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Le relazioni annuali delle società missionarie costituiscono una delle fonti più preziose per comprendere la storia religiosa (e non solo) delle Indie Orientali Olandesi; non sono semplici documenti amministrativi, ma raccontano risultati, difficoltà, speranze e delusioni, e soprattutto restituiscono la mentalità di uomini che interpretavano il proprio operato alla luce della fede. Documenti di questo genere mostrano come la figura del missionario ottocentesco fosse spesso più complessa di quanto suggeriscano interpretazioni che lo identificano semplicemente con un funzionario del sistema coloniale.

Tra i documenti pubblicati dal Java Comité figura l’ottava relazione della Società per la Missione Interna ed Esterna di Batavia (Genootschap van In- en Uitwendige Zending te Batavia); il testo, inserito nella Mededeelingen van het Java-Comité (Comunicazioni del Java Comité), 16, 1860, offre uno sguardo privilegiato sulla vita delle missioni protestanti e sulle sfide dell’evangelizzazione nelle Indie Olandesi. Si ricorda che il Java Comité svolgeva funzioni di coordinamento dell’opera missionaria protestante nelle Indie Olandesi, raccogliendo e pubblicando le relazioni provenienti dalle diverse stazioni missionarie e mantenendo i collegamenti con le società missionarie dei Paesi Bassi.

Prima pagina del Mededeelingen van het Java-Comité, 16, 1860 (Fonte Java Comite)

Fin dalle prime righe il documento sorprende il lettore moderno, e, invece di aprirsi con statistiche o resoconti economici, il Comitato compie un vero e proprio esame di coscienza. Gli autori riconoscono che negli ultimi due anni l’opera missionaria ha prodotto risultati modesti e attribuiscono questa situazione non a fattori esterni, ma a una debolezza spirituale, l’aver confidato più nell’aiuto degli uomini che nella provvidenza divina.

È un linguaggio profondamente radicato nella tradizione protestante riformata, e, per questo motivo, la missione non viene descritta come un’organizzazione da amministrare, bensì come un’opera di Dio alla quale gli uomini sono chiamati a collaborare. Non sorprende, dunque, che il rapporto parli di un “pericoloso sonno” dal quale soltanto lo “Spirito di Dio” avrebbe potuto risvegliare la società missionaria; più che un documento burocratico, la relazione assume così i tratti di una confessione pubblica e di un rinnovato impegno spirituale.

Questa impostazione aiuta a comprendere anche uno dei passaggi più interessanti dell’intero rapporto: il riferimento alla conversione di un musulmano, definito, secondo la terminologia allora corrente, un “maomettano” (maiuscole originarie):

Il 16 settembre 1860 abbiamo infatti potuto avere il piacere di vedere sette allievi di WEISS (un missionario, ndr) — tra cui un maomettano (Mahomedaan), quattro ragazze malesi adulte (maleische meisjes) e due cinesi — fare pubblicamente confessione della loro fede nel Signore GESÙ CRISTO come loro Salvatore, che li ha comprati con il Suo sangue, e venire di conseguenza accolti nella comunità attraverso il Santo Battesimo.

Achtste Verslag van het Genootschap van In- en Uitwendige Zending te Batavia (Ottavo Rapporto della Società per la Missione Interna ed Esterna di Batavia), Mededeelingen van het Java-Comite, 16, 1860, p. 313.

Mededeelingen van het Java-Comité, 16, 1860, 308-309. (Fonte Java Comite)

La notizia occupa uno spazio relativamente breve, ma il suo significato storico è notevole, e la semplice scelta di inserirla in una relazione annuale dimostra che non si trattava di un episodio ordinario. Se le conversioni dall’Islam al cristianesimo fossero state frequenti, difficilmente avrebbero meritato una menzione specifica all’interno di un documento destinato a riassumere l’attività di un intero anno. Oltre al Mahomedaan (musulmano), il testo riporta la conversione di due maleische meisjes, donne malesi, verosimilmente provenienti da famiglie musulmane.; in questo caso, però, l’accento cade sulla loro appartenenza etnica, e non su quella religiosa, considerata implicita dai missionari e dai loro lettori.

La cautela con cui vengono riportate queste conversioni potrebbe riflettere diverse esigenze, come la prudenza nei confronti delle autorità coloniali, il timore di suscitare reazioni nelle comunità islamiche o, più semplicemente, la consapevolezza della delicatezza di simili eventi. A prescindere dalle motivazioni, dalla relazione emerge chiaramente l’esistenza di una tensione tra l’ideale missionario e il contesto politico in cui esso si sviluppava.

Ancora più significativo è il tono con cui vengono raccontate le conversioni, senza alcun trionfalismo, ma, al contrario, con la consapevolezza della fragilità di simili percorsi. Lo dimostra il doloroso ricordo di un precedente convertito, Iman Baylo, che dopo aver abbracciato il cristianesimo era ritornato all’islam; la conversione, dunque, non rappresentava il punto d’arrivo della missione, ma l’inizio di un cammino spesso difficile e incerto.

Proprio questo episodio permette di cogliere una realtà spesso trascurata quando si parla delle Indie Orientali Olandesi, la distanza tra la politica coloniale ufficiale e la concreta esperienza delle missioni.

Per gran parte del XIX secolo il governo coloniale guardò con estrema prudenza all’evangelizzazione dei musulmani. Dopo la Guerra di Giava (1825-1830), le autorità erano convinte che un’attività missionaria troppo aggressiva avrebbe potuto alimentare tensioni religiose e compromettere l’ordine pubblico, indispensabile al funzionamento dell’amministrazione e dell’economia coloniale. Di conseguenza, i missionari venivano generalmente incoraggiati a concentrare i propri sforzi presso popolazioni non islamizzate o considerate politicamente meno sensibili.

Mededeelingen van het Java-Comité, 16, 1860, 314-315. (Fonte Java Comite)

La relazione del Genootschap mostra tuttavia che la realtà era più complessa di quanto suggeriscano le disposizioni ufficiali. Pur muovendosi entro i limiti imposti dall’amministrazione, i missionari non avevano affatto rinunciato all’idea di annunciare il Vangelo anche ai ‘maomettani’; quando un singolo individuo chiedeva il battesimo, la notizia veniva accolta come un evento di particolare importanza spirituale, pur nella consapevolezza delle difficoltà che lo attendevano.

Si delinea così una tensione che attraversò gran parte della storia coloniale olandese. Da una parte vi erano le autorità coloniali, interessate soprattutto alla stabilità politica e alla prevenzione dei conflitti religiosi; dall’altra le società missionarie, animate da una finalità religiosa che non coincideva sempre con le priorità dell’amministrazione. I due mondi collaboravano, ma non erano perfettamente sovrapponibili, in quanto l’obiettivo del governo era governare l’arcipelago, mentre le missioni cercavano di evangelizzarlo.

È significativo che questa tensione emerga senza mai essere esplicitamente dichiarata. La relazione non critica il governo né rivendica maggiore libertà d’azione; eppure, proprio la soddisfazione con cui viene registrata la conversione di un musulmano e di due ragazze malesi, lascia intuire che l’orizzonte missionario fosse più ampio di quello delineato dalla prudenza coloniale.

Per questo motivo, l’ottava relazione del Genootschap van In- en Uitwendige Zending te Batavia rappresenta molto più di un semplice resoconto annuale; si tratta di una finestra aperta sulla mentalità dei missionari protestanti del 1860, sul loro modo di interpretare successi e fallimenti e sul delicato equilibrio che caratterizzava i rapporti tra missione, islam e potere coloniale.

Talvolta è proprio un breve accenno, quasi marginale all’interno di una relazione annuale, a rivelare la complessità di un’intera stagione storica; la conversione di un “maomettano” e di alcune “donne malesi” apre infatti uno squarcio sul delicato equilibrio tra missione protestante, islam e potere coloniale nelle Indie Olandesi attorno al 1860.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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