radicalismo ambiguità islam indonesia
   Tempo di Lettura 7 minuti

L’Indonesia, la nazione musulmana più popolosa al mondo, ha sviluppato nel tempo una postura sul terrorismo caratterizzata da una marcata asimmetria. Mentre la lotta al radicalismo interno è condotta con determinazione, spesso attraverso misure repressive e programmi di deradicalizzazione, la reazione al terrorismo “all’estero”, soprattutto quando colpisce l’Europa o l’Occidente, rimane più cauta, depoliticizzata e strategicamente prudente.

Questa differenza rivela non tanto (o non solo) incoerenza, quanto una calcolata ambiguità, funzionale alla stabilità interna e all’immagine internazionale del Paese.

Il principio guida della diplomazia indonesiana è chiaro, e il terrorismo viene presentato come una minaccia globale/ transnazionale, e non una questione “identitaria” legata a una specifica religione o cultura. Il governo di Jakarta evita sistematicamente letture che possano culturalizzare o islamizzare gli attentati avvenuti in Europa, una posizione coerente con la narrazione domestica derivante dalla Pancasila, l’ideologia di Stato fondata su un limitato pluralismo religioso.

Questa narrazione serve a preservare il profilo di “democrazia musulmana moderata” che l’Indonesia coltiva con cura sul piano internazionale, e che denota la sua percezione nella comunità internazionale.

Quando si verificano attacchi in Europa, la risposta ufficiale segue un copione consolidato, che prevede una condanna formale e immediata da parte del Ministro degli Esteri, la solidarietà alle vittime e al governo colpito, e la necessità di combattere l’estremismo in tutte le sue forme. Tuttavia, ci si astiene quasi sempre da commenti sui moventi religiosi o dalle analisi geopolitiche più delicate. Anche di fronte a casi discussi nell’opinione pubblica italiana, come quelli verificatisi in aree come Modena o in altri contesti europei, la retorica rimane neutra e tecnica, e non emerge mai una narrazione che colleghi esplicitamente l’islam all’attentato, secondo un approccio volutamente asettico.

In riferimento all’episodio di Modena, su cui stanno emergendo particolari che sottolineano la probabile matrice islamista dell’attentato, il portale indonesiano Detik News si limita a riportare notizie in maniera asettica, senza approfondire le motivazioni o il profilo dell’attentatore, come si evince da questo estratto;

Milano – Un autista automobile colpisce pedone nella città di Modena, Italia settentrionale. L’incidente ha ferito sette persone e quattro delle vittime sono rimaste gravemente ferite.
“Racconti preliminari di testimoni oculari dicono che l’autista, che aveva circa 30 anni, apparentemente intendeva colpire il marciapiede, ha colpito una bicicletta, poi ha colpito una donna gravemente ferita con entrambe le gambe schiacciate”, ha detto il sindaco di Modena Massimo Mezzetti ai media locali e all’agenzia di stampa ANSA, riportato da AFP, domenica (17/5/2026).

Poi l’auto ha colpito la vetrina. L’autista è sceso dalla sua macchina portando un coltello in mano.

(…)

“L’autista sembrava ubriaco o sotto l’effetto di droghe, non sembrava trovarsi in circostanze normali.” (secondo un testimone citato da Detik News)

Farih Maulana Sidik, Mobil Tabrak Pejalan Kaki di Modena Italia, Auto colpisce pedoni a Modena, Italia, 7 persone ferite, Detik News, 17 Maggio 2026.

Come si vede, il giornalista indonesiano evita di concentrarsi o di indagare ulteriormente sul profilo dell’attentatore, e sceglie di riportare notizie dalle fonti ufficiali italiane, come ANSA, che effettivamente erano inizialmente caute sulle motivazioni del gesto; il movente terroristico non viene necessariamente escluso, ma nemmeno preso in considerazione come una delle cause del gesto compiuto.

Anche se da un punto di vista giornalistico è comprensibile la cautela a una distanza ravvicinata dagli eventi, lo diventa meno la scelta di non riportare nemmeno il nome di chi ha commesso la tentata strage (a differenza dei media italiani), probabilmente per non suggerire (o ricordare) una possibile connessione con l’estremismo islamico o con l’islam tout court.

Una scelta che in un Paese a maggioranza islamica diventa comprensibile, e che denota una motivazione profondamente interna, in quanto le autorità indonesiane sono consapevoli che grandi attentati occidentali possono funzionare da catalizzatori ideologici per i circuiti radicali residui nel Paese. Gruppi jihadisti o influencer online potrebbero utilizzare questi eventi per alimentare narrazioni di “vittimismo” o di scontro di civiltà; per questo motivo, la comunicazione ufficiale tende a essere sobria, quasi minimale, e accompagna la condanna con un rafforzamento del messaggio di unità nazionale e controllo del fenomeno radicale domestico.

A livello di opinione pubblica, il quadro è più frammentato. Sui social media indonesiani prevale un’empatia generica verso le vittime europee, ma le interpretazioni divergono notevolmente; accanto a posizioni universaliste che condannano ogni forma di violenza, non mancano letture complottiste o ideologiche che contestualizzano gli attacchi in chiave anti-occidentale. Mancando una narrazione mediatica dominante come quella europea, il dibattito rimane polverizzato e fortemente influenzato dagli algoritmi.

Sul piano geopolitico, l’Indonesia si posiziona stabilmente nel campo della cooperazione. Partecipa attivamente a forum multilaterali (ONU, ASEAN, Global Counter-Terrorism Forum) e mantiene canali di intelligence aperti con Stati Uniti ed Europa. Tuttavia, rifiuta di inquadrare il terrorismo estero all’interno allo scopo di evitare una contrapposizione esplicita di civiltà. Gli attacchi in Europa vengono trattati come problematiche di sicurezza interna degli Stati colpiti, non come occasioni per prendere posizione in uno scenario più ampio.

Questa ambiguità sostanziale, combattere con forza il terrorismo quando minaccia la stabilità interna, gestirlo con cautela quando colpisce all’estero, risponde a una duplice necessità; si tratta di proteggere l’architettura pluralista del Paese ed evitare che la “guerra al terrore” globale si trasformi in un fattore destabilizzante per la convivenza religiosa indonesiana.

È una postura realistica, ma anche rivelatrice dei limiti del modello indonesiano (e non solo), che denota una buona capacità di contenere il radicalismo interno, ma rimane riluttante a confrontarsi apertamente con le dimensioni ideologiche del fenomeno quando esso si manifesta oltre i confini nazionali. In un’epoca di crescente tensione globale, questa ambiguità potrebbe rivelarsi tanto una forza quanto un punto di vulnerabilità, sia in Indonesia che all’estero.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *