Con l’espressione islam tradizionale si intende, nel contesto indonesiano, quell’insieme di pratiche religiose, istituzioni educative e modalità di trasmissione del sapere che affondano le proprie radici nella tradizione sunnita, nell’autorità degli ulama e nella centralità dei pesantren, le scuole islamiche residenziali (collegi islamici) diffuse in tutto l’arcipelago. Più che rappresentare una corrente dottrinale rigidamente definita, esso costituisce un universo culturale nel quale la religione si intreccia con la storia locale, la dimensione comunitaria e una concezione del sapere fondata sulla continuità tra maestro e discepolo. L’articolo di ‘Majalah Langitan’ (legata a Nahdlatul Ulama) dedicato a K.H. Muhammad Sholeh bin Qosim offre un’interessante testimonianza di questo modello religioso, consentendo di coglierne alcuni tratti essenziali.

La prima caratteristica che emerge riguarda il modo in cui viene costruita l’autorevolezza del kiai. A differenza di quanto avviene nelle moderne biografie accademiche o politiche, il prestigio del protagonista non deriva da incarichi istituzionali o da pubblicazioni, bensì dalla sua formazione religiosa, dalla disciplina personale, dalla continuità della tradizione familiare e dalla fiducia che la comunità ripone nella sua figura. Non sorprende, dunque, che il racconto insista sulle origini, sugli insegnanti presso cui egli ha studiato, sul matrimonio con la figlia di un altro kiai e sulla successiva assunzione della guida del pesantren.
L’autorità religiosa appare quindi come il risultato di una lunga catena di trasmissione del sapere, nella quale ogni generazione eredita e custodisce un patrimonio ricevuto da quella precedente; si tratta di una sorta di ‘aristocrazia spirituale’, in cui conta il lignaggio religioso. L’autorità, in altre parole, è tanto personale quanto relazionale, in quanto deriva sia dalle qualità del singolo che dalla sua appartenenza a una genealogia religiosa riconosciuta.
Si consideri questo estratto, che mostra l’importanza delle reti familiari e religiose;
Nacque a Bangil nel 1930 dall’unione tra Kiai Qosim e Nyai Fatihat. La sua istruzione ebbe inizio studiando i testi sacri (ngaji) con gli ulama locali nei dintorni di Bangil, per poi essere proseguita presso il Collegio Islamico (Pondok Pesantren) Darul Ulum a Peterongan.
Al termine dei suoi studi in collegio, fece ritorno a Bangil e sposò la figlia di Kiai Hamzah. Da questo matrimonio sono nati otto figli e 28 nipoti. Dopo la scomparsa di Kiai Hamzah, la guida e la gestione del collegio sono state ereditate e portate avanti da lui insieme a K.H. Imron Hamzah, figlio biologico di Kiai Hamzah.
Majalah Langitan, Jejak Utama, Edisi 80, pp. 8-9.
Non meno significativo è il ruolo attribuito all’esperienza spirituale. Il momento decisivo della biografia non coincide con il completamento degli studi o con l’assunzione della direzione del collegio islamico, bensì con il tawassul compiuto a Batu Ampar. La recitazione completa del Corano per sette volte accompagnata dal digiuno e l’isyarah, il segno spirituale ricevuto da Mbah Syamsuddin, rappresentano il punto di svolta dell’intera narrazione.
L’abbandono del mestiere di sarto non viene presentato come una scelta professionale, ma come la risposta a una chiamata interiore maturata attraverso la pratica ascetica; in questa prospettiva, la vocazione religiosa non nasce esclusivamente dallo studio, ma dall’incontro tra disciplina intellettuale e maturazione spirituale.
Questo elemento rivela una differenza sostanziale rispetto ad altre correnti dell’islam contemporaneo, in quanto nell’islam tradizionale indonesiano la conoscenza non coincide semplicemente con l’acquisizione di competenze giuridiche o teologiche. Essa comprende anche la formazione morale, la purificazione dell’animo e il rapporto personale con maestri riconosciuti per la loro autorevolezza spirituale. Non sorprende, quindi, che il testo attribuisca grande importanza a pratiche come il tawassul, generalmente accolte con naturalezza nell’ambiente dei pesantren tradizionali, mentre vengono spesso contestate da movimenti riformisti o salafiti che le considerano innovazioni prive di fondamento.

Anche la concezione dell’educazione merita particolare attenzione. La frase attribuita al kiai — «Studiare i testi sacri è la cosa principale. Cosa diventerete domani, si vedrà poi» — sintetizza efficacemente una visione nella quale la formazione religiosa precede qualsiasi aspirazione professionale. L’obiettivo primario non consiste nel preparare individui competitivi sul mercato del lavoro, ma nel forgiare persone moralmente rette e spiritualmente solide. La futura professione appare quasi una conseguenza naturale di una buona educazione religiosa, piuttosto che il fine ultimo dell’istruzione.
L’articolo evidenzia inoltre come il pesantren non rappresenti soltanto un luogo di apprendimento, ma una vera comunità educativa; i figli del kiai vengono educati direttamente dal padre oppure inviati presso altri collegi islamici, a testimonianza di una rete di relazioni che collega numerose istituzioni religiose dell’arcipelago. La circolazione degli studenti tra diversi pesantren contribuisce a creare una cultura condivisa, fondata sul rispetto reciproco tra gli ulama e sulla continuità della tradizione. Il sapere non viene monopolizzato da una singola istituzione, ma si sviluppa attraverso una fitta trama di rapporti personali e familiari.
Particolarmente significativa è anche la descrizione della morte del protagonista. Il racconto assume toni fortemente simbolici, sottolineando come il kiai sia spirato mentre era in prostrazione durante la preghiera del Maghrib; dal punto di vista storiografico, il dato biografico lascia spazio alla costruzione di una memoria esemplare. Il modo in cui viene narrata la morte non ha soltanto una funzione informativa, ma contribuisce a presentare il protagonista come modello di devozione e di rettitudine. La conclusione dell’articolo rafforza ulteriormente questa impostazione, ricordando che Dio richiama progressivamente a sé i sapienti, lasciando ai vivi il compito di seguirne l’esempio; il kiai non viene celebrato semplicemente per quello che ha realizzato, ma soprattutto per il valore educativo della sua esistenza.
Un ultimo elemento merita di essere sottolineato. Pur ricordando la partecipazione di Muhammad Sholeh bin Qosim alla milizia Hizbullah (da non confondere con l’organizzazione libanese) durante la guerra d’indipendenza, l’articolo non sviluppa alcuna retorica politica. L’episodio serve soprattutto a collocare la figura del kiai all’interno della storia nazionale, mostrando come la difesa della Repubblica e la formazione religiosa potessero convivere armoniosamente. Questa impostazione riflette una caratteristica propria dell’islam tradizionale indonesiano, storicamente più incline a rafforzare il tessuto sociale attraverso l’educazione e la guida morale delle comunità che a perseguire programmi di trasformazione politica radicale.
Nel suo insieme, il testo offre dunque una preziosa finestra sull’universo culturale dei pesantren, istituzioni ancora rilevanti in Indonesia nel 2026; attraverso una biografia esemplare emergono alcuni tratti fondamentali; una concezione della leadership fondata sull’autorevolezza morale, una spiritualità profondamente radicata nelle pratiche devozionali, un modello educativo orientato alla formazione del carattere e una visione della religione intimamente connessa alla vita quotidiana delle comunità locali. È probabilmente proprio questa capacità di coniugare continuità, educazione e radicamento territoriale ad aver reso l’islam tradizionale una delle componenti più durature e influenti della società indonesiana contemporanea.
Il modello della narrazione esemplare, del resto, non è esclusivo dell’islam indonesiano, ma in Indonesia tale paradigma conserva una forza che invece è stata persa in altri contesti; per questa ragione, la comprensione della peculiare democrazia asiatica non può prescindere dal corretto collocamento dell’islam tradizionale. E’ proprio questo elemento a rimanere la principale matrice culturale dell’islam indonesiano, che continua a influenzare non soltanto la vita religiosa, ma anche le dinamiche educative, sociali e, indirettamente, politiche dell’arcipelago.

