Un dispaccio ANP-ANETA del 1953, relativo a un’assemblea di cristiani a Makassar, offre uno sguardo sulle tensioni che accompagnarono la costruzione della Repubblica indonesiana: unità e autonomie regionali, religione e Stato, autorità e pluralismo. Contraddizioni che la storia dell’Indonesia non avrebbe eliminato, ma continuamente rinegoziato.
A 1953 ANP-ANETA dispatch reporting on a Christian assembly in Makassar offers a glimpse into the tensions that accompanied the construction of the Indonesian Republic: unity and regional autonomy, religion and the state, authority and pluralism. Contradictions that Indonesia’s political history would not eliminate, but continually renegotiate.
Een ANP-ANETA-bericht uit 1953 over een bijeenkomst van christenen in Makassar biedt een inkijk in de spanningen die gepaard gingen met de opbouw van de Indonesische Republiek: eenheid en regionale autonomie, religie en staat, gezag en pluralisme. Tegenstellingen die de Indonesische geschiedenis niet zou oplossen, maar voortdurend opnieuw zou moeten onderhandelen.
Un Dispaccio ANP-ANETA dei Primi Anni Cinquanta
Nel novembre 1953 l’agenzia di stampa ANP-ANETA pubblicò un dispaccio relativo a un’assemblea di cristiani tenutasi a Makassar; a parlare era il signor Tambunan, vicepresidente del Parlamento indonesiano e presidente della direzione centrale del Partai Kristen Indonesia, il Parkindo. Il tema affrontato era il federalismo, ma le sue osservazioni permettono di cogliere una questione molto più ampia: a pochi anni dalla proclamazione dell’indipendenza, la costruzione della Repubblica indonesiana era ancora tutt’altro che conclusa.

Secondo Tambunan, il risveglio di un popolo possedeva due dimensioni, una giuridica e una psicologica. Il federalismo indonesiano, nella sua interpretazione, era soprattutto il risultato dell’insoddisfazione verso il governo centrale e rappresentava quindi una conseguenza politica di una coscienza nazionale ancora incompleta.
Secondo quanto riportato da ANP-ANETA, Il Sig. Tambunan, in particolare, sosteneva che:
Onze revolutie is nog niet voldragen. De bewustwording tot een
volk te behoren moet nog opgelegd worden, anders zal het privincialisme
onder het mom van het federalisme weer de kop opsteken, (…)La nostra rivoluzione non è ancora compiuta. La consapevolezza di appartenere a un unico popolo deve ancora essere inculcata; altrimenti il provincialismo tornerà a rialzare la testa sotto le sembianze del federalismo.
Algemene vergadering van Christenen te Makassar, Assemblea generale dei cristiani a Makassar, Indonesische Documentatie Dienst van ANP-ANETA, 9 November 1953, p. 527.
Il ragionamento è significativo perché nel 1953 la Repubblica era già uno Stato indipendente e unitario, mentre uno dei suoi dirigenti continuava a considerare incompiuto il processo attraverso il quale gli abitanti dell’arcipelago avrebbero dovuto riconoscersi come appartenenti a una stessa comunità politica.

Non si trattava di un rifiuto assoluto del federalismo, che avrebbe anche potuto essere adottato a distanza di dieci o quindici anni, una volta maturata la coscienza di appartenere a uno Stato; il Signor Tambun considerava dunque prematura l’introduzione di una struttura federale in una situazione nella quale le identità provinciali e le tensioni con il governo centrale erano ancora sufficientemente forti da trasformare l’autonomia in una possibile fonte di disgregazione.
Il problema, dunque, non era soltanto la forma costituzionale dello Stato, ma soprattutto la costruzione di una comunità politica capace di sostenere quella forma costituzionale, ed evitare che il federalismo accentuasse ulteriormente le divisioni e le tensioni esistenti tra centro e periferia.
Uno Stato Prima della Nazione
La proclamazione del 17 agosto 1945 aveva creato un centro politico intorno al quale organizzare la sovranità, ma non poteva cancellare immediatamente la straordinaria diversità dell’arcipelago. L’Indonesia comprendeva territori con esperienze storiche differenti, comunità religiose diverse, identità locali fortemente radicate e gruppi sociali che avevano avuto rapporti differenti con il precedente ordine coloniale.
Come altri Stati nazionali, tra cui la stessa Italia, anche l’Indonesia dovette quindi costruire una coscienza nazionale attraverso istituzioni, scuola, lingua, amministrazione e simboli. La differenza fondamentale rispetto ad altre esperienze risiedeva nel fatto che tale processo coincideva con la decolonizzazione e con la necessità di trasformare un territorio amministrato da una potenza straniera in una comunità politica percepita come propria.
L’unità nazionale non poteva quindi essere semplicemente presupposta, ma doveva essere prodotta e continuamente confermata mediante un complesso processo di negoziazione; il dispaccio ANP-ANETA del 9 novembre del 1953 lo mostra con particolare chiarezza quando, pochi giorni dopo l’assemblea di Makassar, riferisce le celebrazioni per il venticinquesimo anniversario di Indonesia Raya. Alla presenza del presidente Soekarno, del vicepresidente Mohammad Hatta, di ministri, autorità civili e militari e di migliaia di studenti, l’inno nazionale viene celebrato come uno degli strumenti fondamentali attraverso i quali era stata costruita l’identità nazionale.

L’allora ministro dell’Istruzione Muhammad Yamin ricorda il Congresso della Gioventù del 1928 e il legame fra Indonesia Raya, la lingua indonesiana e il progetto di unificazione del popolo e della patria:
Nel suo discorso, il ministro dell’Istruzione Muh. Yamin ha sottolineato che l’Indonesia Raya, una composizione di Wage Supratman, è nata durante un raduno di giovani e studenti, quando fu prestato il triplice giuramento per unire popolo e patria attraverso l’uso del Bahasa Indonesia come lingua d’unione. Il canto Indonesia Raya è uno strumento derivato dalla lingua per dare espressione allo spirito di lotta volto a raggiungere la libertà nazionale.
Algemene vergadering van Christenen te Makassar, cit., p. 528.
L’inno non viene quindi presentato soltanto come un simbolo dello Stato già esistente, ma come uno degli strumenti attraverso i quali la stessa idea di Indonesia era stata costruita; ancora più significativa è la ricostruzione proposta da Soekarno.
Nel ricordare la situazione del 1945, il presidente osserva che gli indonesiani non disponevano ancora di un esercito, di relazioni diplomatiche consolidate, di un sistema monetario e delle altre strutture materiali che caratterizzano uno Stato moderno. Possedevano però la bandiera rosso-bianca, Indonesia Raya, un progetto costituzionale fondato sulla Pancasila e il documento della Proclamazione.
La sequenza è tutt’altro che casuale, e Bandiera, lingua, inno, Pancasila e Proclamazione costituiscono un repertorio simbolico attraverso il quale la Repubblica definisce gli elementi comuni di una popolazione estremamente differenziata; la costruzione dello Stato passa quindi anche attraverso la costruzione di una memoria e di un’identità condivise.
Unità, Pluralismo e Autorità
L’unità nazionale non era l’unico problema che emergeva dal discorso di Tambunan. Il dirigente del Parkindo auspicava infatti che nessuna ideologia religiosa diventasse la base dell’Indonesia e distingueva il principio democratico della maggioranza elettorale dall’idea di fondare la democrazia su una religione. Per un dirigente politico cristiano, la questione aveva naturalmente una dimensione particolare, ma il suo ragionamento non si limitava alla difesa di una minoranza confessionale.
Il problema era quello di stabilire il rapporto tra una società profondamente religiosa e uno Stato che pretendeva di rappresentare l’intera comunità nazionale; la Pancasila forniva una risposta efficace proprio perché consentiva di mantenere la religione all’interno della definizione della Repubblica senza trasformare una specifica confessione nel fondamento esclusivo dell’ordinamento politico.
Anche in questo caso, tuttavia, il compromesso non eliminava la tensione. ma la incorporava all’interno dello Stato, e tale meccanismo lo si osserva anche per la questione territoriale. L’abbandono della struttura federale nel 1950 non cancellava le differenze fra centro e periferia, ma le ricollocava all’interno dello Stato unitario; la questione non veniva dunque risolta in maniera definitiva, ma trasformata.
Il medesimo dispaccio contiene un’altra indicazione significativa. Nella sezione dedicata alla stampa indonesiana, ANP-ANETA riporta un editoriale del quotidiano di opposizione Pedoman, che accusa il governo di aver inizialmente negato l’esistenza di alcune misure poi successivamente confermate.

Tra gli esempi citati figurano le limitazioni imposte alla ripresa dei commenti della stampa di opposizione da parte di Radio Republik Indonesia, il divieto di lettura dei giornali dell’opposizione nei campi sottoposti a regime SOB (stato di guerra e di assedio) e la controversa riorganizzazione della funzione di capo di stato maggiore delle forze armate.
L’editoriale definisce il comportamento del governo con il termine kiekeboe, che denota sarcasticamente una politica nella quale le decisioni vengono prima nascoste o negate e soltanto successivamente riconosciute; anche qui, dietro la cronaca di una controversia politica, emerge una questione più ampia. Quale debba essere il rapporto fra autorità esecutiva, opposizione, forze armate e libertà dell’informazione.
La costruzione della Repubblica non riguarda quindi soltanto la definizione dei suoi confini territoriali o del suo fondamento ideologico, ma anche la distribuzione concreta dell’autorità all’interno dello Stato.
Problemi Irrisolti nel 2026
Letti congiuntamente, questi materiali restituiscono un’immagine interessante dell’Indonesia del 1953, in cui il federalismo aveva lasciato il posto allo Stato unitario, ma il rapporto fra centro e periferia rimaneva problematico. La Pancasila era stata adottata come fondamento dello Stato, ma il rapporto fra religione e politica rimaneva oggetto di discussione; l’indipendenza era stata conquistata, ma la coscienza nazionale doveva ancora essere consolidata. Le istituzioni democratiche esistevano, ma il rapporto fra governo, opposizione, stampa e forze armate era già sottoposto a tensioni.
Non si tratta necessariamente di contraddizioni che la Repubblica avrebbe dovuto risolvere in maniera definitiva. Alcune di esse derivavano dalla natura stessa del progetto nazionale indonesiano, che aveva riunito all’interno di un unico Stato realtà estremamente differenti.
La soluzione adottata consisteva quindi spesso nella negoziazione dell’equilibrio, più che nell’eliminazione della tensione, e questa caratteristica avrebbe attraversato le diverse fasi della storia politica indonesiana. La Democrazia Guidata di Soekarno, l’Orde Baru di Soeharto e la Reformasi non rappresentano semplicemente tre risposte definitive a problemi precedenti. Ognuno di questi periodi ridefinì il rapporto fra centro e periferia, autorità e pluralismo, Stato e religione, civili e militari, mantenendo però all’interno del sistema alcune delle tensioni ereditate dalla fase precedente.
Le strutture politiche cambiano, le questioni che devono essere governate tendono invece a sopravvivere nel tempo, cambiando la forma ma non il problema di fondo; è proprio a questo punto che il dispaccio del 1953 può assumere un significato inatteso.
Nel 2026 l’Indonesia è un paese profondamente diverso da quello descritto da ANP-ANETA nel 1953. È una democrazia elettorale consolidata, un’economia integrata nei mercati internazionali, una potenza regionale e uno Stato nel quale le istituzioni e la società sono molto più articolate rispetto ai primi anni dell’indipendenza.
Eppure alcune delle questioni fondamentali continuano a essere riconoscibili, come il rapporto fra centro e periferia, che ha assunto forme differenti rispetto al dibattito sul federalismo; la relazione tra Stato e religione si manifesta all’interno di una società decisamente più complessa e politicamente pluralista. Il ruolo delle forze armate è stato profondamente trasformato dalla Reformasi, senza che la loro storia politica sia stata cancellata; la tensione fra autorità e democrazia continua a essere negoziata all’interno delle istituzioni elettorali. Il nazionalismo economico deve oggi convivere con una forte interdipendenza internazionale.
È in questo quadro che anche la presidenza di Prabowo può essere osservata da una prospettiva diversa. La sua apparente incoerenza può essere interpretata non soltanto come il risultato di scelte contingenti o di una strategia politica mutevole, ma anche come il prodotto della necessità di governare simultaneamente esigenze che la storia della Repubblica non ha mai completamente conciliato.
Prabowo non eredita un sistema costruito da lui e non dispone degli strumenti per proporre una soluzione inedita. Eredita invece decenni di compromessi istituzionali e politici, ciascuno dei quali ha modificato il modo in cui le contraddizioni originarie venivano gestite.
In questo senso, il suo compito non è necessariamente quello di risolverle, ma di ridefinirne i confini nelle condizioni dell’Indonesia del 2026, ed è ciò che, in forme differenti, hanno fatto i suoi predecessori. Ogni presidente ha ricevuto una Repubblica già strutturata e ha cercato di spostare l’equilibrio fra le sue diverse componenti senza poterle semplicemente eliminare.
La continuità non va quindi ricercata necessariamente nelle politiche specifiche, né in una linea ideologica immutabile, ma nella persistenza delle domande alle quali il sistema politico deve continuare a rispondere; è forse questa la ragione per cui un dispaccio ANP-ANETA del 1953 può risultare sorprendentemente utile per osservare e comprendere l’Indonesia del 2026.
Non perché il passato predica il presente, e nemmeno perché Prabowo rappresenti semplicemente una ripetizione di ciò che è già accaduto. Il punto è piuttosto che le questioni fondamentali della Repubblica hanno dimostrato una capacità di sopravvivere ai governi, ai regimi e alle generazioni politiche, trasformandosi ogni volta insieme al contesto nel quale vengono affrontate.
Nel 1953 Tambunan si interrogava sui limiti fra unità e autonomia, mentre Soekarno cercava di consolidare attraverso la Pancasila e i simboli nazionali la comunità politica nata dalla Proclamazione. Nel 2026 Prabowo, che in tali contraddizioni si è formato, si trova a negoziare, in condizioni completamente differenti, altri equilibri fra autorità e pluralismo, Stato e società, nazionalismo e apertura internazionale, istituzioni civili e tradizione militare.
Non è irrilevante, in questo senso, che lo stesso Prabowo abbia dedicato nel 2021 un’ampia opera alla propria formazione militare e ai principi di leadership appresi durante la carriera nelle forze armate. La continuità che emerge dalla sua autobiografia non è tanto quella di un programma politico immutabile, quanto quella di una concezione della leadership nella quale autorità, disciplina, Stato e responsabilità nazionale occupano un posto centrale.

La Repubblica non è rimasta ferma, in quanto il cambiamento è stato profondo, ma alcune delle sue contraddizioni non sono scomparse: sono diventate parte della struttura stessa attraverso la quale l’Indonesia continua a governare la propria diversità.
E forse è proprio per questo che il dispaccio di ANP-ANETA, apparentemente marginale e ormai lontanissimo dalla politica contemporanea, può fornire un’utile chiave di lettura per comprendere la complessità e le contraddizioni dell’Indonesia nel 2026.
Letture Consigliate
- ANP-ANETA. (1953, November 9). Indonesische Documentatie Dienst, pp. 527-529.
- Anderson, B. (2006). Imagined communities: Reflections on the origin and spread of nationalism (Rev. ed.). Verso.
- McGregor, K. E. (2007). History in uniform: Military ideology and the construction of Indonesia’s past. NUS Press.

