 2026 si colloca precisamente in questo passaggio. Il 24 Asad non serve soltanto a ricordare una vittoria passata, ma anche, e soprattutto, a collegare continuamente quella vittoria all’ordine presente, trasformando la memoria della conquista in una componente della legittimità del sistema che da quella conquista ha avuto origine.

La fonte, in questo senso, non descrive semplicemente un sistema politico già formato. Mostra il lavoro necessario per renderlo tale: costruire una memoria fondativa, legarla all’autorità dell’Amir e fare dell’ordine politico una realtà riconoscibile e trasmissibile attraverso la religione, l’educazione e la vita sociale.

L’Emirato non sta soltanto governando uno Stato conquistato nel 2021, ma sta ancora costruendo lo Stato che vuole essere.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *