La censura di Majalah Lentera ha riportato all’attenzione pubblica una delle conseguenze meno discusse della repressione anti-comunista del 1965-1966 in Indonesia: le conversioni religiose forzate o indotte di migliaia di presunti simpatizzanti del PKI. Attraverso fonti storiche, testimonianze e studi accademici, l’articolo analizza il rapporto tra anti-comunismo, controllo ideologico e libertà religiosa durante la costruzione dell’Ordine Nuovo di Soeharto.
The censorship of Majalah Lentera brought renewed attention to one of the least discussed consequences of Indonesia’s anti-communist repression of 1965–1966: the forced or coerced religious conversions of thousands of alleged PKI sympathisers. Drawing on historical sources, testimonies and academic studies, the article explores the relationship between anti-communism, ideological control and religious freedom during the consolidation of Soeharto’s New Order regime.
De censuur van Majalah Lentera bracht opnieuw aandacht voor een van de minst besproken gevolgen van de anti-communistische repressie van 1965–1966 in Indonesië: de gedwongen of afgedwongen religieuze bekeringen van duizenden vermeende PKI-sympathisanten. Aan de hand van historische bronnen, getuigenissen en academische studies onderzoekt het artikel de relatie tussen anticommunisme, ideologische controle en godsdienstvrijheid tijdens de opbouw van de Nieuwe Orde van Soeharto.
Una Storia Censurata
Nel panorama mediatico e intellettuale indonesiano, sono poche le pubblicazioni studentesche ad aver lasciato un segno profondo quanto Majalah Lentera, il periodico del Lembaga Pers Mahasiswa (LPM), della Facoltà di Scienze Sociali e Comunicazione dell’Università Kristen Satya Wacana (UKSW) di Salatiga, Java Centrale. Fondata come spazio di discussione critica per gli studenti, Lentera si è distinta per il suo impegno nel trattare temi controversi della storia nazionale. L’edizione n. 3 del 2015, intitolata –Salatiga Kota Merah‘, ovvero ‘Salatiga Città Rossa’, rappresenta un caso emblematico; dedicando un numero al cinquantenario dei massacri del 1965, la rivista ha acceso un dibattito sulla repressione anti-PKI, al punto di essere ritirata dalle autorità universitarie e dalla polizia, con molte copie distrutte.
Si tratta di un episodio che ha riportato all’attenzione pubblica il tema della libertà di stampa, e, allo stesso tempo, ha ricordato il ruolo coraggioso che alcune voci universitarie continuano a svolgere nel preservare la memoria storica in un contesto ancora segnato da tabù e narrazioni ufficiali da credere e non da indagare criticamente.
L’evento, del resto, ha ricevuto una copertura mediatica significativa da parte di testate nazionali, come Liputan6, che, in un articolo del 20 ottobre 2015 ripercorre la censura di cui la rivista è stata oggetto a causa della trattazione dei massacri del 1965 non allineata alla narrativa ufficiale.
Nello specifico, si ricorda che:
Il 9 ottobre 2015, è stata pubblicata e distribuita tramite conto vendita la rivista Lentera “Salatiga Red City” in diversi punti vendita, tra cui caffè e inserzionisti. Circa una settimana dopo, venerdì 16 ottobre 2015, la dirigenza di Lentera è stata convocata alle 21:00 (ora locale) presso l’edificio dell’amministrazione centrale dell’UKSW per un incontro con il Rettore dell’UKSW, il Preside della Facoltà di Comunicazione e Scienze della Comunicazione e il Coordinatore degli Affari Studenteschi (Koordbidkem) della Facoltà di Scienze della Comunicazione. Durante l’incontro, è stato chiesto a Lentera di ritirare tutte le copie della rivista per la sicurezza e il benessere degli abitanti di Salatiga.
Sabato 17 ottobre 2015, quando due membri della redazione di Lentera si sono recati a recuperare la rivista, sono stati preceduti dalla polizia che l’aveva già sequestrata. Il giorno successivo, i vertici di Lentera, ovvero Arista Ayu Nanda (Direttrice Generale di LPM Lentera), Bima Satria Putra (Caporedattrice di LPM Lentera) e Septi Dwi Astuti (Tesoriere di LPM Lentera), si sono recati al commissariato di Salatiga per essere interrogati.
Tra le questioni sollevate vi erano il titolo di copertina, che sembrava riferirsi a Salatiga come alla “Città del Partito Comunista”, il simbolo proibito della falce e martello e la dubbia credibilità della fonte. Alla fine, la rivista Lentera fu ritirata dalla circolazione e il maggior numero possibile di copie fu raccolto e bruciato.
Rina Nurjanah, 4 Fakta Pemberedelan Majalah Lentera Edisi Salatiga Kota Merah, 4 fatti sul divieto di pubblicazione di Lentera Magazine, l’edizione di Salatiga dedicata alla Città Rossa, Liputan6, 20 Ottobre 2015.
Si tratta, dunque, di un vero e proprio caso di censura esplicita, che riguarda eventi storici controversi, su cui in Indonesia diventa problematico discutere, se non nella linea adottata dalla narrazione mediatica e storica ufficiale.

Gli eventi del 1965, tuttavia, non si riferiscono solamente alle macro dinamiche note (tentato colpo di Stato, Gerakan 30S’) , ma anche a fenomeni poco noti o sui quali la discussione e il dibattito sono decisamente limitati; uno di essi riguarda le conversioni (al cristianesimo o all’islam sunnita) di molti membri ed ex-membri del Partai Komunis Indonesia.
Le Cause delle Conversioni: Paura, Stigma e Fede
I massacri del 1965-1966 rappresentano una delle pagine più tragiche della storia indonesiana moderna; dopo il fallito colpo di Stato da parte del ‘Gerakan 30 September’, ‘Movimento del 30 Settembre’, (G30S), attribuito al Partito Comunista Indonesiano (PKI), l’esercito guidato dal generale Suharto scatenò una repressione sistematica. Questo intervento durissimo causò, secondo le stime più credibili, tra i 500.000 e il milione di morti, con centinaia di migliaia di arresti.
I membri e i simpatizzanti (o presunti tali) del PKI, spesso abangan, ovvero musulmani nominali (ma non osservanti) o seguaci di tradizioni sincretiche javanesi, furono etichettati come atei, ‘nemici di Dio’, e traditori della nazione.
In questo clima di vero e proprio terrore, la religione divenne rapidamente uno strumento di sopravvivenza; il nuovo regime impose, attraverso il MPRS No. XXVII/1966 (un Decreto dell’Assemblea Consultiva Popolare Provvisoria, organo operante durante la democrazia guidata di Soekarno) che ogni cittadino indonesiano dovesse professare una delle religioni ufficialmente riconosciute (Islam, Protestantesimo, Cattolicesimo, Induismo, Buddhismo,a cui si aggiungerà più tardi anche il confucianesimo).
Chi non possedeva una tessera KTP (carta d’identità) con l’indicazione di una fede religiosa (agama) era automaticamente sospettato di essere ateo, e, dunque, comunista. Per migliaia di ex membri del PKI o persone accusate di esserlo, convertirsi rappresentò l’unica soluzione per sfuggire alle uccisioni, alle torture o alla detenzione arbitraria e indefinita.
Molti scelsero il Cristianesimo (soprattutto nelle zone di Java Centrale come Salatiga e Boyolali) in quanto le chiese locali offrivano protezione e un’alternativa al radicalismo islamico di alcuni gruppi anti-comunisti. Altri si convertirono all’Islam sunnita per integrarsi nella maggioranza e dimostrare concretamente di essere leali al nuovo ordine.
Majalah Lentera del 2015 conferma queste dinamiche, solitamente poco note e praticamente invisibili nel dibattito pubblico e/o nella narrazione ufficiale:
Una conseguenza importante di quegli eventi fu il fenomeno delle conversioni religiose come strategia di sopravvivenza. Diversi studi (per esempio Boland 1971, Avery T. Willis 1978, Robert W. Hefner 1993, e Bambang Pranowo, 1994) menunjukkan bahwa fenor) mostrano che questo fenomeno era comune nelle famiglie dei detenuti politici (tapol). Gli avvenimenti del 1965, insieme alla debolezza di certe tradizioni religiose — denominate “abangan” o nominali — spinsero molti a convertirsi per proteggersi. Molti ritenuti simpatizzanti del PKI abbracciarono una delle cinque religioni ufficialmente riconosciute dallo Stato: Islam, Protestantesimo, Cattolicesimo, Induismo, Buddhismo.
Singgih Nugroho, Konversi Agama Pasca 1965, (Conversione Religiose dopo il 1965), Majalah Lentera, 3, 2015, p. 30.

Altri studi, come quelli di Singgih Nugroho (2008) e Robert Cribb (1990) documentano conversioni di massa proprio nel biennio 1965-1966, in cui interi villaggi passarono dal sincretismo kejawen al Protestantesimo o al Cattolicesimo in pochi mesi. Non si trattò, nella maggior parte dei casi, di una scelta libera dettata da motivazioni spirituali e/o di coscienza, ma di una decisione dettata dalla paura, dalla pressione sociale e dalla necessità di ottenere documenti ufficiali.
Dinamiche Sociali e Ruolo delle Istituzioni Religiose
Le conversioni non furono uniformi sul territorio, ma furono dettate dal radicamento delle principali istituzioni religiose indonesiane, nelle regioni con una forte presenza cel PKI, come parti di Java Centrale e Orientale, il fenomeno fu particolarmente evidente. Le chiese, sia protestanti che cattoliche, talvolta accusate di opportunismo, videro una crescita rapida ed esponenziale di fedeli; alcune stime indicano cifre di milioni di nuove adesioni tra il 1965 e gli anni Settanta.
Alcuni leader religiosi cristiani offrirono rifugio e battesimi collettivi, interpretandoli come atto di misericordia; al contrario, in aree dominate da organizzazioni musulmane come Nahdlatul Ulama (NU), o Muhammadiyah, molti ex-comunisti scelsero l’islam per evitare ulteriori ritorsioni.

Questa dinamica alterò profondamente l’equilibrio demografico e religioso, e, comunità precedentemente omogenee divennero miste, generando nuove tensioni; ex-abangan convertiti al Cristianesimo furono talvolta visti con sospetto dai musulmani praticanti, mentre le chiese dovettero gestire l’integrazione di persone con un passato politico complesso.
Il regime di Soeharto sfruttò questa dinamica, e la sua politica religiosa riuscì a indebolire le reti di solidarietà di sinistra e a rafforzare un controllo sociale basato sulla dichiarazione di fede obbligatoria. Le conversioni divennero dunque parte integrante della costruzione dell’Ordine Nuovo, un meccanismo per ‘rieducare’ ideologicamente la popolazione.
Lo sfruttamento ideologico delle conversioni da parte di Soeharto, tuttavia, si dimostrerà un’arma a doppio taglio, come osserva opportunamente Lentera;
Tali tensioni portarono anche a legittimare un maggiore intervento statale nei fatti religiosi: lo Stato, sotto la pressione di parte dell’opinione islamica, adottò regolamentazioni che influirono sulla vita religiosa pubblica, tra cui alcune disposizioni ministeriali e statali (es. SKB Menag–Mendagri no. 01/BER/mdn–mag/1969; SK no. 70/1978 — che furono poi raggruppate e integrate in norme successive attorno al 1979). Nel tempo tali politiche produssero una tradizione di armonia sociale manipolata ma che conteneva una “bomba a orologeria”. Le violenze sociali negli ultimi anni del regime di Soeharto, in particolare tra il 1998 e il 2000, hanno messo a nudo quell’immagine ideale (rivelandone limiti e contraddizioni, ndr).
Singgih Nugroho, Konversi Agama Pasca 1965, cit., p. 31.
L’Eredità Contemporanea: La Libertà Religiosa tra Memoria e Riconciliazione
A sessant’anni di distanza dagli eventi del 1965-66, il fenomeno delle conversioni post-1965 continua a influenzare il dibattito sulla libertà religiosa in Indonesia; da un lato, esso ha contribuito a una maggiore diversità confessionale e ha rafforzato la presenza cristiana in aree tradizionalmente musulmane. Dall’altro, ha lasciato problematiche profonde e irrisolte, in quanto molte conversioni furono coatte o indotte dalla violenza, creando un senso di trauma collettivo che ancora oggi complica i rapporti interreligiosi.
La libertà religiosa, sancita dalla Costituzione ma limitata dal principio del ‘monoteismo’ (primo principio della Pancasila, la filosofia di Stato), e dal riconoscimento statale di sei religioni ufficiali, porta ancora i segni di quell’epoca. Il tabù sul 1965 ha ritardato una vera riconciliazione, e, per questa ragione, le vittime e i loro discendenti hanno faticato a ottenere giustizia, mentre le narrazioni ufficiali hanno minimizzato le responsabilità. Casi come quello di Lentera dimostrano quanto sia ancora rischioso indagare criticamente queste tematiche in un Paese in cui la diffusione di idee comuniste costituisce un vero e proprio reato. Del resto, e significativamente, il nuovo codice penale indonesiano, entrato in vigore il 1 gennaio 2026 ha confermato tale fattispecie delittuosa, agli articoli 188 e seguenti, con pene che variano da 7 a 15 anni di carcere.
Attualmente, iniziative di organizzazioni della società civile, storici indipendenti e alcune comunità religiose cercano di promuovere un dialogo reale; il riconoscimento delle violenze del 1965 come crimini contro l’umanità da parte di Komnas HAM, la Commissione Nazionale Indonesiana per i Diritti Umani (seppure senza conseguenze giudiziarie significative) e i tentativi di riparazione simbolica rappresentano un progresso non solamente simbolico. Tuttavia, un’effettiva libertà religiosa non può essere realizzata in assenza di un’indagine critica del passato; tale operazione, tuttavia, appare ostacolata dalla pubblicazione di una nuova serie di volumi storici ‘ufficiali’, che aderiscono ancora alla narrativa anti-comunista sviluppatasi dopo gli eventi del G30S.

Le conversioni post-1965 non possono essere derubricate ad un aneddoto di storia demografica, ma devono essere considerate come un monito sulle conseguenze che la repressione ideologica può avere sulla sfera più intima dell’essere umano, nonché sul rispetto dei suoi diritti fondamentali. In un Indonesia contemporanea che si confronta con sfide di radicalismo e pluralismo, recuperare questa memoria con rigore e umanità, rimane una sfida essenziale (e persa per il momento) per rafforzare le basi di una convivenza autenticamente rispettosa delle differenze.
Letture Consigliate
- Cribb, R. B. (Ed.). (1990). The Indonesian killings of 1965–1966: Studies from Java and Bali. Centre of Southeast Asian Studies, Monash University.
- Nugroho, S. (2008). Menyintas dan menyeberang: Perpindahan massal keagamaan pasca 1965 di pedesaan Jawa. (Sopravvivenza e conversione: le conversioni religiose di massa nelle campagne giavanesi dopo il 1965). Yogyakarta: Syarikat.
- Boland, B. J. (1971). The struggle of Islam in modern Indonesia. Martinus Nijhoff.
- Willis, A. T. (1978). Indonesian revival: Why two million came to Christ. William Carey Library.
- Hefner, R. W. (Ed.). (1993). Conversion to Christianity: Historical and anthropological perspectives on a great transformation. University of California Press.
- Pranowo, B. (1994). Islam faktual: Antara tradisi dan relasi kuasa (Fatti sull’Islam: Tra Tradizione e Relazioni di Potere). Adicita Karya Nusa.

