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Nel 1954, la rivista missionaria cattolica De Katholieke Missiën pubblica un articolo del gesuita J. van Kempen, dedicato alla presenza della Chiesa cattolica nell’arcipelago indonesiano.

Il testo offre una panoramica delle attività missionarie nelle diverse regioni del Paese, ma alcuni passaggi permettono di cogliere una questione che va oltre la suddivisione nelle diverse diocesi; si tratta della ricerca di una nuova collocazione della Chiesa cattolica nell’Indonesia indipendente.

Le immagini che accompagnano l’articolo contribuiscono a definire questa prospettiva. Una mostra Sukarno alla ricezione organizzata in occasione del Congresso cattolico indonesiano a Yogyakarta; un’altra ritrae A. Djajasepoetra (il Vicario Apostolico di Djakarta) mentre riceve gli omaggi successivi alla sua consacrazione episcopale, alla presenza di altri esponenti della gerarchia cattolica.

Non sono semplici illustrazioni celebrative. Accostate al testo, suggeriscono il tentativo di rappresentare la Chiesa come una componente riconosciuta della nuova realtà nazionale.

Van Kempen attribuisce alla consacrazione episcopale un significato esplicitamente nazionale e internazionale, in riconoscimento dell’importanza della Sede Vicariale di Djakarta, non ancora elevata ad Arcidiocesi:

Het Vicariaat van Djakarta, het oudste en, in zoverre het de zetel der Regering is, het voornaamste, kan men door zijn kathedraal en zijn verschillende kerken, zijn vele en ruime schoolgebouwen, zijn kloosters en ziekenhuis, zijn jeugdbeweging enz. als het meest spectaculaire punt der missie beschouwen.

(…)

Het meest bloeiende vicariaat is Djakarta echter niet. Want deze stad met zijn 2½ miljoen inwoners is een steenachtige grond, die het zaad niet kan of wil opnemen. De geweldige variëteit van rassen heeft een zeer funeste invloed op de moraliteit; een materialistische geest obsedeert deze mensen; hun islamitische mentaliteit maakt ze ontoegankelijk voor de leer van Christus. Een oosterse haven- en handelsstad van miljoenen is een zware opgave voor elke missie!

Il Vicariato di Giacarta, il più antico e, in quanto sede del governo, il più importante, può essere considerato il centro più spettacolare della missione, grazie alla sua cattedrale e alle numerose chiese, ai suoi ampi e numerosi edifici scolastici, ai monasteri, all’ospedale, alle organizzazioni giovanili e ad altre istituzioni.

Giacarta, tuttavia, non è il vicariato più fiorente. Questa città, con i suoi due milioni e mezzo di abitanti, è infatti un terreno pietroso, incapace o non disposto ad accogliere il seme. L’enorme varietà dei gruppi etnici esercita un’influenza profondamente negativa sulla moralità; uno spirito materialista ossessiona queste persone; la loro mentalità islamica le rende inaccessibili alla dottrina di Cristo. Una grande città orientale, porto e centro commerciale, con milioni di abitanti, costituisce una sfida ardua per qualsiasi missione!

Het rijk der duizenden eilanden II, door J. van Kempen S.J., Il regno delle migliaia di isole II, De Katholieke Missiën, Juni 1954, p. 42.

Het rijk der duizenden eilanden II, door J. van Kempen S.J.,  De Katholieke Missiën, Juni 1954. Fonti Coeve Olandesi. Chiesa Cattolica Indonesia.
Het rijk der duizenden eilanden II, door J. van Kempen S.J., De Katholieke Missiën, Juni 1954, p. 42.

La partecipazione di rappresentanti del governo, del Parlamento, delle forze armate e del corpo diplomatico viene presentata come prova dell’importanza dell’evento al di fuori dell’ambiente ecclesiastico. L’autore insiste inoltre sulla presenza dei rappresentanti olandesi, ai quali riconosce una parte determinante nello sviluppo della missione in Indonesia.

Il suo ragionamento è significativo: dopo oltre un secolo durante il quale la successione dei vicari apostolici era stata affidata a ecclesiastici di nazionalità olandese, la nomina di un vicario (con funzione di vescovo) indonesiano segna un cambiamento che la rivista considera motivo di soddisfazione. La consacrazione non viene quindi descritta soltanto come un passaggio nella carriera di un ecclesiastico, ma come un avvenimento nel quale si riflette la trasformazione della stessa Chiesa.

Per comprendere il peso attribuito a questa nomina occorre richiamare brevemente il contesto storico e il tentativo della Chiesa di legittimarsi come parte integrante della nazione nata dal riconoscimento formale della sovranità indonesiana il 27 dicembre del 1949.

La Chiesa cattolica si trovava davanti a una questione particolarmente delicata, quella di conservare una struttura costruita in larga misura attraverso l’attività di missionari stranieri, senza apparire semplicemente come la prosecuzione di una presenza europea ormai legata a un ordine politico superato.

E’ in tale quadro che la nomina di un vescovo indonesiano alla sede più importante dell’arcipelago offriva una risposta visibile a questo problema; la provenienza locale del titolare della carica permetteva di distinguere la Chiesa cattolica dalla sua precedente identificazione con il personale missionario europeo.

Non significava, naturalmente, che la struttura ecclesiastica fosse diventata improvvisamente autonoma dall’estero. Lo stesso Van Kempen continua a riconoscere apertamente il contributo dei cattolici olandesi, presentando la nuova gerarchia come il risultato di oltre un secolo di lavoro missionario.

È proprio in questo passaggio che emerge l’aspetto più interessante della fonte: l’indigenizzazione del clero non viene descritta come una rottura con il passato, ma come il compimento dell’opera iniziata dai missionari stranieri.

Questa foto, di Mons. A. Djajasepoetra S.J. che riceve gli omaggi dopo la consacrazione episcopale è illustrativa del cambiamento in corso negli anni Cinquanta del secolo scorso;

Het rijk der duizenden eilanden II, door J. van Kempen S.J.,  De Katholieke Missiën, Juni 1954. Fonti Coeve Olandesi. Chiesa Cattolica Indonesia.
Het rijk der duizenden eilanden II, door J. van Kempen S.J., De Katholieke Missiën, Juni 1954, p. 44.

Questa interpretazione consente all’autore di tenere insieme due elementi potenzialmente contraddittori. Da una parte, la Chiesa celebra la possibilità di essere guidata da ecclesiastici provenienti dal Paese nel quale opera; dall’altra, rivendica il valore storico dell’intervento europeo che avrebbe reso possibile tale sviluppo. Il passaggio dalla direzione straniera a quella locale viene così presentato come il successo di una missione, non come il superamento della sua eredità. La presenza olandese può essere consegnata al passato senza essere rinnegata: il suo risultato più importante sarebbe proprio la formazione di una Chiesa capace di esprimere una propria gerarchia nazionale.

Le fotografie assumono, in questo quadro, un significato particolare. La presenza di Sukarno alla ricezione del Congresso cattolico indonesiano colloca la Chiesa accanto alla figura centrale della Repubblica e inserisce la sua attività in una cornice politica nazionale.

Het rijk der duizenden eilanden II, door J. van Kempen S.J.,  De Katholieke Missiën, Juni 1954. Fonti Coeve Olandesi. Chiesa Cattolica Indonesia.
Het rijk der duizenden eilanden II, door J. van Kempen S.J., De Katholieke Missiën, Juni 1954, p. 45.

L’immagine non dimostra di per sé una particolare influenza cattolica sulle decisioni presidenziali, né permette, da sola, di ricostruire la natura dei rapporti tra il governo e la gerarchia ecclesiastica. Mostra però quale rappresentazione la pubblicazione desideri proporre ai propri lettori: quella di una Chiesa presente nella vita pubblica del Paese, riconosciuta dalle autorità e non confinata alla dimensione delle comunità convertite.

Analogamente, la partecipazione delle autorità civili e diplomatiche alla consacrazione episcopale viene utilizzata per sottolineare la portata dell’evento oltre i confini della comunità cattolica.

È importante osservare che questa ricerca di riconoscimento non coincide necessariamente con una piena integrazione sociale o con un’influenza politica proporzionata alla visibilità delle cerimonie. Van Kempen scrive dal punto di vista di un ambiente missionario interessato a documentare i risultati della propria attività e a dimostrarne la rilevanza.

Le fotografie e il linguaggio celebrativo devono pertanto essere letti anche come strumenti attraverso i quali la nascente Chiesa indonesiana presenta sé stessa; la fonte ci informa direttamente sulle aspirazioni e sulla percezione che la gerarchia missionaria aveva della propria posizione; molto meno, invece, sulle reazioni della società indonesiana nel suo complesso.

Il resto dell’articolo rafforza indirettamente questa lettura. Van Kempen descrive una rete estesa di scuole, ospedali, seminari e istituti di formazione, insistendo sulla loro capacità di raggiungere anche persone che non appartengono alla comunità cattolica. L’importanza attribuita all’istruzione, alla formazione di insegnanti e all’accesso agli studi superiori suggerisce che la presenza della Chiesa non venga misurata esclusivamente attraverso il numero dei fedeli.

La capacità di formare persone istruite, organizzare servizi e partecipare alla vita della società costituisce un’altra componente della legittimazione ricercata. La gerarchia indonesiana rappresenta il segno istituzionale più evidente di questo processo, mentre le strutture educative e assistenziali ne costituiscono la base materiale.

Rimane tuttavia una distanza tra l’immagine di una Chiesa nazionale e la realtà di un’organizzazione ancora dipendente, in numerosi territori, dalle congregazioni e dalle risorse straniere; lo stesso autore riferisce che la partenza di personale olandese e timorese dal Borneo aveva lasciato vuoti difficili da colmare, anche sul piano finanziario. L’indipendenza dell’Indonesia non aveva dunque eliminato automaticamente le dipendenze ereditate dal periodo precedente. La presenza di un vescovo (formalmente vicario fino al 1961) indonesiano poteva segnare una trasformazione decisiva nella rappresentanza ecclesiastica, senza risolvere tutte le questioni legate al personale, alle risorse e all’organizzazione della missione.

La distinzione è essenziale. La nazionalizzazione della gerarchia non equivale necessariamente alla completa indigenizzazione della chiesa, così come il riconoscimento pubblico di una confessione non dimostra, da solo, che essa abbia acquisito una posizione dominante nella società. Il testo non permette di stabilire fino a che punto il cambiamento fosse già compiuto, ma dimostra, insieme ad altri documenti dell’epoca, che il cambiamento era reale. Inoltre, la fonte permette di osservare come questa fase di transizione venisse interpretata e presentata da chi aveva partecipato alla storia missionaria precedente.

Nel 1954, dunque, la nomina di un vescovo indonesiano non costituisce ancora una normalità da dare per acquisita, ma un risultato da celebrare pubblicamente, ed è questo il profilo che conferisce alla fonte il suo interesse storico. Una Chiesa che per oltre un secolo aveva fatto affidamento su una gerarchia straniera si trova a dover dimostrare di poter appartenere alla nuova nazione senza cancellare la propria storia.

Nella lettura di Van Kempen, la risposta consiste nel presentare l’indonesianizzazione non come la fine dell’opera missionaria, ma come la sua riuscita più significativa: la possibilità che una Chiesa introdotta e sviluppata attraverso l’impegno di personale europeo venga ormai rappresentata come parte integrante dell’Indonesia indipendente.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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