persia western mission wilson
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Alla fine del XIX secolo, tra tradizione sciita e prime aperture modernizzatrici della Persia Qajar, ‘Persia: Western Mission’ (1896) di Samuel Graham Wilson si distingue come testimonianza lucida e documentata della missione presbiteriana americana in un contesto islamico complesso. Scritto da un veterano di Tabriz, il volume va oltre la cronaca devozionale: analizza con penetrazione la società persiana, le sue resistenze religiose e le opportunità ambivalenti create da scuole e ospedali cristiani, in un’epoca di tolleranza ufficiale fragile e discriminazione quotidiana persistente.

In the late 19th century, amid Qajar Persia’s Shia tradition and emerging modernizing trends, Samuel Graham Wilson’s ‘Persia: Western Mission’ (1896) stands out as a clear and well-documented account of American Presbyterian missions in a complex Islamic setting. Written by a seasoned Tabriz veteran, it transcends devotional reporting: it sharply examines Persian society, its religious resistances, and the ambivalent openings offered by Christian education and medicine, at a time when official tolerance coexisted uneasily with everyday discrimination.

In de late 19e eeuw, te midden van sjiitische traditie en eerste moderniseringsimpulsen in qajarisch Perzië, valt Samuel Graham Wilsons ‘Persia: Western Mission’ (1896) op als een heldere en goed gedocumenteerde getuigenis van de Amerikaanse presbyteriaanse zending in een complex islamitisch kader. Geschreven door een ervaren veteraan uit Tabriz, overstijgt het devote verslag: het biedt een scherpe analyse van de Perzische samenleving, haar religieuze weerstanden en de ambivalente kansen van christelijke scholen en ziekenhuizen, in een tijd van broze officiële tolerantie en aanhoudende dagelijkse discriminatie.


Un Missionario in Persia

Nel panorama della letteratura missionaria di fine Ottocento, Persia: Western Mission (1896) di Samuel Graham Wilson si impone come una delle testimonianze più articolate e documentate sull’esperienza presbiteriana americana in Persia.

Missionario di lunga data a Tabriz, Wilson si era formatosi in un’epoca in cui l’evangelizzazione protestante si intrecciava indissolubilmente con l’osservazione etnografica e il confronto culturale; per queste ragioni, la sua opera rappresenta un documento fondamentale. Persia, in effetti, non si configura solamente come un resoconto storico delle stazioni missionarie occidentali (principalmente presbiteriane e unite).

Persia, di Samuel Wilson (da Internet Archive)

Al contrario, questa opera può essere letta anche come un’analisi penetrante (e coeva) della società persiana Qajar, delle sue strutture religiose, delle resistenze al proselitismo cristiano e delle opportunità aperte dall’istruzione e dall’assistenza medica. Pubblicato dalla Presbyterian Board of Publication, il volume riflette il momento di transizione in cui le missioni, pur radicate in un’ottica evangelizzatrice esplicita, cominciano a misurarsi con le complessità di un contesto islamico sciita e con le prime avvisaglie di modernizzazione interna.

Non si tratta, dunque, di un’opera devozionale, ma di un documento prezioso per comprendere come l’incontro tra Occidente missionario e la Persia abbia contribuito, spesso in modo indiretto e ambivalente, a plasmare traiettorie educative e sociali che avrebbero segnato il secolo successivo. Il lavoro compiuto dai missionari come Wilson, o Boyce (di cui si è discusso nell’articolo precedente), ha posto le basi per stabilire un precario equilibrio tra l’influenza straniera e il nazionalismo iraniano che caratterizzerà anche il periodo successivo alla Grande Guerra.


La Libertà Religiosa nella Persia dei Qajar

Wilson dedica un’intera sezione ad un tema che attualmente viene percepito come fondamentale, quello della libertà religiosa; il secondo capitolo di Persia, in effetti, è dedicato alla libertà religiosa. Secondo Wilson, la corrente sciita, da lui chiamata ‘sect’, ‘setta’ (nel senso di gruppo separato dai sunniti) avrebbe il pregio di moderare una ‘naturale intolleranza dell’islam‘.

La maggiore libertà religiosa di cui potevano godere le religioni minoritarie in Persia, alla fine del XIX secolo, viene attribuita da Wilson al fatto che l’islam sciita era minoritario (e in altri Paesi perseguitato come eretico dai sunniti). Per questa ragione, esso veniva percepito, teoricamente, come maggiormente tollerante; si tratta di un’interpretazione che riflette una visione tipicamente protestante e missionaria alla fine del XIX secolo.

Wilson esprime tale punto di vista con estrema chiarezza,

There are in the religious condition of the Shiahs, certain circumstances which tend to modify materially the inherent intolerance of Islam. The Shiahs are a sect suffering from the Sunnis the opprobrium of heterodoxy, and occupying the position of a minority in a religious contest. They have in the school of experience learned what it is to maintain opinion and faith against superior numbers. Having had to contest their right for liberty to differ, they would naturally be more able to appreciate the feelings of others in similar circumstances.

Ci sono, nella condizione religiosa degli Sciiti, certe circostanze che tendono a modificare materialmente l’intolleranza intrinseca dell’Islam. Gli Sciiti sono una setta che soffre dai Sunniti l’opprobio di (dell’accusa di) eresia, e occupano la posizione di minoranza in una contesa religiosa. Hanno imparato nella scuola dell’esperienza cosa significa mantenere opinioni e fede contro numeri superiori. Avendo dovuto contestare il loro diritto alla libertà di dissentire, sarebbero naturalmente più in grado di apprezzare i sentimenti degli altri in circostanze simili.

Wilson, S.G. (1896). Persia: Western Mission. Presbyterian Board of Publication and Sabbath-School Work. Philadelphia, p. 22.

Le osservazioni del missionario protestante, in realtà, precedono di circa un decennio la riforma costituzionale (1906), e confermano che la dinastia Qajar mostrava una certa tolleranza verso le confessioni non islamiche e cristiana in particolare. Si trattava, in realtà, di una visione smentita dall’atteggiamento repressivo dei Qajar verso le conversioni al cristianesimo e al dissenso politico e religioso, che spesso erano equiparati.

Illustrazione presa da Wilson (1896)

Da questo punto di vista, la repressione dei ‘Babi’, viene considerata in termini politici e non religiosi; costoro, a differenza di cristiani e giudei, avrebbero tentato, secondo Wilson, di sovvertire lo Stato persiano, innescando la brutale repressione. In realtà, si trattava di un movimento messianico sciita, all’origine dei moderni bahai, ma che venne considerato potenzialmente sedizioso dallo Stato persiano e represso di conseguenza.


La Reale Condizione dei Cristiani in Persia

Nonostante l’approccio favorevole dello Shah, Wilson deve ammettere che i cristiani erano in una posizione di debolezza strutturale, considerati infedeli e ‘impuri’; in altre parole, ad una posizione ufficiale di tolleranza corrispondeva una realtà differente.

L’analisi del missionario è lucida e reale, e la situazione che presenta non è certamente ideale;

Christian subjects are rightly grateful to Nasr-i-Din Shah. But, notwithstanding
the favor of the king, they have suffered from the quiet and constant repression arising from their state of subjection, trampled upon as weak, despised as un
clean, hated as infidels. They have been exposed in the villages to such discomfort and oppression as the true believers have seen fit to inflict, and often have been helpless to obtain redress for their grievances.

I sudditi cristiani sono giustamente grati a Nasir al-Din Shah. Ma, nonostante il favore del re, hanno sofferto per la repressione silenziosa e costante derivante dal loro stato di soggezione, calpestati come deboli, disprezzati come impuri, odiati come infedeli. Sono stati esposti nei villaggi a tali disagi e oppressioni che i veri credenti hanno ritenuto opportuno infliggere, e spesso sono stati impotenti nel cercare di ottenere un risarcimento per gli abusi subiti.

Wilson, Persia, cit., pp. 23-24.

Le discriminazioni sistematiche a cui erano sottoposti i cristiani, dunque, erano reali e molto gravi, nonostante l’atteggiamento formalmente favorevole dello Shah; Wilson, tuttavia, osserva che la situazione era migliorata alla fine del XIX secolo, grazie all’intervento diretto della Regina Vittoria e dei governi britannici.

Patriarca Armeno (Wilson, 1896, 113)

Per questa ragione, gli abusi e restrizioni passate sembravano essere, almeno in parte superate; la ricerca storiografica, a tale riguardo, sottolinea che i miglioramenti ci furono, ma rimasero limitati, e che persistette una repressione silenziosa. Nelle aree in cui erano presenti stazioni missionarie, tuttavia, la situazione era migliore, e la tolleranza più tangibile rispetto ad altre zone.

Una vera svolta arriverà solamente nel 1906, con la Costituzione e le (seppur ancora ristrette) libertà concesse ai cristiani e all’azione missionaria; Wilson descrive un miglioramento reale, ma probabilmente sopravvalutato nella sua portata reale.


Un Ambiente Ancora Intollerante

In definitiva, l’analisi di Wilson in Persia: Western Mission (1896) conduce a una conclusione netta e priva di illusioni; alla fine del XIX secolo la Persia dei Qajar rimaneva un ambiente ancora profondamente intollerante verso i cristiani e le altre minoranze religiose, nonostante i segni formali di apertura promossi da Nasir al-Din Shah.

Il ‘favore del re’, concesso in parte per pragmatismo diplomatico, in parte per le pressioni britanniche e per l’esposizione crescente all’Europa, mitigò alcune forme estreme di oppressione e permise un’espansione limitata delle attività missionarie, ma non intaccò la radice strutturale della discriminazione.

Lo status di dhimmi, con la sua gerarchia implicita di superiorità musulmana, continuava a tradursi in una realtà quotidiana di umiliazioni, esclusioni sociali, abusi impuniti nei villaggi e vulnerabilità costante. I cristiani erano ‘calpestati come deboli, disprezzati come impuri, odiati come infedeli’, come Wilson descrive con lucidità amara.

Villaggio Persiano alla Fine del XIX secolo (Wilson, 1896, 156)

Tale intolleranza non era solo residuo di un passato arcaico, ma elemento attivo (e tuttora presente) della società sciita conservatrice, alimentato da ulama, autorità locali e norme culturali radicate. I miglioramenti percepiti, come la maggiore sicurezza nelle zone missionarie, l’alleggerimento parziale della jizya, e gli interventi consolari, restavano dunque locali, fragili e condizionati.

In altre parole la pressione diplomatica si tradusse in modesti cambiamenti, che però non portarono ad un miglioramento sostanziale e ad una reale tolleranza dei cristiani e dei missionari.

L’opera di Wilson, proprio per la sua onestà analitica, funge da monito, e l’apparente progresso sotto un sovrano illuminato mascherava in realtà la persistenza di un sistema discriminatorio che avrebbe richiesto riforme ben più profonde e tempistiche lunghe. Del resto, la Rivoluzione Costituzionale del 1905-1911 ha avuto un esito ambivalente, ed è stata resa vana dalla Rivoluzione Islamica del 1979, verificatasi anche per il mancato radicamento di cambiamenti percepiti come imposti.


Letture Consigliate

  • Wilson, S. G. (1896). Persia: Western mission. Presbyterian Board of Publication and Sabbath-School. Philadelphia. USA.
  • Sanasarian, E. (2000). Religious minorities in Iran. Cambridge University Press.
  • O’Flynn, T. S. R. (2017). The Western Christian presence in the Russias and Qājār Persia, c. 1760–c. 1870. Brill.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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