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Il Quarto Presidente dell’Indonesia, Abdurrahman Wahid, noto come Gus Dur, rappresenta una delle figure più influenti nella storia contemporanea del Paese asiatico, a ragione, dell’approccio con cui ha cercato di articolare il rapporto tra islam e democrazia in un contesto nazionale pluralista. Leader della Nahdlatul Ulama (NU), la più grande organizzazione islamica al mondo, e presidente dell’Indonesia dal 1999 al 2001, Wahid ha sviluppato un pensiero che rifiuta sia il secolarismo radicale sia il progetto di uno Stato islamico formale, privilegiando invece un modello di democrazia radicato nella Pancasila.

Al centro del suo approccio vi è la convinzione che l’islam non richieda uno Stato confessionale per realizzarsi pienamente; Wahid ha sostenuto con insistenza che la democrazia non è soltanto compatibile con l’islam, ma ne costituisce un elemento essenziale. Ha argomentato che principi come la shura (consultazione), la giustizia (adl) e la responsabilità del governante verso il benessere del popolo (maslahah) trovano una corrispondenza funzionale nelle istituzioni democratiche. Per lui, la democrazia non è un prodotto occidentale da importare, ma un sistema politico che permette di tradurre in pratica valori islamici universali come la dignità umana e la protezione dei diritti fondamentali.

Gus Dur, Quarto Presidente dell’Indonesia (Foto Pergunu DIY)

Un pilastro fondamentale del suo pensiero è la difesa della Pancasila come ideologia di Stato. Gus Dur, in effetti, ha visto nella Pancasila non un compromesso laico imposto, ma un quadro neutrale capace di ospitare le diverse tradizioni religiose e culturali dell’Indonesia. Ha respinto ripetutamente l’idea di uno Stato islamico (negara Islam), sostenendo che esso avrebbe violato i diritti delle minoranze e trasformato la religione in strumento di potere politico.

Secondo Wahid, l’islam deve operare nel campo della società civile come fonte di valori etici e morali, senza pretendere di dettare direttamente la legislazione statale; per questa ragione, egli ha parlato esplicitamente di praticare un ‘secolarismo senza chiamarlo secolarismo’. Secondo questo modello, lo Stato rimane neutrale rispetto alle confessioni, mentre le comunità religiose contribuiscono al bene comune attraverso l’educazione, il dialogo e l’impegno sociale.

Si tratta di un approccio simile a quello delineato dai vescovi indonesiani, che concepiscono il cattolicesimo come fonte di valori e contributo al bene comune della nazione, secondo il celebre motto di Mons. Soegijapranata ‘100 persen Katolik, 100% Indonesia’.

Komunikasi, 526, Agustus 2024, p. 9.

Un altro concetto chiave è la pribumisasi Islam (indigenizzazione dell’Islam). Gus Dur ha promosso un’interpretazione contestuale della tradizione islamica, adattata alla realtà indonesiana multiculturale e storicamente sincretica. Questa approccio rifiuta sia il letteralismo importato sia il sincretismo acritico, cercando invece di radicare l’islam nella cultura locale senza perdere la sua universalità. In questa visione, il fiqh (giurisprudenza islamica) non è un codice rigido ma uno strumento flessibile al servizio del benessere umano in un dato contesto.

Sul piano pratico, durante la sua presidenza e come leader di Nahdlatul Ulama, Wahid ha agito coerentemente con queste idee; ha abolito discriminazioni contro le minoranze cinesi, ha riconosciuto il confucianesimo come religione ufficiale, ha difeso la libertà religiosa (inclusa per gruppi controversi come gli Ahmadiyah) e ha promosso il dialogo interreligioso. Ha sempre insistito sul fatto che il pluralismo non è una minaccia per l’islam, ma una realtà voluta da Dio, come suggerito dal versetto coranico sulla diversità delle nazioni e tribù “affinché vi conosciate tra voi”.

Tuttavia, il suo approccio non è stato privo di tensioni, e diversi critici islamisti lo hanno accusato di diluire l’identità islamica e di cedere eccessivamente rispetto alle minoranze e agli interessi secolari. Altri osservatori hanno notato che la sua enfasi sulla sostanza etica piuttosto che sulla forma giuridica della shariah lascia aperto il problema della gestione delle rivendicazioni di gruppi conservatori che chiedono un’applicazione più letterale della legge islamica in ambito pubblico.

In sintesi, l’approccio di Gus Dur configura un modello di democrazia pluralista a maggioranza musulmana, in cui l’islam serve come ispirazione etica e antropologica, mentre lo Stato democratico e la Pancasila garantiscono il quadro istituzionale neutrale. Non si tratta di una separazione assoluta tra religione e politica, né di una loro identificazione, ma di una relazione dialettica in cui entrambe le sfere mantengono autonomia e contribuiscono al bene comune. Questo paradigma rimane uno dei tentativi più articolati di conciliare tradizione islamica e modernità democratica nel contesto del più grande Paese a maggioranza musulmana del mondo.

La Pancasila con il celebre motto, Unità nella Diversità. (Foto Universitas Muhammadiyah Sumatera Utara)

L’eredità di Gus Dur, del resto, continua ad essere attualizzata da conferenze e studi, come quelli promossi annualmente in occasione dell’anniversario della sua morte; in tali occasioni viene sottolineata l’etica sociale della sua concezione di democrazia.

Aula, la rivista ufficiale di Nahdlatul Ulama, riporta le riflessioni della figlia più giovane del quarto presidente indonesiano, e afferma che

Gus Dur vedeva che la democrazia, sebbene possa avere fallimenti nella sua pratica, rimane l’unica strada per ripristinare la sovranità del popolo dalla repressione statale delle voci popolari. “Ecco perché negli anni ’70, ’80 e ’90 Gus Dur diffondeva le sue idee da villaggio a villaggio, da città a città, con vari discorsi che stimolavano la dinamica intellettuale,” ha spiegato (Inaya, la figia più giovane di Gus Dur, ndr).

Imitare la cultura etica della democrazia di Gus Dur, Aula, Majalah Nahdlatul Ulama, 1, 2024.

Inaya, figlia più giovane di Gus Dur (Foto Aula, 1, 2024, p. 40)

Gus Dur emerge dunque come una figura che si discosta dall’ondata conservatrice islamica, e che cerca di rendere attuale il pensiero di Soekarno e dei padri fondatori del Paese, i quali si erano sempre opposti all’idea di uno Stato confessionale e di un apparato repressivo. La democrazia, dunque, diventa l’obiettivo e il mezzo con cui si può portare prosperità all’Indonesia, mediante la rimozione di procedure e idee che ostacolano tale obiettivo.

Gus Dur sembra suggerire che l’indipendenza, per essere effettiva, deve permettere alle persone di scegliere i propri candidati e di esprimersi liberamente, al contrario di quanto avveniva in epoca coloniale. Qualunque ordine imposto, invece, sia esso islamico o secolare, allontana da questo ideale, che dovrebbe essere il punto di riferimento per l’azione dei governi e delle amministrazioni ad ogni livello.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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