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Il 1966 può essere considerato, almeno come chiave di lettura, una sorta di «anno zero» di un nuovo ordine mondiale ancora in formazione; non si sta affermando che in quell’anno nasca improvvisamente un sistema internazionale completamente diverso, ma che diversi processi maturati nei decenni precedenti cominciano a convergere verso un assetto differente. Il mondo coloniale è ormai in larga parte dissolto, nuovi Stati stanno definendo la propria identità e il proprio posto nella comunità internazionale e le vecchie categorie attraverso le quali l’Europa aveva interpretato il resto del mondo diventano progressivamente meno utilizzabili.

In questo passaggio anche il cristianesimo cambia posizione, e il Concilio Vaticano II, conclusosi pochi mesi prima, rappresenta uno degli elementi di questa trasformazione; il documento conciliare Nostra Aetate aveva introdotto un linguaggio nuovo nei confronti delle religioni non cristiane e, in particolare, dell’islam. Si parlava di conoscenza reciproca, rispetto, collaborazione e ricerca di ciò che le diverse tradizioni potevano condividere. Non si trattava di abbandonare l’identità cattolica, ma di ripensare il modo in cui essa poteva essere vissuta in un mondo ormai profondamente diverso da quello nel quale si era formata la tradizione missionaria moderna.

Una fonte dei Missionari di Mill Hill del 1966 permette di vedere questo passaggio con particolare chiarezza. Il testo è dedicato alle difficoltà del rapporto fra islam e cristianesimo e conserva ancora molte categorie della letteratura missionaria precedente. L’islam viene descritto come una religione capace di organizzare l’intera vita dell’individuo e della comunità; il Corano è presentato come criterio ultimo della verità e vengono sottolineate le difficoltà che, secondo l’autore, un musulmano incontra nell’accettare i principali dogmi cristiani, dalla Trinità alla divinità di Cristo.

Il testo, tuttavia, è ormai inserito in una grammatica completamente diversa. L’autore ricorda le antiche contrapposizioni fra cristianesimo e islam, comprese le Crociate, e riconosce che la forza non può produrre quella comprensione reciproca che ora viene indicata come obiettivo. Cita il Concilio, parla di collaborazione e richiama la possibilità di una nuova relazione fra cristiani e musulmani. La vecchia missione non è semplicemente scomparsa: sta cambiando linguaggio e, insieme al linguaggio, sta cercando di ridefinire la propria funzione.

Per questa ragione, l’autore afferma:

We nemen nogal vlug een afwijzende houding aan tegenover een andere godsdienst, omdat we ervan overtuigd zijn dat hij vals is. Dit gebeurt vooral gemakkelijk t.a.v. de Islam, omdat hij na het Christendom ontstaan is en omdat veel christelijke waarheden en heilsfeiten, die de islamitische godsdienst met het christendom gemeen heeft, in vergelijking met de christelijke leer bij de Islam heel anders te voorschijn komen. We hebben ons dan ook lang afgevraagd (en misschien doen we het nu nog soms), of er in de Islam wel iets te vinden is dat van God komt.

Assumiamo piuttosto facilmente un atteggiamento di rifiuto nei confronti di un’altra religione, perché siamo convinti che sia falsa. Questo accade soprattutto facilmente nei confronti dell’Islam, perché è sorto dopo il Cristianesimo e perché molte verità cristiane e realtà della salvezza, che la religione islamica ha in comune con il cristianesimo, nell’Islam si presentano, rispetto alla dottrina cristiana, in una forma molto diversa. Ci siamo quindi chiesti a lungo (e forse talvolta ce lo chiediamo ancora) se nell’Islam vi sia qualcosa che provenga veramente da Dio.

Islam en Christendom, Mill Hill, annalen van de St. Joseph-Congregatie, 11, 1966, p. 250.

Islam en Christendom, Mill Hill, annalen van de St. Joseph-Congregatie, 11, 1966.Concilio Vaticano IICattolicesimo. Islam.

Si tratta di un cambiamento significativo rispetto al periodo pre-conciliare e coloniale, e, in effetti, il significato di questo passaggio diventa evidente soprattutto nelle ex-colonie; è qui che la trasformazione della Chiesa avviene contemporaneamente alla trasformazione della società nella quale essa opera. Il missionario non si trova più davanti a popolazioni inserite in un ordine coloniale europeo, ma davanti a cittadini di Stati indipendenti, con proprie élite, istituzioni, identità nazionali e tradizioni politiche. Il cristianesimo deve quindi imparare a essere presente senza poter più contare sul sistema politico e culturale che aveva accompagnato la sua espansione.

L’islam entra nello stesso mondo nuovo da una posizione diversa. Anche le società musulmane sono profondamente trasformate dal nazionalismo, dalla modernizzazione e dalla costruzione degli Stati postcoloniali; tuttavia, le categorie religiose fondamentali attraverso le quali l’islam viene percepito — la rivelazione coranica, l’unicità di Dio, la profezia di Muhammad, la centralità della comunità — mostrano una forte continuità. Nel testo del 1966 questa continuità appare quasi come un dato strutturale, mentre è il cristianesimo a essere descritto nel pieno di una revisione del proprio rapporto con il mondo.

È qui che emerge il vero interesse della fonte. Il problema non è semplicemente il «dialogo» fra due religioni, ma il diverso modo nel quale le due tradizioni arrivano all’incontro nel mondo postcoloniale; la Chiesa cattolica sta ridefinendo il proprio modo di essere nel mondo proprio quando vengono meno le condizioni storiche che avevano accompagnato la sua presenza nelle società extraeuropee. L’islam, pur attraversato anch’esso da trasformazioni profonde, conserva invece agli occhi dell’osservatore cattolico una struttura religiosa riconoscibile e continua.

Il 1966 rappresenta dunque un momento in cui il rapporto fra cristianesimo e islam deve essere pensato fuori dalle categorie del precedente assetto coloniale; non c’è più semplicemente il missionario europeo davanti alla società musulmana, ma emergono comunità religiose che devono trovare una nuova collocazione all’interno di Stati indipendenti. Ci sono cristiani che devono ridefinire la propria presenza come minoranza all’interno di nazioni a maggioranza musulmana; allo stesso tempo, si osservano società a maggioranza islamica nelle quali la religione può intrecciarsi con le nuove identità nazionali senza più passare attraverso la mediazione delle potenze coloniali.

Il Concilio Vaticano II e questa fonte missionaria olandese diventano allora due elementi dello stesso quadro, in cui l’assise conciliare mostra la nuova direzione che la Chiesa intende assumere; la fonte mostra quanto sia difficile liberarsi immediatamente delle categorie precedenti. Tra i due mondi si intravede il passaggio da un assetto ad un altro, non ancora definito ma ormai percepibile; il nuovo assetto internazionale non è ancora definito nel 1966, e probabilmente non lo sarà per molti anni.

Proprio per questo quella data è interessante, in quanto consente di osservare un sistema ancora in formazione, nel quale la fine degli imperi, la nascita degli Stati postcoloniali, la ridefinizione delle identità religiose e il ripensamento della presenza cristiana cominciano a interagire. Una fonte apparentemente marginale, dedicata alle difficoltà dell’incontro tra islam e cristianesimo, diventa così una piccola finestra su un cambiamento molto più ampio.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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