malesia contratto sociale
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La Malesia rappresenta un caso emblematico di come accordi politici nati in un contesto specifico di decolonizzazione possano trasformarsi, nel corso del tempo, in strutture rigide che ostacolano lo sviluppo nazionale e l’integrazione sociale. Il cosiddetto “social contract”, l’intesa implicita tra malesi, cinesi e indiani al momento dell’indipendenza nel 1957, e l’Articolo 153 della Costituzione federale costituiscono il pilastro di un sistema di privilegi etnico-religiosi (bumiputera) che, pur avendo radici storiche comprensibili, appare oggi sempre più anacronistico rispetto agli standard internazionali di uguaglianza, meritocrazia e diritti umani.

Malaysia represents an emblematic case of how political agreements forged within a specific context of decolonisation can, over time, evolve into rigid structures that hinder national development and social integration. The so-called “social contract” — the implicit understanding among Malays, Chinese, and Indians at the time of independence in 1957 — together with Article 153 of the Federal Constitution, forms the cornerstone of a system of ethno-religious privileges (bumiputera) which, while historically understandable, now appears increasingly anachronistic in relation to international standards of equality, meritocracy, and human rights.

Maleisië vormt een emblematisch voorbeeld van hoe politieke akkoorden die zijn ontstaan binnen een specifieke context van dekolonisatie, zich in de loop der tijd kunnen ontwikkelen tot rigide structuren die de nationale ontwikkeling en sociale integratie belemmeren. Het zogenaamde “social contract” — de impliciete overeenkomst tussen Maleiers, Chinezen en Indiërs ten tijde van de onafhankelijkheid in 1957 — samen met artikel 153 van de federale grondwet, vormt de pijler van een systeem van etnisch-religieuze privileges (bumiputera) dat, hoewel historisch verklaarbaar, vandaag de dag steeds meer anachronistisch lijkt in verhouding tot internationale normen van gelijkheid, meritocratie en mensenrechten.


Le Radici Storiche: Un Compromesso Post-Coloniale

Il “social contract” malese nacque nel contesto della fine del dominio britannico, in quanto, alla vigilia dell’indipendenza, la Federazione della Malesia presentava profonde divisioni etniche. I britannici avevano favorito l’immigrazione di cinesi (per le miniere di stagno) e indiani (per le piantagioni di gomma), lasciando i malesi autoctoni prevalentemente in posizioni rurali e svantaggiate economicamente. Nel 1957, i cinesi rappresentavano una forza economica significativa, mentre i malesi temevano di diventare una minoranza marginalizzata nella propria terra.

La Commissione Reid (1956-1957), nome popolare della Federation of Malaya Constitutional Commission, incaricata di redigere la Costituzione, riconobbe questa disparità, e, di conseguenza, l’Articolo 153 accorda(va) al Yang di-Pertuan Agong (il Re della Malesia) il potere di salvaguardare la “posizione speciale” dei malesi e dei nativi di Sabah e Sarawak in ambiti quali istruzione, impieghi pubblici, licenze commerciali e proprietà terriera. In cambio, i non-malesi ottenevano la cittadinanza più facilmente (jus soli).

L’articolo 153, comma 1, della Costituzione malese attuale recita:

153. (1) Menjadi tanggungjawab Yang di-Pertuan Agong untuk melindungi kedudukan istimewa orang Melayu dan anak negeri mana-mana antara Negeri Sabah dan Sarawak dan kepentingan sah kaum-kaum lain mengikut peruntukan Perkara ini.

(1) È responsabilità del Yang di-Pertuan Agong (Re, ndr) proteggere la posizione speciale dei malesi e dei nativi di uno qualsiasi tra gli Stati di Sabah e Sarawak e gli interessi legittimi di altre etnie secondo le disposizioni di questo articolo.

È importante sottolineare che la Commissione Reid considerava queste misure temporanee, e nel suo rapporto raccomandava esplicitamente una revisione dopo 15 anni, con l’obiettivo di ridurre progressivamente e infine eliminare le preferenze razziali per evitare discriminazioni permanenti tra le razze. La formula “social contract” non apparve nei documenti ufficiali del 1957, ma emerse solo negli anni ’80 come narrazione politica per giustificare la continuazione di tali privilegi.

La Commissione Reid, del resto, ha dedicato un’intera sezione nel suo rapporto del 1957 alla ‘Posizione Speciale dei Malesi’; dalla lettura congiunta dei punti che sono compresi in questa sezione (163-168), si acquisisce un quadro preciso del dibattito.

(163) … The difficulty of giving one community a permanent advantage over the others was realised by the Alliance Party, representatives of which, led by the Chief Minister, submitted that – “in an independent Malaya all nationals should be accorded equal rights, privileges and opportunities and there must not be discrimination on grounds of race and creed …” The same view was expressed by their Highnesses in their memorandum, in which they said that they “look forward to a time not too remote when it will become possible to eliminate Communalism as a force in the political and economic life of the country”

(164) When we came to determine what is ‘the special position of the Malays’ we found that as a result of the original treaties with the Malay States, reaffirmed from time to time, the special position of the Malays has always been recognised. (…)

(165) We found little opposition in any quarter to the continuance of the present system for a time, but there was great opposition in some quarters to any increase of the present preferences and to their being continued for any prolonged period. We are of opinion that in present circumstances it is necessary to continue these preferences. The Malays would be at a serious and unfair disadvantage compared with other communities if they were suddenly withdrawn. (…)

(163) … La difficoltà di dare a una comunità un vantaggio permanente sulle altre fu compresa dal Partito dell’Alleanza, i cui rappresentanti, guidati dal Primo Ministro, dichiararono che – “in una Malaya indipendente tutti i cittadini dovrebbero essere accordati diritti, privilegi e opportunità uguali e non ci deve essere discriminazione per motivi di razza e credo …” La stessa opinione è stata espressa dalle Loro Altezza nel loro memorandum, in cui hanno detto che “non vedono l’ora che arrivi un tempo non troppo lontano in cui sarà possibile eliminare il Comunismo come forza nella vita politica ed economica del paese”.

(164) Quando siamo arrivati a determinare quale sia ‘la posizione speciale dei malesi’, abbiamo scoperto che, a seguito dei trattati originali con gli Stati malesi, riaffermati di volta in volta, la posizione speciale dei malesi è sempre stata riconosciuta. (…)

(165) Abbiamo riscontrato poca opposizione da qualsiasi parte per la continuazione del sistema attuale per un certo periodo, ma c’era grande opposizione in alcune parti a qualsiasi aumento delle attuali preferenze e alla loro continuazione per un periodo prolungato. Siamo dell’opinione che nelle attuali circostanze sia necessario continuare a mantenere queste preferenze. I malesi sarebbero in una seria e ingiusta svantaggio rispetto ad altre comunità se fossero improvvisamente ritirati. (…)

Report of the Federation of Malaya Constitutional Commission, 1957.

La concessione di speciali privilegi viene considerata prima dannosa (art. 163 Reid), ma poi riconosciuta come una situazione non contestata (art. 164 Reid) e da non modificare nel breve termine, allo scopo di non pregiudicare gli sforzi (nel 1957) per riequilibrare le relazioni tra malesi e non malesi (art. 165 Reid). Il suo carattere, dunque, doveva essere temporaneo e durare il tempo necessario a rimettere i malesi in una condizione di non essere una minoranza nel loro stesso Paese.

Il trauma degli scontri etnici del 13 maggio 1969, tuttavia, cambiò radicalmente il quadro, e dopo i violenti disordini che causarono centinaia di morti, fu dichiarata l’emergenza e introdotta la New Economic Policy (NEP) nel 1971. L’obiettivo dichiarato era la riduzione della povertà e la “riorganizzazione sociale” per aumentare la quota economica dei bumiputera (malesi e nativi indigeni) al 30%; da strumento temporaneo di correzione, le preferenze divennero una politica strutturale di ingegneria sociale.


L’Evoluzione e i Costi Attuali del Sistema

Ad oltre mezzo secolo di distanza dalla NEP, la situazione è profondamente mutata, e la Malesia ha affrontato la transizione da economia agricola-coloniale a Paese a medio-alto reddito. La povertà assoluta tra i malesi si è drasticamente ridotta e una consistente classe media e élite bumiputera è emersa grazie alle quote universitarie, agli appalti pubblici riservati e alle politiche di equity.

Tuttavia, i risultati complessivi, non solamente economici, sono ambigui, e devono essere considerati con una particolare attenzione.

La NEP ha raggiunto parte degli obiettivi di riduzione delle disparità, ma ha anche generato effetti collaterali negativi persistenti, come cronyism (capitalismo di relazione), inefficienza allocativa, cultura dell’entitlement e scarsa competitività in alcuni settori. Studi e osservatori evidenziano come le politiche basate sulla razza anziché sul bisogno economico reale abbiano favorito una minoranza ben connessa piuttosto che la massa dei malesi poveri rurali.

Tra i costi più evidenti figura il brain drain, e, secondo stime recenti, circa 1,86 milioni di malesi vivono all’estero (circa il 5,6% della popolazione), un tasso superiore alla media globale. Molti professionisti qualificati, soprattutto non-bumiputera, ma non solo, emigrano a causa della percezione di discriminazione sistemica in istruzione, impiego pubblico e opportunità economiche.

Questo esodo di talenti rappresenta un freno significativo alla trasformazione della Malesia in una moderna economia ad alto valore aggiunto.

Inoltre, il sistema perpetua divisioni etniche, che vengono istituzionalizzate, come dimostra l’identificazione costituzionale tra “Malay” e “Islam” (Articolo 160) rende l’apostasia non solo una questione religiosa ma un rischio per lo status legale e i privilegi. Le politiche affirmative continuano a essere difese come necessarie per proteggere l’identità malese-musulmana da presunte minacce di occidentalizzazione o dominio economico altrui, ma in un mondo globalizzato questa logica appare sempre più anacronistica e autolesionista.


La Necessità di Superare le Contingenze Storiche

La posizione privilegiata dei malesi etnici, confermata sia nel 1957 che nel 1971, e giustificata con la vulnerabilità economica, il timore di marginalizzazione post-coloniale, e la necessità di stabilità dopo il 1969, hanno perso gran parte della loro validità oggettiva nel 2026. La Malesia attuale non è più una società appena uscita dal colonialismo con un divario abissale tra le comunità nazionali; al contrario, attualmente si osserva una popolazione giovane, urbanizzata e connessa, che aspira a una meritocrazia reale ed a uno Stato moderno.

Mantenere preferenze razziali permanenti contrasta con gli standard internazionali sui diritti umani, ripetutamente ribadite in documenti fondativi e riconosciuti a livello internazionale, come le diverse Convenzioni ONU. Si consideri, in particolare, la CERD (Convenzione sull’eliminazione della discriminazione razziale) e i principi di uguaglianza davanti alla legge (Articolo 8 della Costituzione malese stessa), che entrano in tensione con un sistema che discrimina esplicitamente su base etnica.

Paesi che hanno superato modelli simili di affirmative action temporanea, dal Sud Africa post-apartheid a forme di positive discrimination in India o negli Stati Uniti, dimostrano che è possibile passare a politiche basate sul bisogno socio-economico (povertà, area geografica svantaggiata, performance scolastica) senza abbandonare l’obiettivo dell’inclusione.

Una revisione non significherebbe cancellare qualunque forma di sostegno ai malesi svantaggiati, ma spostare il focus da criteri etnico-religiosi a criteri universali e trasparenti. Questo allineerebbe la Malesia alle migliori pratiche di nazioni competitive come Singapore, che ha scelto la meritocrazia multietnica pur partendo da contesti simili.


Verso un Nuovo Patto Nazionale?

Il Primo Ministro Anwar Ibrahim ha più volte ribadito che il governo non intende rivedere l’Articolo 153 e che continuerà a difendere la Costituzione, inclusi i privilegi dei bumiputera. Questa posizione riflette un calcolo politico realistico, secondo cui qualsiasi tentativo di riforma rischia di scatenare una forte reazione da parte della base malese conservatrice e dei partiti islamisti, che in Malesia possono contare su istituzioni progressivamente islamizzate.

Tuttavia, la sostenibilità a lungo termine di un sistema basato su divisioni etniche e religiose appare quantomeno dubbia; il persistere di brain drain, disuguaglianze percepite, bassa fiducia inter-etnica e difficoltà a salire nella catena del valore globale rappresentano segnali chiari che il “social contract” del XX secolo sta diventando un ostacolo per la Malesia del XXI.

Superare le contingenze storiche non significa negare la storia, ma compiere il passo successivo, la trasformazione di un patto temporaneo di sopravvivenza post-coloniale in un nuovo contratto nazionale basato su uguaglianza di opportunità, merito e cittadinanza comune. Un cambiamento di questa portata, tuttavia, richiederebbe coraggio politico, un dibattito pubblico trasparente (preferibilmente attraverso una commissione reale o un processo parlamentare inclusivo) e gradualità per ridurre i timori della comunità malese e assicurarne la coesione strutturale.

In assenza di questa evoluzione, che attualmente appare decisamente improbabile considerando la tendenza islamizzante, la Malesia rischia di rimanere intrappolata in un equilibrio fragile, pagando un prezzo crescente in termini di potenziale umano, coesione sociale e competitività internazionale. Le condizioni per avviare una riflessione seria e depoliticizzata sull’articolo 153 Cost e sul contratto sociale malese, tuttavia, non sono mature.

Al contrario, la tendenza è quella di rafforzare il binomio malay/musulmano, continuando a rafforzare privilegi che scoraggiano seri e duraturi investimenti in un Paese che dal punto di vista economico è stato capace di modernizzazione e crescita. Questo risultato, tuttavia, rischia di essere vanificato dalle esigenze di una economia globale che non attende coloro che non si alleano ai suoi valori di base, che non solo solamente economici, ma anche politici e sociali.


Letture Consigliate

  • Case, W. (2005). Malaysia: New Reforms, Old Continuities, Tense Ambiguities, Journal of Development Studies, Taylor & Francis Journals, 41(2), pp. 284-309.
  • Shamsul, A. B. (2001). A history of an identity, an identity of a history: The idea and practice of “Malayness” in Malaysia reconsidered. Journal of Southeast Asian Studies, 32(3), 355-366.
  • Lee, H. A. (2012). Affirmative action in Malaysia: Education and employment outcomes since the 1990s. Journal of Contemporary Asia, 42(2), 230-254.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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