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Tra retorica e controllo, la stampa coloniale olandese degli anni Venti restituisce l’immagine di un sistema sempre più in tensione, chiamato a confrontarsi con un nazionalismo indonesiano ormai diffuso e difficilmente contenibile. Attraverso il linguaggio e le reazioni dell’amministrazione, emergono i limiti strutturali di un ordine coloniale incapace di adattarsi a una nuova realtà politica.

Between rhetoric and control, the Dutch colonial press of the 1920s reveals a system under growing strain, confronted with an Indonesian nationalism that had become widespread and increasingly difficult to contain. Through the language and reactions of the administration, the structural limits of a colonial order unable to adapt to a changing political reality come into view.

Tussen retoriek en controle toont de Nederlandse koloniale pers van de jaren twintig een systeem onder toenemende spanning, geconfronteerd met een Indonesisch nationalisme dat zich had verspreid en steeds moeilijker te beheersen was. In het taalgebruik en de reacties van het bestuur worden de structurele grenzen zichtbaar van een koloniale orde die zich niet langer aan een veranderende politieke realiteit kon aanpassen.


Il Nazionalismo Indonesiano nella Stampa Coloniale

Il nazionalismo indonesiano, sorto nella prima metà del XX secolo nelle Indie Olandesi Orientali, è stato favorito dalla stampa coloniale, che ne ha diffuso le idee e ha contribuito, anche inconsapevolmente, a renderlo ‘nazionale’. Non sorprende, dunque, che le autorità olandesi abbiano emanato diverse disposizioni per controllare e tenere sotto osservazione la stampa e quanto veniva pubblicato; sebbene si trattasse di uno sforzo teoreticamente possibile, esso si è rivelato più complesso di quanto previsto.

La presenza di numerose varianti del Melayu (lingua locale) hanno messo seriamente in difficoltà i censori olandesi, che spesso si dovevano limitare ad intervenire nei casi più palesi ed evidenti; la combinazione tra le esigenze della politica etica (inaugurata nel 1900), poi, limitarono ulteriormente la possibilità di censurare idee che si erano già diffuse nell’arcipelago.

Pertanto, a partire dagli anni Venti del secolo scorso, il nazionalismo indonesiano, sebbene frammentato, non poteva più essere ignorato dalle autorità coloniali; questa nuova e inedita presenza emerge anche nella stampa olandese, che spesso si trova costretta a discutere di temi emergenti.

Un particolare interesse lo riveste un articolo di ‘Het Koloniaal Weekblad’, ‘Il Settimanale Coloniale’ del 15 agosto 1929; in questa occasione, viene riportata una riflessione per nulla banale sugli sviluppi del movimento nazionalista indonesiano.

Anche se l’articolo non si trova nelle prime pagine, esso costituisce un elemento da non sottovalutare, specialmente in virtù del suo riferimento a eventi storici fondamentali, che permettono di comprendere lo sviluppo del nazionalismo indonesiano in un anno chiave, il 1929.

In esso compare, inoltre, la menzione di una figura storica di portata primaria, quella di Soekarno, allora leader del movimento nazionalista, già diventato una figura di primo piano che non poteva essere ignorata nemmeno dalla stampa coloniale olandese.

Pertanto, si tratta di uno degli articoli della stampa delle Indie Olandesi che merita di essere valorizzato, operazione che verrà tentata in questo contributo.


La Crisi della Retorica Coloniale e il Limite delle Istituzioni Rappresentative

Uno degli elementi più evidenti nel testo è la critica alla retorica del governo coloniale, incarnata nella figura del governatore generale Andries Cornelis Dirk de Graeff; la cosiddetta “Troonrede” (discorso ufficiale) viene descritta dalla stampa nazionalista come un esercizio di stile, ricco di ambiguità e formule diplomatiche, ma privo di sostanza politica concreta. Negli anni Venti, l’amministrazione olandese sviluppa infatti un linguaggio che tenta di conciliare due esigenze contrastanti, quella di mantenere il controllo coloniale e, allo stesso tempo, di riconoscere formalmente l’emergere di una coscienza (e di una volontà) politica indigena.

Il risultato fu una retorica che prometteva riforme senza definirle, e che riconosceva aspirazioni senza legittimarle, diventando progressivamente inefficace di fronte a un nazionalismo sempre più articolato.

L’articolo della stampa locale preso in esame dal Koloniaal Weekblad, in effetti, era ‘De opening van het Indonesische schjjnparlement’, ‘L’apertura del parlamento indonesiano fittizio’; il riferimento era al Volksraad, un organo rappresentativo ma senza poteri reali.

Quest’ultimo era stato istituito nel 1918 come organo consultivo e concepito come canale controllato di partecipazione politica. Tuttavia, entro la fine degli anni Venti, esso si rivela insufficiente come strumento di rappresentanza reale, incapace di assorbire le crescenti richieste di autonomia. Per questa ragione, esso viene percepito dai nazionalisti come un’istituzione di facciata, un vero e proprio “schijnparlement”.

Per le autorità coloniali si configura dunque un dilemma strutturale, ampliare le funzioni del Volksraad rischiando di rafforzare le rivendicazioni politiche, oppure mantenerne i limiti accentuando la distanza tra governo e società coloniale che l’articolo del Koloniaal aveva preso in rassegna.


Il Trauma delle Rivolte e il Passaggio a una Politica di Controllo

Un passaggio chiave del testo è il riferimento alle rivolte del 1926–1927, organizzate dal Partai Komunis Indonesia (Partito Comunista Indonesiano), che segnano un punto di svolta nella percezione olandese del nazionalismo. Prima di questi eventi, il nazionalismo indonesiano poteva essere considerato un fenomeno frammentato, gestibile attraverso strategie di cooptazione e sorveglianza. Dopo le rivolte, invece, emerge il timore di una politicizzazione di massa e si consolida l’idea di una minaccia sistemica, inducendo l’amministrazione a irrigidire la propria linea.

Questa trasformazione si traduce in una strategia articolata che combina la cooptazione delle élite moderate, la repressione dei movimenti radicali e il controllo del discorso pubblico. Il tentativo di presentarsi come potere modernizzatore e “comprensivo” convive con strumenti coercitivi sempre più visibili.

Emblematico, in questo senso, è il riferimento al divieto dell’uso della parola “libertà” (merdeka) nelle riunioni scolastiche, segno di un controllo che non si limitava alla sfera politica ma si estende anche al piano simbolico e linguistico. La risposta coloniale appare dunque segnata da una crescente tensione tra apertura formale e chiusura sostanziale, creata proprio dalle aperture della politica etica.


Il 1929 come Soglia Critica

Il testo evidenzia anche una persistente ambiguità nella percezione olandese del nazionalismo indonesiano, oscillante tra riconoscimento e allarme; da un lato, esso viene talvolta interpretato come espressione naturale di una società in trasformazione. Dall’altro, viene percepito come un fattore destabilizzante, e tale ambivalenza si riflette nelle dichiarazioni del governatore generale, che alterna apprezzamenti per il “nazionalismo nascente” a nette esclusioni di una possibile indipendenza nel breve o medio periodo.

Questo estratto dimostra molto bene tale ambiguità:

Ma a malapena era passato un anno, dopo lo scoppio delle insurrezioni nel 1926 e 1927, come tragico risultato delle “benedizioni” della politica di austerità e del pugno di ferro del Governatore Generale Foch, dopo un anno di intensa e riuscita campagna della stampa reazionaria, che un minaccioso brontolio viscerale risuonò contro di noi e si parlava già dell’illusione di voler negare un’indipendenza indonesiana in un futuro lontano e che la guida olandese non poteva ancora essere mancata fino a quel futuro lontano.

Dalla Stampa Indigena e Malese-Cinese. L’apertura del fittizio parlamento indonesiano. In Het Koloniaal Weekblad, 33, 15 Agosto 1929, pp. 393-394.

Il problema, per l’amministrazione coloniale, dunque, non è solo politico ma anche e soprattutto cognitivo, quello di comprendere e classificare un fenomeno che si rivela sempre più complesso di quanto previsto.

Alla fine degli anni Venti, in effetti, il nazionalismo indonesiano ha ormai superato una soglia critica, e si struttura in organizzazioni politiche come il Partai Nasional Indonesia, si alimenta attraverso reti intellettuali e studentesche anche in Europa, e sviluppa attraverso un linguaggio politico autonomo. In questo contesto, il 1929 segna un momento di non ritorno, con l’illusione di una gestione puramente amministrativa del fenomeno, che però diventa insostenibile.

L’analisi complessiva suggerisce che la risposta olandese, fondata su una retorica ambigua, riforme limitate e repressione selettiva, risulti strutturalmente insufficiente. Non si tratta tanto di una mancanza di strumenti, quanto di un limite intrinseco del sistema coloniale, incapace di adattarsi a una realtà in cui i soggetti colonizzati sviluppano una propria coscienza politica.

Le autorità continuano a operare secondo logiche di gradualità e controllo, mentre il nazionalismo si muove ormai su un piano differente, producendo una crescente incomunicabilità destinata a segnare gli sviluppi successivi della storia coloniale.

L’inadeguatezza degli strumenti usati emerge con forza nella critica dei nazionalisti, come si evince da questo estratto;

Questa indiscutibile determinazione repressiva del Governo è emersa ancora di più quando, per bocca del rappresentante governativo nel Consiglio Popolare, dichiarò che avrebbe ritenuto ogni leader popolare responsabile non solo per le sue parole, ma anche per le loro conseguenze. Cioè, se il leader Soekarno, ad esempio, parla oggi a Surabaya e domani ci sono disordini da qualche parte nel Preanger, causati da circostanze completamente diverse, con cui Soekarno non ha nulla a che fare, non è impensabile che debba comunque pagarne le conseguenze. Si potrebbe trovare questo poco plausibile, ma siamo abituati a tali concetti giuridici elastici nella politica coloniale.

Dalla Stampa Indigena e Malese-Cinese… etc.

La discrasia tra gli strumenti adottati e i loro effetti, anche sul piano percettivo, non fu adeguatamente valutata dalle autorità coloniali, contribuendo così ad accentuare la distanza tra governo e società e a indebolire ulteriormente la legittimità dell’ordine coloniale.


Letture Consigliate

  • Shiraishi, T. (1990). An age in motion: Popular radicalism in Java, 1912–1926. Cornell University Press.
  • Elson, R. E. (2008). The idea of Indonesia: A history. Cambridge University Press.
  • Adam, A. (1995). The vernacular press and the emergence of modern Indonesian consciousness (1855–1913). Cornell University Press.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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