La presenza cristiana nell’isola di Giava durante la fase dell’espansione portoghese nell’arcipelago costituisce un capitolo poco conosciuto della storia religiosa dell’arcipelago indonesiano. Ben prima della ripresa missionaria del XIX secolo, alcune iniziative cattoliche avevano già raggiunto la parte orientale dell’isola, dando origine a comunità che, sebbene destinate a scomparire, testimoniano una precedente stagione di evangelizzazione.
Queste esperienze si svilupparono in un contesto nel quale i commerci marittimi, le relazioni diplomatiche e la competizione tra le diverse potenze regionali contribuivano a determinare anche la diffusione delle confessioni religiose.
La loro testimonianza emerge in fonti che spesso rimangono celate, come in questo caso. È un periodico coloniale del 7 Ottobre 1926, ‘Het Koloniaal Weekblad’, ‘Il Settimanale Coloniale’, a ripercorrere la storia di una comunità cattolica, nell’articolo ‘Donkere bladzijden uit de oude geschiedenis der Kath. Missie in Indië’, ‘Pagine oscure della prima storia delle missioni cattoliche nelle Indie’.
Secondo quanto riferito dall’autore, nel 1580, per iniziativa di João da Gama, comandante portoghese di Malacca, venne avviata una missione a Panarukan, importante centro portuale sulla costa settentrionale del regno di Blambangan, a Giava orientale. L’iniziativa si inseriva nel più ampio contesto dell’espansione portoghese nell’arcipelago, dove attività commerciali e presenza missionaria procedevano spesso parallelamente.
La rete di collegamenti marittimi che univa Malacca alle Molucche costituiva infatti anche un canale attraverso il quale sacerdoti e religiosi potevano raggiungere territori ancora relativamente estranei alla presenza istituzionale europea; secondo questa testimonianza furono costruite chiese e innalzate croci, mentre i religiosi cercavano di organizzare una presenza cattolica stabile nel territorio.
Secondo la fonte, l’attività missionaria interessò anche il vicino regno di Blambangan. I francescani avrebbero operato nella regione, entrando in relazione con le autorità locali; la predicazione non si sarebbe limitata ai mercanti e ai residenti portoghesi, ma si sarebbe estesa anche alla popolazione indigena. La formazione di una comunità cristiana locale rappresentava dunque un tentativo di radicamento religioso che andava oltre la semplice presenza europea.
Si tratta di un’esperienza non priva di difficoltà, come risulta dal resoconto del 1926:
De inlanders stonden op een zeer laag peil van beschaving, leefden veelal in de grofste ondeugden… en onder deze menschen kwamen die pioniers de eerste lijnen uitzetten voor den toekomstigen opbouw eener christenheid. Maar ook de geloofsprediking zelve had haar gebreken. Naast hun bovennatuurlijke Godsliefde en onuitputtelijke zelfopoffering beschikten de eerste missionarissen over weinig ondervinding in den omgang met heidensche en Mohammedaansche volken.
Le popolazioni indigene si trovavano a un livello di civiltà assai basso e vivevano perlopiù immerse nei vizi più grossolani… Fu tra queste popolazioni che quei pionieri giunsero a tracciare le prime linee per la futura costruzione di una cristianità. Ma anche la predicazione della fede presentava i suoi limiti. Accanto al loro amore soprannaturale per Dio e all’inesauribile spirito di sacrificio, i primi missionari disponevano di poca esperienza nei rapporti con le popolazioni pagane e musulmane.
Donkere bladzijden uit de oude geschiedenis der Kath. Missie in Indië, Het Koloniaal Weekblad, 7 Ottobre 1926, p. 4.

In questo senso, l’esperienza di Blambangan si inseriva nel più ampio processo attraverso il quale le missioni cattoliche cercavano di consolidare la propria presenza nell’arcipelago, spesso dipendendo dagli equilibri politici e dalle relazioni con i governanti locali.
La posizione geografica di Blambangan, all’estremità orientale di Giava, esponeva tuttavia questa esperienza alle trasformazioni politiche e religiose che interessavano la regione. I rapporti con i regni musulmani vicini erano caratterizzati da tensioni e conflitti, in un periodo nel quale l’islamizzazione di Giava procedeva anche attraverso l’espansione politica dei diversi potentati regionali.
Secondo quanto riportato, fu l’espansione di Pasuruan a compromettere la stabilità del territorio. Nel 1597, le forze di Pasuruan conquistarono Panarukan, mentre il regno di Blambangan venne progressivamente indebolito. Il mutamento degli equilibri politici ebbe conseguenze anche sulla possibilità di mantenere una presenza missionaria autonoma e sulle prospettive di sopravvivenza della comunità cristiana.
La fine di questa esperienza nel 1599 è ricordata attraverso una testimonianza attribuita a Manuel Godinho de Erédia e riportata da Visser:
De Eredia schreef in dat jaar: „Alles is nu geheel vernietigd en verdwenen, en geheel ontvolkt is die nederzetting van christenen; nog geen twintig jaar is daar gewerkt”.
Ook uit Hollandsche berichten valt op te maken, dat het de opdringende Islam was die de Missie verdreef. In de laatste tien jaren der 16de eeuw verergerden de toestanden in het oosten van den Archipel door de komst van een nieuwen vijand, een die èn de Spaansch-Portugeesche heerschappij èn het katholieke geloof van de eilanden zou wegvagen.
De Eredia scriveva in quell’anno: «Ormai tutto è completamente distrutto e scomparso, e l’insediamento dei cristiani è interamente spopolato; non vi si era operato neppure per vent’anni».
Anche dalle testimonianze olandesi si può dedurre che fu l’Islam in espansione a scacciare la missione. Negli ultimi dieci anni del XVI secolo, la situazione nella parte orientale dell’Arcipelago peggiorò ulteriormente con l’arrivo di un nuovo nemico, destinato a spazzare via dalle isole tanto il dominio ispano-portoghese quanto la fede cattolica.
Donkere bladzijden uit de oude geschiedenis der Kath. Missie in Indië, Het Koloniaal Weekblad, 7 Ottobre 1926, p. 3.

La testimonianza, riportata da B. J. J. Visser nel volume Onder Portugeesch-Spaansche vlag (Sotto la bandiera portoghese-spagnola, 1926), documenta la conclusione di questa prima esperienza missionaria a Giava orientale. A distanza di meno di vent’anni dall’avvio dell’iniziativa, l’insediamento cristiano risultava dunque scomparso, lasciando una traccia prevalentemente documentaria di una presenza che non era riuscita a consolidarsi nel tempo.
La vicenda di Panarukan merita attenzione anche per una ragione più ampia. La presenza cristiana a Giava non rappresenta infatti una novità introdotta dalle missioni europee del XIX secolo; già nel Cinquecento, durante la fase dell’espansione portoghese, l’isola aveva conosciuto tentativi di evangelizzazione e la formazione di comunità cattoliche locali. La loro successiva scomparsa ha contribuito a rendere meno visibile questa prima stagione, lasciando talvolta l’impressione di una storia cristiana iniziata soltanto con la ripresa missionaria ottocentesca.
La documentazione relativa a Panarukan restituisce invece una prospettiva storica differente, nella quale il cristianesimo aveva già incontrato le società giavanesi e si era confrontato con le loro strutture politiche e religiose.
Si tratta di due momenti distinti, separati da oltre due secoli di profonde trasformazioni politiche e religiose. La missione di Panarukan non costituisce necessariamente l’origine diretta delle successive comunità cattoliche giavanesi, ma dimostra che il cristianesimo aveva già raggiunto l’isola molto prima della sua presenza istituzionale moderna. La successiva ripresa missionaria non rappresentò quindi un’assoluta novità geografica, ma si inserì in una storia precedente, della quale sopravvivevano soprattutto le testimonianze scritte.
La breve esperienza del Cinquecento rimane così una testimonianza significativa di una storia religiosa più articolata, nella quale l’espansione dell’islam, le iniziative portoghesi e le dinamiche dei regni locali contribuirono a determinare la geografia confessionale di Giava. L’episodio di Panarukan ricorda, in particolare, che anche l’isola più popolosa dell’attuale Indonesia aveva conosciuto una prima stagione di evangelizzazione cattolica molto prima dell’affermazione del sistema coloniale olandese, sconfessando narrazioni identitarie che presentano la cristianizzazione come un fenomeno relativamente recente.


